E' sicuramente una bella iniziativa quella
della Stampa di Torino. Sul proprio sito ha reso visibili le foto scattate dai
suoi reporter ai tempi degli sbarchi delle ondate migratorie del sud, piene di
baffi, fazzoletti in testa, coppole e valigie di cartone. Oggi queste foto sono
la storia del nostro Paese come le saranno tra trent'anni quelle degli sbarchi in Sicilia. Ma sono soprattutto le biografie di quei
visi di ragazzi e bambini che di lì a poco sapranno dare un corso nuovo alla
propria vita e alla storia del Paese. L'iniziativa del giornale di Torino cercava una sponda che ha
trovato nelle decine persone che si sono riconosciute e hanno deciso di
raccontare il film della loro vita partendo da quel primo fotogramma. Sono
storie dal sapore deamiciano: la paura, la voglia di tornare, la fabbrica, lo
stipendio, la sicurezza che comincia a consolidarsi, i benefici della vita di
città, i ritorni al Sud per le vacanze. Le raccontano pensionati con la faccia rotonda,
i capelli bianchi e un sorriso tranquillo sulla faccia. Sono pochi,
certamente, rispetto alle centinaia di visi ritratti nelle foto, ma le loro
storie riscattano una città, un'industria, una classe dirigente che non ha mai goduto di molte simpatie in giro per il Paese. La Stampa ha voluto raccogliere questa
sfida e, tenuto conto degli anni che sono passati, sembrerebbe che la città, la
sua industria e la sua gente, ne venga fuori abbastanza bene. Una testimonianza
in particolare mi ha colpito: un “ragazzo” di allora ha ritenuto doveroso
tributare a uno dei suoi insegnanti il discreto livello di benessere raggiunto.
Il pungolo intelligente e appassionato di quella sconosciuta professoressa che ha
saputo convincerlo che lo studio sarebbe stata la leva del suo riscatto, la
capacità e la costanza che ha profuso disinteressatamente per distoglierlo da
ben altre strade non sono rimaste lettera morta. Questo riconoscimento è un
simbolo forte di un’Italia che non si è diradata nelle nebbie di quella Torino,
ma continua in tutte le scuole del nostro Paese dove maestre, maestri e insegnanti
volenterosi lavorano con forza e idee per aprire le porte a chi arriva oggi su
ben altri treni della speranza. E creare ancora una volta i presupposti di un nuovo volto del nostro Paese.
Attraverso le nostre scelte consapevoli è possibile diminuire i consumi per l'affermazione di un'economia sostenibile ed equa. Dai modelli di comportamento, ai trasporti e alle letture tutto è materia per un approfondimento che porti a discriminare tra l'utile e il vacuo, tra la sostanza e l'effimero, tra il modello virtuoso e il pedissequo seguito a richiami di inconsistente benessere.
domenica 9 febbraio 2014
martedì 21 gennaio 2014
Boccaccio 2014
La vicenda della suora madre che
sta tenendo banco sulla stampa in questi giorni alimenta gli inevitabili
sprazzi di ilarità dall’antico sapore boccaccesco sia da parte dei più beceri
commentatori di fatti di vita quotidiana da parte di quotati comici
televisivi (vedi la Littizzetto durante la trasmissione di domenica scorsa). In
fondo nulla è successo se non quello che capita da secoli a questa parte: le
suore che figliano, i frati che copulano, i preti che si spretano e si sposano
o, peggio ancora che non si privano della tonaca e abusano del proprio
status e soddisfare illecite voglie. Quanta letteratura ad alto peso specifico ha ricamato sulle
tentazioni secolari di uomini e donne di fede. La forza comica della situazione
sta proprio nella banalità di un fatto che non dovrebbe succedere. Il tabù che si infrange ha sempre suscitato
le risa tanto più grasse e fragorose quanto più alta è la voglia di infrangere le regole e di deridere l’autorità costituita
che le impone.
Eppure oggi le cose sono diverse.
Sebbene si voglia continuare a dare al fatto la solita gravità morbosa, ci sono
molti aspetti che, al contrario, contornano la vicenda di un luce nuova ed
inedita, almeno mass-mediaticamente parlando. Innanzitutto la libera scelta
della madre che ha scelto di tenersi il figlio, di onorarlo con il nome del
Papa abbandonando la vita monastica per la più prosaica carriera di madre e
compagna. Tutto questo con il pieno appoggio delle istituzioni ecclesiastiche
che stanno proteggendo la ragazza difendendola dagli assalti della curiosità
becera di chi riduce tutto all’icona grossolana e volgare della suora incinta. Infine l'assenza di qualunque atto di accusa: nessuno, superiora, consorella, monsignore et similia,
ha giudicato la condotta della ragazza. Certamente ha infranto una regola che le
comporterà l’esclusione da una vita che sicuramente non le si addiceva, ma non c'è stato accanimento sulle sue doti morali. L'atteggiamento
della Chiesa è cambiato. E di molto: ha decisamente preso la strada difficile che porta a privilegiare la libera scelta piuttosto che alimentare lo scandalo, che ridimensiona la vergogna per fare prevalere la
bellezza di una vita da vivere, che toglie un'infelice da una vita disgraziata nel buio di una
sagrestia per restituirla alla luce e alla libertà e che, soprattutto, al silenzio renitente
preferisce la presa di coscienza della realtà. La Chiesa sta cambiamo. Molto velocemente. Più
in fretta di quanto si pensasse, ma soprattutto più in fretta di quanto siamo
disposti a credere.
E’ sorprendente scoprire che per
quanto invocato, reclamato, pubblicizzato in tutte le salse, il cambiamento
quando arriva veramente, ci metta a disagio. Non siamo pronti. Non siamo
attrezzati a misurarci con lui. Preferiamo, piuttosto che una riflessione
aperta e sincera le armi spuntate della derisione e del pettegolezzo.
giovedì 9 gennaio 2014
Le vite meravigliose che non vogliamo

Il nostro Paese deve ripartire da una rinnovata fede verso i valori della Costituzione. L’Italia ha bisogno di bruciare nuove energie per potere ripartire. La nostra pulsione verso i principi fondanti della Democrazia e delle sue istituzioni si stanno affievolendo a causa di un naturale processo di assuefazione e di un, meno naturale, senso di scoramento scaturito dalle penose condizioni della nostra politica. Ma la forza della Carta della nostra Repubblica è ancora in grado di trascinare chi la abita verso azioni di valore finalizzate al bene comune? La domanda non dobbiamo farla a noi stessi, ma a chi tra i precetti della nostra Costituzione riesce ancora a ravvisare la possibilità di una nuova vita e di una nuova speranza. Chi viene da zone di povertà, di guerra e di prevaricazione non può non trovare conforto nelle parole scritte dai costituenti che, allora, coltivavano la stessa utopia per se stessi e per le generazioni a venire. Quello slancio e quel fervore hanno prodotto, nel corso di molti decenni, grandi risultati a beneficio di tutti. Oggi la spinta si sta esaurendo. E' necessaria ricaricarla. Noi non possiamo farlo, ma chi arriva disperato si. E' necessario che l'Italia sappia gestire in modo più propizio a se stessa, l'accoglienza verso chi sbarca come profugo, rifugiato e reietto. Il nostro non è solo un Paese con tanta costa per permettere sbarchi clandestini, ma è soprattutto una Costituzione ad elevatissimo senso civico, calibrata sulle pari opportunità, livellata sull’uguaglianza, sull’equità e sulla visione sociale dell’azione collettiva; un insieme che se ben recepito può garantire ottime opportunità di giustizia, senso civico e uguaglianza. Basta solo saperlo. E crederci. Noi lo sappiamo, ma ormai, ci crediamo poco. Chi arriva disperato non lo sa, ma è pronto a scommetterci.
Frank Capra, nella sua autobiografia “Il
nome sopra il titolo” ha saputo raccontare bene il senso di forza e coraggio
generato dalla comprensione dei chiari, potenti e riconosciuti precetti
fondanti degli Stati Uniti. Lui, arrivato bambino dalla Sicilia, senza un
soldo, senza istruzione, senza nulla, figlio di braccianti agricoli sbarcati in
California per raccogliere le arance, diventerà il regista per eccellenza del
sogno americano. Nessuno più di lui, né prima né tanto meno dopo, è riuscito a
trasmettere i valori dell'America vera: libertà, solidarietà, forza della legge
e rispetto delle Istituzioni. Nei suoi innumerevoli film Capra ha rappresentato
i drammi personali di chi pensa di essere arrivato alla fine e decide di
buttarsi nel fiume proprio la notte di Natale; ha celebrato il senso dell’onestà
dell’uomo che crede nelle parole di uno dei Padri della Patria scritte nel
marmo e a queste darà seguito per fare trionfare verità e giustizia. Lui, con
quella faccia da uomo del Sud ha fatto tornare a credere nei valori
fondamentali gli americani con gli occhi azzurri e le bocche sottili, riuscendo
anche a diventare il più fidato cineasta di guerra durante il conflitto per
convincere, con i cortometraggi commissionati
dal Governo, il suo popolo che stavano preparandosi per una guerra giusta. Frank Capra ricorda spesso nel
suo libro che è stato grazie al fatto che ha potuto studiare, frequentare persone
al di fuori dalla cerchia della dannata povertà dentro la quale la sua
estrazione lo avrebbe costretto, che ha potuto prendere coscienza delle opportunità
che gli avrebbe potuto offrire il grande Paese dove era venuto a vivere. E il commosso
ringraziamento che traspira da ogni pagina del racconto della sua vita è quello
di gratitudine nei confronti di un Paese che lo ha accolto senza emarginarlo perché
la sua legge avrebbe punito la discriminazione, la disonestà e le
diseguaglianze.
Nel nostro Paese i governi che si sono
succeduti negli ultimi due decenni non hanno saputo cogliere, al pari di
persone come Frank Capra, questa grande opportunità di cambiamento. Un vero
cambiamento che avrebbe portato dei risvolti epocali di cui però continuiamo ad
avere paura. Non ci fidiamo di chi viene da fuori per un atavico senso di
possesso e di difesa, scordandoci che i capitoli della nostra costituzione sono
stati concepiti per permettere l’esercizio delle nostre libertà anche in
presenza di elementi esterni, estranei e differenti. Eppure nessun Governo,
nessuna legge ha affrontato il problema dell’immigrazione con la mente aperta
di chi vede solo il bene, con la sicurezza e la serenità di potere contare su
un ordinamento che tutela e che protegge, ma allo stesso tempo incoraggia e
rincuora chi di diritti ne ha sempre avuti pochi. Questo slancio vitale, questa
sete di rivalsa, questa energia nuova per il nostro Paese spesso si spegne sui
fondali del Canale di Sicilia, si smorza dentro i centri di accoglienza e lo si
umilia per le strade delle nostre città. Eppure la speranza e la volontà di
emergere dalla dramma può portare tutti a immaginare una vita meravigliosa.
Un invito e un augurio per il nuovo anno a
politici impauriti, cittadini disillusi, studenti demotivati, imprenditori
rassegnati: apriamo le porte ai nuovi italiani. La loro felicità di oggi sarà
la nostra serenità domani.Frank Capra (1989) - Il nome sopra il titolo. Autobiografia - Ed. Lucarini - 88-7033-368-X
mercoledì 27 novembre 2013
La repubblica da ri-fondare sul telelavoro
Impiegare un’ora e mezza per fare
poco più di trenta chilometri imbottigliato in un flusso di automobili che si
muovono a passo d’uomo tutte nella stessa direzione. Un’occasione unica per
fare un po’ di sociologia spicciola e tirare qualche considerazione su che tipo
di soluzione si potrebbe escogitare per rendere la vita migliore. Guardandosi
intorno è facile arguire che si tratta
di persone che si stanno spostando per andare a lavorare in un grande centro
urbano, probabilmente legate ad un
orario di inizio che potrebbe essere flessibilmente impostato per le 9 di mattina.
Da come sono vestite di direbbe che sono tutte persone che svolgono lavori di
una certa levatura. Di certo non sono legati ad una pressa o ad un tornio. Ma
neppure ad una scopa o una chiave inglese. Dispongono di una buona conoscenza
di strumenti informativi a vedere con quale frenesia utilizzino dispositivi
wireless come tablet e smartphone. Dal tono
animato delle conversazioni telefoniche che intrattengono si può arguire che
siano già attivi, “sul pezzo”, a discutere con i colleghi, trattare con clienti
o a spettegolare su qualcuno, dato che anche questa pratica costituisce quel
valore fondante che è la socialità del lavoro. E sebbene interconnesse con l’ufficio,
la famiglia e il resto del mondo, sono sole, nel senso di assenza di altri
passeggeri che condividano i tre o quattro comodi sedili che lo circondano.
Migliaia di auto incolonnate che procedono a passo di lumaca che trasportano una
sola persona che per altre 10 ore si siederà su una sedia o poltrona che si
voglia, che abbonderà per una mezz'oretta per andare a mangiare un boccone, se
ci va. E tornare a casa, facendo la strada inversa, sempre alla stessa ora.
Dopo avere assistito alla morte
per consunzione della figura del mobility manager, quel ruolo volutamente
inconsistente che avrebbe dovuto apportare qualche elemento di razionalità
negli spostamenti casa ufficio dei
dipendenti di medie e grandi aziende, dopo avere verificato che i timidi
tentativi di incentivare un uso meno individualista dello spostamento privato
proponendo corsie preferenziali al cosiddetto autopooling non hanno sortito
nessun tipo di entusiasmo, dopo la constatazione che il treno pendolare
metropolitano è un’esperienza che tende a disinnamorare anche il più convinto
de sostenitori dei mezzi pubblici e avere, infine, decretato che nonostante i
costi, la crisi e i rischi gli italiani non rinunceranno mai a privilegiare lo
spostamento con il mezzo proprio, sarebbe opportuno pensare a delle soluzioni in grado di attuare un
deciso cambiamento di rotta.
Il telelavoro sembrava una parola
ormai destinata a finire nello sgabuzzino delle profezie del futuro prossimo
venturo, un po’ come i panorami dell’anno 2000 pieno di macchine volanti e
gente in tuta da astronauta che va a lavorare con la valigetta 24 ore. Qui da
noi è così, forse. Ma non in altri Paesi che hanno capito da un bel pezzo che
una buona fetta di migliore qualità di vita passa proprio dalla possibilità di
gestire in modo autonomo il proprio lavoro decidendo quali sono le occasioni in
cui è necessario interagire fisicamente (sempre meno funzionalmente necessarie)
e quelle in cui la tecnologia digitale può sopperire alla condivisione dello
spazio fisico (sempre più caro). Negli Stati Uniti sono stati fatti pesanti
investimenti per rendere possibile una maggiore disarticolazione dei processi
lavorativi e produttivi al fine di creare una maggiore autonomia gestionale del
proprio contributo agli obiettivi aziendali. L’investimento in tecnologia dell’America
di Steve Jobs mostra il suo lato migliore. Il miglioramento del benessere passa
anche da qui: una società maggiormente evoluta da un punto di vista informatico
può gettare le fondamenta per un’organizzazione del lavoro migliore. Bisogna
saperla cavalcare come stanno facendo le principali aziende del settore
informatico con l’aiuto di alcuni Stati, in primis la California. Sapere usare
un tablet oggi non è solo una moda, ma potrebbe essere un passo concreto verso
un mondo diverso.
E’ un aspetto importante, ma in
Italia non siamo preparati. Per una serie di ragioni, alcune banali come la mancanza di programmazione e di riferimenti normativi certi, resistenze a vari
livelli, ma anche per l’assenza di una “Ragioneria” in grado di soppesare il
dare e l’avere di valori intangibili come la serenità, la maggiore efficienza lavorativa, il benessere
familiare, la tranquillità dei figli. Purtroppo tutto questo non esiste perché non
se ne avverte neppure il bisogno. Si sa per esempio che l’inquinamento di una
grande città come Milano dipende in larghissima misura dal numero spropositato di
auto che ogni giorno si riversa da una periferia sconfinata. Eppure non si sono
imposti effettivi limiti all'afflusso di mezzi privati approntando mezzi di trasporto efficienti in grado
escludere la necessità del ricorso all'auto. Da una città che stenta a riconoscere
l’utilità delle piste ciclabili è arduo pensare che possa arrivare a
programmare un sistema più razionale di spostamenti verso il proprio centro. Ma
il gravame dell’aria inquinata e i danni per la salute non rientrano tra i
conti della Ragioneria del Benessere che ogni Stato oggi dovrebbe avere.
Riformulare un sistema di
organizzazione del lavoro dovrebbe rientrare nei compiti principali di un
Governo di un Paese avanzato. Almeno tanto quanto trovare per tutti un’opportunità
di impiego dignitoso e in grado renderci adeguate soddisfazioni. E anche su
questo sappiamo che l'Italia non è che faccia molto bene. Eppure una
migliore suddivisione degli impegni legati al lavoro potrebbe favorire la
crescita di partite contabili in grado di alleggerire il costo del lavoro
stesso aumentando allo stesso tempo la propensione all'offerta di impiego da
parte delle parti datoriali. Il beneficio di un lavoro fatto da casa potrebbe
inoltre, rendere maggiormente predisposte le frange deboli dei lavoratori ad
accettare impieghi poco allettanti soprattutto nel settore dei servizi come
addetti alle attività di call centre, personale di back office, amministrativo
e contabile. Riformulare i modelli di occupazione privilegiando l'autonomia e il lavoro distanza è un processo complesso che deve passare attraverso
lunghe stagioni di maturazione e gestazione che solo un’attenta regia può
gestire. Alleggerendo le proprie strutture direzionali le aziende potrebbero
vedere alleviati i propri costi fissi e una parte delle economie gestionali
potrebbero andare a parziale contributo per la copertura delle spese per le
spese della casa dei dipendenti come luce, gas e riscaldamento. Un gioco con che potrebbe trovare entrambe le parti vincenti in ragione del valore sempre positivo delle contropartite. Una sfida per i
Governi dei prossimi anni. Un progetto programmatico ambizioso e prestigioso
che potrebbe portare a ottimi risultati di lungo respiro a livello sociale ed economico. Ma anche di miglioramento dell'ambiente fisico in cui viviamo. Un progetto che dovrebbe già essere messo in pista a partire da oggi. Per esempio istituendo una scuola di specializzazione
per giovani ingegneri gestionali laureati o laureandi dove possano acquisire i
ferri del mestiere di una imponente task force che per conto del Governo
verrà inviata presso le aziende per studiare e predisporre dei piani di
delocalizzazione del lavoro basati sul telelavoro alle quali le stesse
dovranno, obbligatoriamente a questo punto, assoggettarsi. Tempi di realizzazione? Meno di una inutile linea ferroviaria tra Italia e Francia.
martedì 19 novembre 2013
Sfamiamo il Mondo. Cominciamo da Milano
La Milano da bere si appresta, con l'avvento dell'Expo 2015, a diventare la Milano da mangiare. Il tema selezionato per la grande manifestazione planetaria, che, a detta di molti, dovrebbe attirare milioni di visitatori, è il cibo. O meglio più che il cibo sono le risorse alimentari che scarseggiano in quantità, ma anche, e soprattutto, in qualità. E allora quale paese è più titolato del nostro a parlare di risorse alimentari, cibo e alimentazione? Un'occasione come questa non poteva sfuggirci. Vedremo come andrà a finire. Vedremo se sarà l'occasione imperdibile profetizzata dai fautori di questi mega eventi che hanno ormai esaurito la loro carica propulsiva per stagioni di rilancio dell'economia nazionale. Intanto i lavori fervono e i proclami degli amministratori si riempiano di enfasi e gaudio. Auspichiamo solo che il problema della fame non si risolva solo per i forti appetiti delle schiere di faccendieri che fisiologicamente popolano queste enormi feste di paese. Bene. Aspettiamo fiduciosi.
Se però andiamo a vedere come si sia stia preparando da un punto di vista ideologico al tema dell'Expo, non sembra che ci sia altrettanta attenzione e fervore. Forse a parole. Decantiamo le virtù della nostra cucina, degli alimenti genuini che ne fanno parte, le nostre tradizioni e condiamo tutto con la creatività dei nostri cuochi, imprenditori del gusto, ambasciatori del made in italy e orgogli nazionali vari, ma a fatti facciamo proprio poco. A Milano, per esempio, la città che per un semestre sarà, almeno ufficialmente la capitale mondiale dell'alimentazione, le cose non vanno molto bene. Nei bar del centro si assiste sempre al solito spettacolo della famiglia di stranieri intrappolata in un tavolino esposto al pubblico ludibrio alle prese con il solito raccapricciante spettacolo di spaghetti precotti scaldati nel microonde, pizze mezze crude, panini gommosi, gelati industriali e vino estratto dal brik. Il tutto per cifre da capogiro. Parliamo di Milano, ma nel resto del Paese non è meglio: a Roma, Firenze e Venezia chi si occupa di ristorazione più che alla qualità di quello che serve pensa a buggerare turisti ignari con menu improbabili e molto lontani dall'idea di alimentazione sana, corretta e rispettosa delle tradizioni locali che l'Expo vuole dare. Nel "cerimoniale" della manifestazione non è previsto che, almeno a ridosso dell'evento, chi lo sta preparando dimostri almeno un minimo di sensibilità verso il tema che farà da sottofondo? Che cosa deve pensare della cucina italiana il turista incappato nel bar in Galleria a Milano, nella pizzeria di Roma dove servono pizza imbustate e nella gelateria di Venezia che propone gusti dai colori improbabili? Probabilmente poco, visto che quello che mangia in Italia è sicuramente più allettante di quello che mangia a casa sua, ma almeno diciamoglielo che la cucina italiana non è solo quella.
venerdì 8 novembre 2013
Quel buco venuto così bene
I buchi nell'acqua ogni tanto possono venire bene, e per rimanere in tema di metafora, ogni tanto serve che si scavino dei buchi perché qualcuno possa riempirli. Un'esempio di questa, apparentemente insana contraddizione, è la "bula" un'area protetta gestita dal WWF in prossimità della città di Asti, in Piemonte. Un'oasi tutelata in riva al Tanaro dove svernano numerosi specie di uccelli, i migratori si riposano durante la trasvolata e chi è appassionato di natura può farsi una bella gita le rare volte che le guide del WWF accompagnano i visitatori a conoscere questo particolare ambiente. Una macchia di natura rimasta miracolosamente fuori dagli scempi di cui sono normalmente oggetto le aree fluviali? Tutt'altro. La "bula" origina dal profitto di chi campa estraendo ghiaia dagli alvei dei fiumi e dalle concessioni troppo spesso elargite da chi dovrebbe amministrare il territorio con una visione un po' più oculata rispetto a come si è fatto finora. L'invaso, che oggi colpisce per la vegetazione rigogliosa e le numerose specie di uccelli che è possibile osservare, non è altro che una cava di ghiaia in disuso che, in virtù di accordi fatti tra la regione Piemonte e alcune associazioni di difesa della natura, è stata scavata e conformata in modo da simulare il più fedelmente possibile l'habitat naturale di molte specie di uccelli. I titolari delle cave, in cambio, hanno potuto estrarre oltre il limite di falda, di solito vietato, traendo maggior profitto dalla licenza, a patto che si attenessero alle specifiche degli esperti del WWF. Un esempio? Le anatre non amano essere viste quando nidificano. Vanno a cercarsi gli anfratti più nascosti vicino agli specchi d'acqua in cui vivono e che non trovano negli invasi delle cave "normali" che notoriamente hanno un andamento lineare. Ecco allora che agli addetti della cava di Asti è stato richiesto di scavare in modo irregolare affinché al termine del lavoro il profilo dell'invaso risultasse più vicino possibile ad un ambiente naturale. Con somma gioia della future mamme anatra! Ma non è tutto rosa è fiori. La "bula" è una vera e propria oasi in un mare di degrado indicibile che la assedia da tutte le parti: discariche abusive, incursioni di pescatori di frodo, pascolo abusivo di pecore e capre. Con pochi mezzi e risorse per contrastarli. L'unico modo in cui il WWF può impedire l'invasione dei rifiuti è in occasione delle giornate dedicate alla pulizia dei boschi, alvei e argini di fiume che vengono periodicamente organizzate dalle associazioni ambientaliste locali, WWF in testa. "E pensare", mi confida un entusiasta (e preparatissimo) attivista del WWF "che basterebbe piazzare delle telecamere per controllare gli accessi di chi scarica abusivamente eternit, plastica, copertoni e latte di prodotti chimici pericolosi", ma a quanto pare a pochi interessa preservare l'ambiente di uno dei fiumi più belli del nord Italia. E intanto raccatta sconsolato l'ennesima lattina di birra buttata per terra durante l'ultima incursione dei pescatori abusivi. mercoledì 30 ottobre 2013
Le cacche del berlusconismo
Pensate che vent'anni di Berlusconi, ormai avviato ad un meritato tramonto, passino così, senza colpo ferire? Credete che una volta eliminato il tarlo si possa ricompattare la consistenza infracidita del nostro senso civico? Una mosca è in grado di depositare migliaia di uova che schiuderanno altrettante larve favorite anche dal contesto corrotto in cui si trovano. A chi auspica una ripresa di un confronto moderato, onesto e costruttivo nelle aule parlamentari va fatto presente che i liquami maleodoranti del malcostume hanno iniziato a contagiare molteplici aspetti della nostra esistenza. Lasciando da parte la politica, ormai diventata il tiro al bersaglio dell'indignazione e della repulsione, trascurando la cultura, l'etica e la morale che tendono sempre più a restringersi ad argomento di discussione per circoli con pochi iscritti, soffermiamoci sul mondo dell'economia e sugli strani fenomeni di visione imprenditoriale a cui, in molti casi, è possibile assistere. E non sempre è un bel vedere, soprattutto per chi non è della partita e queste nuove imprese, le deve suo malgrado, solo subire. Parliamo dei nuovi settori "trainanti" come il gioco d'azzardo, i "vendo oro", le società che si occupano di spettacoli e "casting" e che reclutano disgraziate da avviare ad altri generi di intrattenimento, le finanziarie che brucano sui protesti di imprenditori in difficoltà e gli impresari che propongono facili titoli di studio e onorificenze a chi di successo ne ha avuto troppo. Chi sono le persone che stanno dietro, nell'ufficio con la scrivania nera comprata all'Ikea, i poster dei simboli del potere alle pareti e la BMW parcheggiata in cortile? In che cosa credono? Che idea hanno dei soldi e del successo? Che cosa fanno, soprattutto, dei soldi che guadagnano? Non ci vuole molto a rispondere: fanno esattamente quello fa Berlusconi, l'unica immagine di vincente che ha imbevuto le loro esistenze. Emblematica, a questo proposito, è la figura di Mirko Rosa, cresciuto, consolidato e arricchitosi grazie ad una ramificata rete di negozi specializzati in "ritiro oro" come vengono chiamati quei negozi ormai presenti in ogni città che, dato che i tempi della corsa all'oro sono finiti da un pezzo, commutano anellini, collanine, braccialetti e spille per poche centinaia di euro. Altro che pagliuzze d'oro! Chi abita dalle parti del basso varesotto lo conosce per via delle affissioni di volgari cartelloni pubblicitari con donne discinte rivestite solo da scaglie d'oro, per le macchine di lusso cafone sfacciatamente parcheggiate davanti ai suoi negozi, cartelloni autocelebrativi dei suoi facoltosi possedimenti e dei suoi libertinaggi, con atteggiamenti offensivi e spregiudicati nei confronti di personalità religiose e politiche. Una ricchezza sbandierata, ostentata con il chiaro intento di convincere che quello che sta facendo è nell'interesse di tutti. Questo spiega il suo "impegno nel sociale" che comunica mediante offerte di improbabili taglie per facilitare la cattura di autori di fattacci di cronaca o attraverso clamorose denunce contro la giustizia rea di perseguire coloro che sono nel giusto, come lo stesso Mirko Rosa, per esempio, già oggetto di attenzioni giudiziarie per svolgimento di attività non pienamente in regola, mentre negri, extracomunitari,sbandati, gli "altri", insomma, continuano indisturbati a delinquere. "Chi vi ricorda" verrebbe da dire, parafrasando il celebre indovinello periodico della Settimana Enigmistica? E che cosa vi porta a pensare che personaggi come Mirko Rosa non generino stirpe di cotanti epigoni della sua specie? Il sistema sociale quali benefici potrà trarre da un'imprenditoria sfacciatamente portata a succhiare energie e risorse per un accumulo finalizzato solo al compiacimento personale? Pare che un comune del circondario abbia pensato di premiare l'imprenditore Mirko Rosa per via delle sue eccelse qualità di innovatore. E lui con l'immancabile bandana da pirata si è puntualmente presentato a ritirarlo. D'altra parte che Elisabetta Prima che ha fatto diventare grande l'Inghilterra si era fidata di un pirata per regnare incontrastata sui mari e di un avventuriero sciupafemmine per estendere i propri territori nel Nuovo Mondo. Mirko Rosa come Nelson eroe di Trafalgar o insignito della carica di Baronetto come Walter Relaigh? Tutto può essere. Le cacche lasciate dal berlusconismo sono come quelle di piccione. Ovunque.
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