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martedì 5 dicembre 2017

Un miglio di libertà

Ha una bella fantasia il sindaco del comune di Pescate a ritenere che la voglia di andare possa trovare un suo limite nella mancanza di "adeguata copertura assicurativa". Eppure il divieto ai ragazzi profughi che scorrazzano in bicicletta per le vie del suo comune l'ha messo proprio questo personaggio a metà strada tra il leghista della prima ora e il doganiere svizzero. Persone del tempo che fu, adatte oggi solo ad essere riesumate per qualche film di costume oppure a fare ridere anche i propri cittadini. Che magari lo hanno pure votato, ma sono stati toccati in un punto ancora più sensibile del portafoglio, ancora più importante della sicurezza a casa propria, ancora più determinante delle supposte radici celtiche: la voglia di essere un punto sul globo libero di spostarsi senza una logica, senza una meta, senza un vincolo. Fino a quando la vita varrà la pena di essere vissuta per un uomo la libertà di movimento avrà un valore assoluto e per andare tutto tornerà utile: una bicicletta arrugginita, un paio di gambe malferme, una carrozzina. Non ci fermerà una polizza scaduta. 




mercoledì 23 gennaio 2013

Il ciclo evolutivo



E' singolare osservare come la bicicletta stia diventando un oggetto di investimenti in sviluppo al fine trasformarla in un oggetto di desideri consumistici. Con l’obiettivo, ovviamente, di spingere le vendite e acquisire nuove fette di clientela. 
Eravamo abituati a trovare la differenziazione nell'automobile. Dapprima con la velocità e le prestazioni, poi con i consumi, la sicurezza e da un po' di tempo il rispetto dell'ambiente. La stessa sorte sta toccando adesso alla bicicletta. Fino a poco tempo fa l'evoluzione tecnologica riguardava il mezzo a pedali solo nelle sue valenze agonistiche laddove l'alta tecnologia trovava applicazione solo in modelli destinati alle performance sportive, ma non in quelli destinati all'uso quotidiano. 
E sono quasi tutti ritrovati volti alla sicurezza del ciclista, segno che il ricorso alla bicicletta per il trasporto quotidiano sta crescendo su scala planetaria. Le ultime due invenzioni, a tale riguardo, sono una vernice dalla particolare proprietà che permetta alla bici di illuminarsi durante la notte senza l’ausilio di batterie o altre fonti di energie. Fosforescente, diremmo noi che non siamo avvezzi al linguaggio scientifico. L’altra trovata interessante è un dispositivo che applicato sul retro della bicicletta, oltre a fungere da luce per la circolazione, proietta sulla strada tramite un sistema a led, due righe rosse che simulano un’immaginaria pista ciclabile, con tanto di pittogramma d'ordinanza, mettendo in stato di allerta l’automobilista distratto. In attesa delle piste ciclabili vere, meglio che niente.  

lunedì 22 ottobre 2012

Ladri di biciclette 2.0



La bicicletta, non lo sa, ma sta battendo un altro record. E’ uno degli oggetti più desiderati e rubati in Italia. E non solo: è anche l’articolo che si presta meglio di qualsiasi altra cosa ad essere ricettato senza che la legge si scomodi più di tanto. Una vera pacchia per chi vuole fare quattro soldi “quasi” onestamente.
Tutti quelli che vivono nelle grandi città sanno che per ritrovare la bicicletta rubata basta andare in posti fissi e consolidati che si chiamano Porta Portese a Roma, Senigallia a Milano e Balon a Torino e, con un esborso di pochi euro, tornarsene a casa in sella senza tante discussioni. Qualcuno ogni tanto si indigna e cerca di ricorrere alla forza costituita, ma l’unica cosa che ottiene è uno sguardo di compatimento del vigile simile a quello che si rivolge ad uno che entrasse da McDonald è chiedesse se la carne è fresca o surgelata.
Il problema è serio perché una così diffusa pratica di furto ai danni della bicicletta potrebbe compromettere le potenzialità di sviluppo di questo mezzo che, non ne ho mai fatto mistero, è la soluzione alla congestione da traffico delle città che le amministrazioni comunali continuano ostinatamente a non considerare. Le quali, d’altra parte, con altrettanto  fervore, continuano a negare che il traffico sia un problema.
Il fatto è che chi espone la bicicletta per la strada con il rischio di non trovarla più al palo è proprio colui che la usa tutti i giorni per andare a lavorare, sia operaio, magazziniere, professionista o manager. Gli sportivi con mezzi da svariate migliaia di euro la loro bici praticamente se la portano a letto e per nessun motivo la lascerebbero alle mercé del ladruncolo di strada. Il bancario la bici mica se la può legare alla scrivania. Al massimo la tiene sott’occhio attraverso la vetrina (se ha la fortuna di lavorare al pian terreno).
Eppure un rimedio abbastanza drastico per risolvere il problema ci sarebbe. E ancora una volta sarebbe possibile grazie alla Rete. Cerco di descriverlo in estrema sintesi. Tutte le biciclette hanno stampigliato un numero di matricola che si trova normalmente sul fondo del tubo centrale (quello che ospita la sella, per intenderci). Va da sé che limare il numero di matricola della bicicletta è un gioco da ragazzi e nessuno, anche se siete un delinquente incallito, vi arresterà per avere viaggiato su un velocipede con matricola abrasa. Tuttavia esistono modalità molto più evolute per rendere identificabile in modo univoco un oggetto. Per esempio un chip, quella patatina dorata che si trovo ormai su tutte le carte di credito, inserito dentro la bicicletta (e quando dico dentro dico dentro, ovvero infilato in un tubo prima della saldatura) per essere poi codificato da un lettore come uno smartphone dotato di apposito software. Fra l’altro il chip "embedded"  comunicherebbe, oltre al codice assegnato alla bicicletta, altri dati importanti come data di costruzione, il produttore, il  paese di origine, le normative rispettate; tutte informazioni utili anche per evitare l’invasione di prodotti di bassa qualità provenienti dall’Oriente. E’ una volta che ho il mio codice che cosa ne faccio? Quello che siamo ormai abituati a fare per centinaia di altre attivazioni: mi registro ad un sito, che potrebbe essere gestito e certificato dall’associazione dei produttori e distributori di biciclette, e una volta che risulto identificato abbino il mio codice al mio nome. In questo modo il mio nominativo risulterà per sempre avvinghiato alla mia fedele due ruote e quando la ritroverò al mercatino mi basterà rilevare il codice con il mio telefono per sbugiardare il losco trafficante e sferzare il vigile imbelle ad intervenire.
Quando sarà giunto il momento di vendere o regalare la bicicletta all’amico, al figlio o a quello che ha risposto alla nostra inserzione su ebay basterà semplicemente che costui si registri sul sito (se è già registrato tanto meglio) mi faccia pervenire una richiesta di rilascio del codice che gli cederò quando avrò perfezionato il contratto di cessione. Un po’ come avviene per la cessione dei domini della Rete.
Semplice no? Forse anche troppo perché non ho considerato tutte le variabili in gioco e potrebbero essercene di tali da far saltare tutto il sistema. Ma ovviamente se ci fosse qualcuno disposto a parlarne con me sono aperto al confronto. Dimenticavo: scordatevi di rubarmi l’idea e diventare ricchi. Fino a quando la bicicletta sarà un mezzo libero da vincoli, tasse, assicurazioni, revisioni periodiche, controlli, e normative antinquinamento soldi intorno a lei ne gireranno sempre pochini.E meno male!

mercoledì 19 settembre 2012

Considerazioni sulla mobilità sostenibile



L’evoluzione della specie.

Darwin fu messo a dura prova quando dovette fornire riscontri attendibili sulla durata del processo evolutivo della specie. Ma quantomeno  si parlava di centinaia di migliaia di anni. Oggi è possibile assistere ad un inedito processo evolutivo, o per meglio dire, assistere a come all’interno della stessa specie alcuni individui riescano a sopravvivere adattandosi al mutato contesto mentre altri, meno duttili, soccombono. Il tutto nel giro di pochi anni. Alcuni esemplari della razza umana stanno abituandosi  a muoversi riacquistando l’uso dei mezzi propri, ovvero camminano invece di andare in macchina, vanno in bicicletta, anzi in treno e in bicicletta per spostarsi nella grande città e muoversi in piena libertà senza vincoli, restrizioni e balzelli, si portano una piccola bicicletta nel baule della macchina per parcheggiare il mezzo ingombrante ai  limiti del traffico ed addentrarsi senza il delirio delle code.  Questi individui destinati una probabile futura sopravvivenza cominciano ad elaborare il concetto che spostarsi senza ausili a motore è possibile. Senza sforzi eccessivi e a bassissimo costo. Altri invece continuano imperterriti a sedersi al volante di automobili per spostamenti di pochi chilometri. E non sopravvivranno.

L’autostop 2.0

E’ ritornato in auge il sistema dell’autostop. Non si tratta più di caricare giovani barbuti con il pollice a moto oscillante, ma di digitare il proprio tragitto abituale o occasionale su una piattaforma condivisa e aspettare che qualcuno scelga di rinunciare alla sua macchina e fare il viaggio con voi. Il classico “mi dai uno strappo visto che vai da quelle parti”.
Le regole del gioco prevedono che l’autista possa chiedere un minimo di contributo rapportato alla distanza percorsa e parte delle spese sostenute (calcolate automaticamente dal sistema), ma per rimanere fedele all’etica dell’autostop dovrebbe ricambiare con un sorriso e un arrivederci. Ma coi tempi che corrono.
L’usuale e proverbiale diffidenza reciproca fonte di dubbi che attanagliavano il passeggero e il guidatore nei pochi istanti che intercorrevano tra la frenata e la salita dell’autostoppista dovrebbero essere ora dissipati dalla possibilità di vedere in anteprima la faccia del conducente e dell’occasionale passeggero, sapere chi è, cosa fa e dove abita. Il sistema non difetta di certi accorgimenti di marketing come la possibilità di sapere in anticipo se i fumatori e gli animali sono graditi, la musica che si ascolta e gli argomenti preferiti.
Bello, ma non funzionerà. Ci sono stati in passato altri sistemi simili, ma non hanno avuto successo. Il motivo? Oggi sono ancora troppi quelli che sano disposti ad offrire il passaggio e troppo pochi quelli disposti ad accettarlo. Ma l’evoluzione di cui si è parlato prima potrebbe fare cambiare le cose a breve.
 www.blablacar.it           

L’odio di classe

Il Corriere della Sera, all’interno della sacrosanta edizione milanese, ospita regolarmente molte lettere che illustrano la feroce guerra in atto tra pedoni e ciclisti. O meglio della guerra che i pedoni  vorrebbero muovere  ai ciclisti rei di fregarsene delle leggi del traffico ed attentare alla vita dei passanti, gli unici titolati all’uso del marciapiede.  Sarà anche vero. Non sarebbe saggio negare l’esistenza di qualche scalmanato.  Ma un fatto al quale ho assistito alcuni giorni fa in una città lombarda egualmente assillata dai problemi di un traffico caotico e una mobilità demenziale mi ha dato un pretesto per, non dico schierarmi dalla parte dei ciclisti indisciplinati, ma per invitare il pedone ad essere più comprensivo nei confronti di questi. La signora attrice nella pantomina alla quale ho assistito, ha mandato male parole all’indirizzo di uno dei rari  ciclisti in circolazione che le è sfrecciato acconto sul marciapiede, peraltro largo, ma senza minimamente sfiorarla. Purtroppo la signora non ha valutato attentamente il contesto in cui si trovava: una strada completamente intasata di macchine, camion e furgoni che avanzano incolonnati coi motori accesi. Vi lascio immaginare come saranno stati contenti i polmoni della iraconda signora. Ci pensi signora: se tutti quelli chiusi in quelle macchinette puzzolenti fossero ciclisti, come quello oggetto delle sue ire,  l’aria che respira lei, i suoi figli e i suoi nipoti sarebbe migliore di quella di adesso. Che fa pure male.

mercoledì 7 dicembre 2011

La debolezza di sindaci e pedoni

Spiace constatare che gravi incidenti che hanno visto vittime due bambini siano capitati proprio in due città governate da sindaci la cui recente elezione ha suscitato folate di entusiasmo e forti aspettative di cambiamento. La Milano di Pisapia, strappata dalle mani della Moratti e la Torino di Fassino che riprende la nouvelle vague del precedente sindaco, ancora non hanno dato la sterzata decisa per eliminare il problema dei problemi delle grandi città di oggi: il traffico. Di Milano e del povero ragazzo investito dal tram ho già parlato. Di Torino e del bambino investito sulle strisce da uno scriteriato non ancora, ma temo di non avere molto da dire o da aggiungere. So solo che le Amministrazione possono fare molto di più per risolvere una questione che sembra non trovare, da qualunque parte si giri la testa, il giusto entusiasmo per tentare una soluzione radicale. E pensare che la risoluzione del problema del traffico, inteso come apposizione di limiti al traffico di veicoli privati, potrebbe generare una cascata di benefici di ritorno: la riduzione dell'inquinamento e la diminuzione dei malanni cronici che affliggono gli abitanti, la sicurezza per pedoni, ciclisti e per gli stessi automobilisti, miglioramento del contesto urbano che permetterebbe un migliore sfruttamento del patrimonio artistico ed architettonico delle città per fini turistici.
Alcuni mesi fa un mio post sosteneva la necessità di prevedere una fattispecie giuridica che implicasse anche la responsabilità oggettiva delle amministrazioni poco solerti nell'intervenire in palesi situazioni di pericolo per l'utenza più debole, come parrebbe essere il caso dell'attraversamento pedonale di Torino. Avevo suggerito di rendere civilmente responsabili i Comuni per il risarcimento alle vittime di incidenti dovuti a strisce pedonali poco evidenti perché scolorite, passaggi pedonali male illuminati o nascosti, mancanza di dissuasori che opportunamente obblighino i conducenti a rallentare in prossimità degli attraversamenti. Replicare il concetto dell'obbligo alla sicurezza per il datore di lavoro che deve essere in grado di valutare tutte le situazioni di rischio e adottare i presidi più ragionevoli.
Se vale per le aziende perché non dovrebbe valere per le città?

giovedì 24 novembre 2011

Il futuro (già visto) dei trasporti

Immaginare scenari futuri è un bel gioco di fantasia. In ognuno di noi si nascondono doti di preveggenza che, correlatamente al nostro  livello di creatività e conoscenza, ci portano a fare previsioni su come potrebbero evolversi le cose in un futuro più o meno prossimo.
Giulio Verne ha narrato situazioni ed eventi che si sono puntualmente verificati a distanza di anni, compresa la condotta di vita alienata di un immaginario uomo dell’anno 2000, racconto che ben pochi hanno letto in quanto fu uno dei pochi manoscritti che il suo storico editore Hetzel non volle pubblicare poiché ritenuto non in linea con le aspettative dei lettori. Il futuro doveva essere solo benessere e felicità. Arthur Clarke, un altro visionario che ha puntato gli occhi verso gli abissi siderali immaginando trame che hanno fatto da sfondo a capolavori come il film “Odissea nello Spazio”, ha anche lui immaginato il verosimile sviluppo dei viaggi interstellari sbagliando, alla riprova dei fatti, la contestualizzazione temporale, benché avesse, rispetto a Verne, molti più elementi certi sui quali basare le proprie previsioni. Ma a differenza delle visioni immaginarie sul futuro dei nostri vicini antenati, non sarà più la “gaia scienza”, quel meraviglioso, impetuoso, inarrestabile angelo dello sviluppo scientifico e tecnologico che farà da promotore verso il progresso e il benessere dei popoli. Sarà, a mio vedere, il contrario. O meglio toccherà alla tecnologia “d’antan” somministrare la carica di energia per prefigurare scenari futuri. E ciò in ragione che lo sviluppo tecnologico dei tempi nostri non sembra portare a nulla di buono in determinati ambiti di applicazione. Uno di questi è senza dubbio il settore dei trasporti.
Lo sviluppo della motorizzazione di massa è stata fortemente alimentata dalla crescita di nuovi ritrovati tecnologici applicati alle automobili. Da alcuni anni la mancanza di applicazione di limiti alla proliferazione del tasso di auto pro-capite ha comportato situazioni di congestione particolarmente evidenti nel nostro Paese. Inoltre l’abiura che le case produttrici hanno universalmente professato nei confronti di motori a zero emissioni sta causando danni che potrebbero essere irreversibili nel giro di pochi anni. Come è possibile infatti che nessun produttore di auto abbia intrapreso strade diverse per sviluppare modelli spinti da motori elettici quando questa forma di alimentazione era già sufficientemente evoluta agli inizi del secolo scorso? Oggi ci si sta arrivando, ma non è forse un passo indietro?
Torniamo  a parlare di automobili. Il prezzo dei carburanti è destinato a salire nei prossimi anni: questo per due motivi principali: uno fisico dovuto all’esaurirsi delle riserve conosciute e alla sempre più scarsa propensione ad investire per ricercarne di nuove; il secondo è speculativo in quanto il petrolio verrà venduto a chi offrirà di più per averlo e in questo momento chi offre di più sono le economie emergenti di Asia e Sud America. Almeno Europa il destino dell’automobile è segnato, ma molti fanno finta di non saperlo.
Preoccupiamoci del dopo. Volenti o nolenti l’auto dovremo, se proprio non ce ne vorremo separare, dimenticarcela e fare ruotare le nostre modalità di trasporto in un modo totalmente diverso. Arrangianodoci o auspicando che i Governi abbiamo pensato in tempo. In più occasioni in questo blog ho sostenuto la centralità della bicicletta per la risoluzione dei problemi del traffico cittadino, soluzione che ancora stenta a farsi strada nei pensieri degli amministratori per incapacità di trovare soluzioni o forse per eccessive doti di preveggenza dato che una volta che tutti decideranno di rinunciare all’auto perché troppo dispendiosa, non ci sarà più bisogno di piste riservate. L’inettitudine degli amministratori nei confronti del problema del traffico può essere scavalcata attraverso il recupero delle antiche modalità di trasporto, apparentemente cancellate dalla frenetica galoppata dell’automobile. Per esempio i medi e piccoli centri urbani che in termini assoluti soffrono più delle metropoli i disagi della congestione del traffico hanno a disposizione un inestimabile tesoro da recuperare. Mi riferisco alle ferrovie dismesse o poco sfruttate che potrebbero tornare a funzionare come metropolitane leggere con corse in grado di raccogliere i pendolari di frazioni o comuni limitrofi che per venire in città non hanno alternative alle auto. Penso per esempio alla Asti-Chivasso, la Asti Casale e le linee che puntano verso la Liguria che vedono la frequentazioni di pochi treni al giorno quasi sempre desolatamente vuoti. Ebbene piccoli convogli navetta che percorrono le tratte periferiche della linea possono essere messe a disposizione degli abitanti per raggiungere il centro. Politiche di abbonamento e incentivi alla rinuncia al mezzo privato, promozione del car-sharing possono fare il miracolo e liberare le città dal delirio di un traffico ormai fuori controllo. Tenuto conto che nel corso della seconda metà del XIX secolo e nei primi due decenni del XX secolo furono moltissime le città italiane, sia a Nord che a Sud, che si dotarono di linee ferroviarie locali, la messa in pratica della soluzione che ho prospettato potrebbe trovare applicazione in molti aree urbane d’Italia.
La modalità di spostamento più consona alle città è muoversi a piedi. Se proprio vogliamo velocizzarci possiamo predisporre dei marciapiedi mobili (si, proprio come immaginava Giulio Verne) come d’altra parte troviamo negli aeroporto, dove, senza che ce se ne accorga e senza che nessuno si lamenti, si percorrono a piedi parecchie centinaia di metri ancorché spostandosi  con pesanti ed ingombranti carrellini al traino.
La bicicletta deve diventare il minimo comune denominatore delle politiche di spostamento in ambito regionale. Perché non dotare tutti i mezzi di trasporto collettivo come treni, autobus, metropolitane di idonei alloggiamenti che rendano facile ed immediato il trasporto della bicicletta al seguito? Le piste ciclabili, a vedere lungo, in buona parte esistono e sono i tragitti ferroviari, tramviari e metropolitani che ogni giorno portano migliaia di pendolari dalla periferia al centro.
La riduzione del traffico privato o comunque di automezzi spinti da carburanti fossili, aprirà anche la strada per una nuova visione del trasporto merci. Le autostrade saranno sempre più vuote e libere al punto che una sola corsia potrebbe bastare a smaltire le poche auto circolanti. Allora perché non usare le corsie ridondanti per impiantare un sistema a cremagliera abilitato al trasporto di container e altre merci? Mi immagino un sistema di piattaforme destinate ad ospitare le merci che girano ininterrottamente come il nastro trasportatore dei bagagli in aeroporto. Ovviamente tutto su scala maggiore. Un sistema informatico gestirà la destinazione e in prossimità dello svincolo d’uscita il container verrà sganciato e caricato su un veicolo elettrico che lo porterà a destinazione. Ovviamente nulla osterà che l’infrastruttura realizzata possa anche servire per il trasporto di persone, magari su brevi distanze e per spostamenti in ambito metropolitano, ingaggiando un regime di concorrenza con la linea ferrovia. Questa “ferro strada” sarà opera congiunta dell’ente proprietario delle strade, le grandi aziende di logistica e trasporto e le amministrazioni territoriali locali. Anche qui nulla di nuovo sotto il sole dato che si tratta di aggiornare il vecchio sistema della trazione a cremagliera inventato e collaudato più di 150 anni fa.
La ferrovia deve diventare il canale principale di flusso anche per le merci e non solo per le grandi necessità legate alla logistica industriale, ma anche per il fabbisogno di imprese locali, amministrazioni e privati. Gli scali merci che oggi sono in situazioni di degrado dovrebbero essere ripristinati e diventare i punti di smistamento per le consegne in ambito cittadino effettuate mediante veicoli leggeri a trazione elettrica. Questa soluzione permetterebbe l’eliminazione delle centinaia di camioncini che corrono forsennatamente nelle strade urbane delle nostre città per trasportare merci dal centro terminale locale, usualmente ubicato in periferia, verso l’utenza commerciale prevalentemente localizzata in centro. Abbiamo la fortuna di avere stazioni ferroviarie nel cuore delle città e non le usiamo.
Un enorme problema che dovremo sicuramente affrontare una volta raggiunto il momento di stop all’auto privata sarà lo smaltimento del parco automezzi che nessuno userà più. Adesso ci pensano i centri di riciclaggio che smontano, differenziano e rigenerano  i materiali dei mezzi arrivati allo stadio finale. Tenuto conto però che se nessuno vorrà più acquistare auto, logicamente nessuno sarà disposto a costruirle, il business del recupero dei rottami non sarà più conveniente e l’attività  di smaltimento risulterà oltremodo dispendiosa. Immagino che i Governi dovranno intervenire con politiche ad hoc e stanziamenti elevati per impedire una quasi certa catastrofe ecologica.
L’ultima previsione riguarda il traffico aereo dove, almeno per volare, non c’è stata un sovraffollamento di mezzi privati. È facile immaginare che il costo dei carburanti contribuirà ad un aumento dei prezzi dei passaggi e che le economie gestionali che in questi ultimi anni hanno dato origine al fenomeno dei voli low-cost non potranno fare più di tanto per calmierare il costo dei biglietti. L’alternativa più conveniente alla tratta di medio raggio tornerà ad essere il treno, tenuto anche conto che offrirà maggiori possibilità di intermodalità, ma è probabile che grazie al flusso migratorio degli ultimi anni che ha visto popolazioni di Paesi alquanto remoti come Africa sub-Sahariana, Africa equatoriale, Asia centrale ed Estremo Oriente le compagnie possano intravedere in questo nuovo target i potenziali fruitori e a tale proposito escogiteranno nuove strategie di marketing. Questo  ovviamente compatibilmente con le prospettive di benessere e sicurezza economica che offrirà il Paese ospitante.

martedì 8 novembre 2011

Lettera a Giacomo

A Milano un ragazzino di dodici anni ha perso la vita investito da un tram. Stava tornando da catechismo, una semplice attività quotidiana che fanno tutti i nostri figli. Pedalava sulla sua bicicletta, in un viale semicentrale di Milano reso insidioso dai binari del tram che diventano micidiali quanto piove. E quel giorno pioveva. Scansava le macchine parcheggiate in divieto di sosta che quel giorno erano numerose come al solito. Per scantonare uno sportello aperto maldestramente ha perso l’equilibrio proprio nel momento in cui su quelle rotaie a cui faceva tanta attenzione, passava il tram arancione.
Caro Giacomo, la tua vita è finita in modo stupido e scellerato e io sono triste per la tua giovane esistenza che se ne va e per il dolore indescrivibile che vivranno i tuoi genitori, i tuoi amici, i tuoi insegnanti. Ma vorrei dirti qualche cosa di come sarebbe stata la tua vita di ciclista perché mi piace pensare che tu su quei pedali avresti trascorso ancora tanti anni. Mi aiuta a vederti ancora felice pensare al tuo desiderio di allargare l’orizzonte dei tuoi tragitti abitudinari e scoprire nuove strade, nuovi quartieri. Coscienzioso ed attento come dicono che sei sempre stato, con le mani ben salde sul manubrio della tua mountain-bike a guardare il mondo sempre più vicino. E poi più grande fare le gite con lo zaino e le borse sul portapacchi; il treno sul quale avresti caricato la bicicletta o forse no perché saresti stato forte e resistente e allora le trasferte te le saresti fatte tutte in sella pedalando. E poi, chissà, avresti girato qualche Paese che ha fatto della bici quasi una filosofia di vita e allora saresti tornato a casa con tante idee e tanti progetti per la tua città. O magari un campione, addirittura! Uno di quelli di un tempo e avremmo commentato una tua foto famosa dicendo che quello che passa la borraccia al grande rivale eri senza dubbio tu perché nella vita sei sempre stato generoso.
In ogni caso, sono quasi sicuro che saresti diventato un grande fanatico della bici anche perché avresti cominciato ad assaporare quel senso di superiorità che hanno tutti quelli che sono stati abituati da piccoli a muoversi sulla sella. Ti saresti mosso sicuro e veloce in mezzo al traffico passando in mezzo ai fiumi di macchine che, ne sono altrettanto sicuro, sarebbero state ancora troppe anche quanto saresti diventato grande perché il problema del traffico a Milano nessuno sarà stato in grado di risolverlo.
Anche se molti nuovi sindaci avranno fatto il loro bel giro in bicicletta a promettere tante piste ciclabili che puntualmente non si sarebbero mai costruite e nonostante le promesse che tragedie come la tua non si sarebbero mai più ripetute.
Ti scrivo questa lettera perché io tutte queste cose con la bicicletta le ho fatte e continuo a farle, ma solo perché sono quando io ero piccolo come te c’erano meno macchine che giravano; nella mia città non c’erano le rotaie del tram e i vigili erano severissimi con chi parcheggiava male la sua automobile. Allora i sindaci non promettevano le piste ciclabili perché le cose che i cittadini volevano erano altre, anche se oggi anche da me cominciano a costruirle.
Nella tua città quelli che prometteno le piste ciclabili e poi non le fa, non sono necessariamente persone cattive o negligenti, ma non sono come noi, caro Giacomo, appassionate delle bicicletta. Semplicemente perché se lo fossero capirebbero che non si possono fare circolare i ciclisti sulle strade dove passano i tram perché è pericoloso. E se non fanno le piste ciclabili per proteggere chi va in bici è solo perché questo rischio non lo avvertono, non lo capiscono.
Come non capiscono che le strade devono essere più sicure per chi va a piedi. Soprattutto i bambini come te che vanno a scuola e che troppo spesso vengono investiti sulle strisce da chi guida senza cervello. Ti faccio una domanda Giacomo: è ricco un Paese che non è in grado di proteggere i propri bambini? E’ possibile avere tutto e non avere una cosa così importante?
Per me il sindaco di Milano è una brava persona; penso che sia veramente dispiaciuto di quello che è successo e farà il possibile per aiutare tua mamma e tuo papà. Ma se fosse veramente un bravo sindaco, subito, il giorno dopo appena arrivato nel suo ufficio, sai cosa dovrebbe fare secondo me? Prendere tutte le scartoffie che ha sulla scrivania (anche quei progettoni importanti che costano tanti soldi) e con un braccio, come il tergicristallo della macchina, buttarle per terra e dire ai suoi collaboratori: voglio che da oggi si costruisca la più estesa rete di piste ciclabili di tutta l’Italia; anzi d’Europa. Ma che dico del Mondo. Su mettetevi al lavoro!
Cosa facciamo Giacomo, ci crediamo?

domenica 16 ottobre 2011

Mobilità e progetto comune. Si cercano adepti.

Arrivare in una città per lavoro, per turismo, da soli o con la famiglia e potere disporre sempre di un mezzo di trasporto che ci permetta di muoverci liberamente senza il bisogno di mezzi pubblici, taxi o altro. Senza spendere una lira.
Possibile? Adesso no, ma potrebbe diventarlo in futuro e se si concretizzasse  veramente sarebbe un successo della Rete, intesa nella duplice accezione della catena volontaristica che attua progetti di interesse comune e, ovviamente, di Internet.
L’idea è semplice: mettere a disposizione di chi viaggia in treno (ma anche in macchina se almeno rinuncerà ad utilizzarla in città) le vecchie biciclette che stazionano nei garage, nelle cantine e nelle soffitte degli italiani. Una volta rimesse in efficienza, renderle disponibili presso locali in prossimità della stazione (per esempio gli scali merci, ormai quasi tutti in disarmo) dei parcheggi di prossimità delle grandi città e offrirle a chi le userà per le proprie necessità.
A titolo gratuito. Rigorosamente gratuito. Non ci saranno tariffe a ora, abbonamenti, cauzioni, contributi, omaggi, mance. Niente. Perché solo se non circolerà una lira un’iniziativa di interesse comune avrà successo.
Cosa serve? Innanzitutto un promotore locale . Uno per ogni città o distretto che si attivi per mettere in piedi il sistema e che lo sorvegli affinché non vadano perse le finalità originarie.
Declinato in azioni, sarà necessario che ci si attivi per trovare le vecchie biciclette (ogni cantina ne dispone di almeno una o due di tutte le fogge e misure), rimetterle a posto e renderle disponibili alle necessità di chi predilige il mezzo a due ruote sempre e in ogni circostanza
Chi sosterrà i costi sono solo coloro che aderiranno all’iniziativa su base volontaristica. Questi oneri consisteranno innanzitutto nel tempo impiegato per cercare coloro che metteranno a disposizione le biciclette dismesse, il ripristino di queste, la ricerca dei locali in prossimità della stazione e il tam-tam per diffondere sulla rete l’iniziativa, ricercare nuovi adepti e allettare potenziali utilizzatori. I quali, al loro volta saranno i più entusiasti ambasciatori in patria dell’iniziativa. E quale sarà il tornaconto a fronte di tutta questa profusione di impegno? La possibilità di beneficiare dell’utilizzo di una bicicletta messa a disposizione da qualcun altro da qualche altra parte. Per chi ci crede può essere vantaggioso.
Per coloro che sono larvatamente portati a pensare che il mio progetto pecchi di eccessivo e distaccato disinteresse, posso affermare che agli inizi degli anni ’80 ho girato tutti gli Stati Uniti (due mesi in lungo e in largo) usufruendo dell’ospitalità gratuita di persone che aderivano idealmente alle finalità di Amnesty International. Non mi è stato chiesto un contributo, una tessera, un’ affiliazione o un atto di abiura. Solo un sincero scambio di idee e una reciproca disponibilità a ricambiare l’ospitalità un domani prossimo o remoto. Un assegno in bianco che ancora adesso, dopo molti anni, è pronto all’incasso. Servas, questo è il nome dell’associazione, esiste ancora oggi e sebbene non circoli denaro continua a corrisponde ospitalità a chi è disposto ad aprirsi agli altri, sia che si tratti dei viaggiatori o di chi offre disponibilità.
Il sistema a cui sto pensando è impostato sui medesimi principi: un’idea comune, la volontà di condividerla e lo sforzo per renderla pratica. Oggi tocca a me, ma domani potresti essere chiamato anche tu a fare lo stesso.
Questa è l'idea. Se ci sono adepti. si può entrare nei dettagli.

martedì 11 ottobre 2011

Com'e giovin la bicicletta!

"Com'è giovin la terra" disse l'ottimo abate Zanella contemplando il fossile. E sulla falsariga dello studioso vicentino ci va di commentare il beffardo il destino della bicicletta. Se si pensa che tra la scoperta della ruota e l’invenzione della bicicletta, quella nella sua forma attuale con i pedali che trasmettono il moto al pignone della ruota posteriore, sono passate molte migliaia di anni sorge spontaneo chiedersi come mai si sia fatto trascorrere così tanto tempo senza che nessuno arrivasse al fatidico “eureka”. Leonardo invero aveva visto giusto, ma già allora qualcuno aveva convenuto che non valeva la pena investire più di tanto su quel veicolo a due ruote e il progetto tornò nel dimenticatoio. Per riapparire qualche secolo dopo, siamo alla fine del ‘700, ma l’assenza dei pedali che ne garantiva la semovenza faceva si che il cavallo risultasse comunque ancora più pratico. Per giungere a quel meraviglioso strumento che ancora oggi non ha rivali nell’ottimizzare le energie per profuse dall’uomo per spostarsi, bisognerà arrivare quasi alla fine del secolo XIX. Ma, destino bieco e sciagurato, chi si trova la bicicletta a contenderle il primato di mezzo di trasporto del domani? Lei, la famigerata automobile. Per ironia della sorte la bicicletta è nata assieme al mezzo di trasporto a motore termico, ma da allora, e sono passati più di cento anni, un vero rapporto di pacifica convivenza non si è ancora riuscito ad instaurare. Eppure sarebbe bastato un briciolo di immaginazione in più per arrivare a concepire la bicicletta, uno strumento geniale come la ruota, ma semplice e replicabile stesso tempo. Talmente semplice che se ne sarebbe sicuramente potuta costruire una già dai tempi della civiltà egizia: Iegno per il telaio, una cinghia di pelle per la trasmissione come anche una pelle cucita in modo da assomigliare ad un copertone come ruota. Volete proprio che quei diabolici ingegneri egizi che tiravano su le piramidi senza neppure chiedere aiuto agli extraterrestri non fossero in grado di inventarla. No, niente. Allora gli etruschi, geniacci italici bravi a lavorare il ferro e abili nel concepire macchine e congegni? Niente, neanche loro. E così i fenici, i Maya, neppure i cinesi, neppure loro. E i barbari? Suvvia! Sempre alla ricerca di modi per spostarsi più velocemente possibile, ma niente neanche loro, sempre in sella a quel cavallo. Pazzesco! Un’invenzione che stava dietro l’angolo della storia e che avrebbe potuto sicuramente cambiarla. E allora proviamo ad immaginarci questa ucronia basata sulla bicicletta. Partiamo dal mondo classico: la maratona non sarebbe diventata la gara podistica, ma sarebbe stata un percorso ciclistico neppure tra i più impegnativi, nel senso che Filippide per comunicare la vittoria agli ateniesi avrebbe preso sicuramente la bicicletta piuttosto che farsi tutti quei chilometri a piedi. E sarebbe sopravvissuto. Passando poi all’epoca romana è fuori di dubbio che Annibale sarebbe stato l’inventore della mountain bike e Giulio Cesare avrebbe raggiunto i territori della Gallia in ancor meno tempo di quanto normalmente impiegava. Ma forse già allora i francesi si sarebbero incazzati. Il rovescio della medaglia è che non ci sarebbero state le corse con le bighe con grande rammarico dei produttori dei kolossal hollywoodiani. Non parliamo di Gesù che avrebbe aumentato la sua zona di influenza superando quelli che sono gli attuali confini della Terra Santa e risparmiandosi anche molte paia di sandali. E San Francesco quanta gente in più avrebbe potuto convertire alla sua regola se si fosse spostato in bicicletta? Che destino avrebbero avuto i grandi esploratori se avessero potuto spostarsi con la bicicletta? Marco Polo se non fosse andato in Cina in bicicletta, sicuramente da colà ci sarebbe tornato perché i cinesi avrebbero potuto già potuto inventarla. Sarebbe andata male invece con la scoperta dell’America perché Colombo avrebbe provato a “buscar el ponente por el levante”, ma si sarebbe fermato davanti allo stretto di Bering, rinunciando a scoprire il nuovo continente. Bicicletta o no, i conquistatori spagnoli non avrebbero, per fortuna, fatto più danni di quanto in realtà fecero perché sarebbe stato poco agevole pedalare nella foresta pluviale, soprattutto tenendo conto dell’indolenza dei notabili spagnoli dell’epoca. Anche l’iconografia classica ne avrebbe portato le conseguenze: un San Giorgio in bicicletta che inforca il dragone non sarebbe stato così metafisico come quello che poi in definitiva è, ma sicuramente più pratico. E che impressione farebbe ai romani(d’oggi) un Marco Aurelio in bicicletta? Il Giro d’Italia sarebbe oggi una rievocazione storica,i corridori figuranti come in un’edizione del palio di Siena o di Asti; i ciclisti avrebbero opportunità di specializzazione alla pari dei liutai che riscoprono e costruiscono strumenti ormai perduti. Ma tutto questo è irreale; la realtà ci dimostra che la bicicletta non è così vecchia, anzi è ancora giovane e con un grande futuro davanti a se. Sono convinto che sopravvivrà alla sua storica antagonista.

venerdì 17 giugno 2011

Il vicesindaco senza amici ciclisti


In un mio precedente post che avevo intitolato “La bicicletta, quanta vergogna su quelle due ruote” avevo cercato di spiegare i motivi che hanno ostato alla diffusione in Italia di questo mezzo fantastico. Escludendo i fattori esogeni quali l’orografia e il tempo meteorologico (la zona più flagellata dal traffico è la pianura Padana per sua natura piatta e con 8 mesi di clima sopportabile all’anno), mi ero concentrato sulla psico-sociologia della bicicletta e i fantasmi di povertà, sofferenze e privazioni della vita contadina e operaia che a noi italiani, per più lungo tempo rispetto agli altri Paesi europei con i quali amiamo rapportarci, hanno significato.
Ma il tempo passa e le ferite e le umiliazioni si affievoliscono, le classi si emancipano e si dovrebbe essere portati a scoprire che se le condizioni di vita di allora erano penose, la bicicletta faceva il possibile per alleviarcele. La libertà, l’indipendenza, la scoperta (a questo proposito vi consiglio di leggere le sensazioni raccontate da Pasolini in Amado mio durante la gita a Caorle) che il mezzo a due ruote ha donato avrebbero dovuto legittimare la bicicletta a riacquistare un posto di rilievo nelle politiche di mobilità dei governi che si sono succeduti negli anni. Invece no, anzi a leggere quello che succede a Brescia sembrerebbe che i fantasmi del passato siamo sempre pronti a farsi vivi. Il vicesindaco della città lombarda, infatti, il leghista Fabio Rolfi, delegato per la mobilità è l’artefice di una ordinanza che prevede che per preservare il decoro urbano (sic) tutte le biciclette che verranno trovate parcheggiate legate al classico palo o alla cancellata, siano rimosse. La norma di per sé è in pieno accordo con il codice della strada, soprattutto se, come sostiene lo zelante amministratore, ci sono rastrelliere per tutti. Sicuramente, ma la questione che hanno sollevato i suoi concittadini che usano la bicicletta e che hanno molte più occasioni di vedere quello che succede sulle strade rispetto a chi consulta i codici, è che auto, furgoni, SUV e scooteroni sono dappertutto (e non solo a Brescia) senza che nessuno si senta nel diritto di gridare all’oltraggio del pubblico decoro.
Che poi, diciamola tutta, non è la bicicletta a dare fastidio. E’l’andare in bicicletta, neppure per sport, ma semplicemente per muoversi che irrita. E’ il fatto di fare una scelta libera, naturale senza i condizionamenti della pubblicità che ci vorrebbe obbligare a comprare una macchina per ogni occasione. E’ l’immunità che il ciclista ha nei riguardi di multe da divieto di sosta (attenzione però a Brescia), è il fatto che arriva prima che è più allegro, più sano.
Ma è sicuro il vicesindaco di Brescia di non avere nessun conoscente che va in bicicletta? Non poteva chiedere prima a lui?
Vi segnalo l’articolo de “La Stampa”.

sabato 27 novembre 2010

Il traffico urbano. Alcuni consigli per ridurlo.


A Milano, un residente su due dichiara di preferire la propria auto per andare a lavorare. E' veramente incredibile che nessuna politica di trasporto pubblico, nessun ecopass e tutte le ammonizioni dell'Unione Europea abbiamo portato la cittadinanza ad avvertire il peso e le conseguenze dei propri comportamenti.
Questo primato rende il capoluogo lombardo una delle città più congestionate ed inquinate al mondo, ma soprattutto evidenzia le manchevolezze dell’amministrazione comunale che brilla per scarsa inquietudine verso il problema e, al di là dei proclami, per totale assenza di idee.
Io invece qualche ideuzza l’avrei. Niente di sofisticato. Niente che apra i cancelli a grandi lavori, grandi appalti e grandi imprese. Solo qualche accorgimento che nasce da un’osservazione, molte volte forzata, di come il traffico posso essere parzialmente eliminato mediante semplici ed economici accorgimenti e provvedimenti.
Ve li illustro scandendo la giornata dell’automobilismo forzato:
La scuola: accompagnare i bambini, soprattutto se ancora piccoli, è la prima incombenza giornaliera del genitore automobilista. Le scuole non hanno parcheggi perché giustamente a scuola vanno bambini e ragazzi che non guidano.
Tuttavia davanti alle scuole di tutta Italia alle 8 si formano degli ingorghi spaventosi di genitori automobilisti che vorrebbero accompagnare i propri figli, non a scuola, di più: al banco se fosse possibile. Normalmente i vigili si aggirano nei paraggi, non per dirimere gli ingorghi, ma per satollarsi di multe durante quei 5/10 minuti di auto malamente parcheggiate per potere accompagnare, a piedi stavolta, i figli a scuola.
Soluzione proposta: alcuni aeroporti e stazioni nordeuropee hanno istituito le “kiss zones” che sono dei parcheggi dove chi accompagna qualcuno che deve prendere un treno o un aereo può fermarsi giusto il tempo di un saluto, un bacio appunto. Esaurite i brevi convenevoli si riparte senza pagare nulla e senza creare ingorghi. Come si può applicare nel caso di una scuola?. Creare una kiss area davanti alla scuola dove i bambini, dopo il bacio a mamma e papà scendono velocemente dalla macchina che altrettanto velocemente disimpegnerà la zona adibita per fare spazio ad altre automobili. I bambini vengono sorvegliati ed inquadrati da un nonno vigile che ad ondate li accompagnerà dentro la scuola. Lo stesso all’uscita da scuola. Costi: disegnare le strisce per terra mettere qualche cartello, formare i nonni vigili che svolgeranno la loro opera in qualità di volontari.
I comuni poi dovrebbero incentivare il “pedibus”, ovvero gruppi di bambini guidati da adulti o ragazzi volontari che percorrono determinati itinerari coinvolgendo nella carovana altri bambini che si aggiungono strada facendo. Questa iniziativa è tanto bella quanto poco utilizzata. Sei comuni incentivassero maggiormente il ricorso al pedibus avremmo bambini più sereni, più sani, più rispettosi dell’ambiente. I genitori sarebbero meno stressati e rassicurati dal fatto che i bambini sono controllati. Il traffico, ovviamente, ne gioverebbe. Come dicevo, malauguratamente, queste iniziative non hanno molto successo e dopo poco tempo cadono nel dimenticatoio. A mio avviso per incrementare il ricorso è necessario coinvolgere gli insegnanti. I presidi di istituto quanto presentano i servizi che la scuola offre ( i cosiddetti “open school”) dovrebbero fare presente che esiste un servizio di accompagnamento sorvegliato dei ragazzi. Gli insegnanti dovrebbero fare comprendere ai genitori che la valutazione generale dell’alunno dipenderà anche dal grado di partecipazione a queste attività.
I motorini: l’Italia vanta una percentuale di minorenni motorizzati unica al mondo. E’ veramente incomprensibile che in un Paese come il nostro dove l’apprensione materna nei confronti dei figli sfiora il patetico si permetta a dei giovani immaturi di scorazzare su piccoli e fragorosi bolidi semplicemente per andare a scuola o effettuare spostamenti che potrebbero essere tranquillamente affrontati a piedi o in bicicletta. L’approccio precoce allo spostamento motorizzato è deleterio per la salute, per il traffico per l’inquinamento. Un ragazzino che corre oggi in motorino, sfreccerà domani su una moto o su una macchina più potente appena avrà l’età per guidarla. Il ricorso al motorino è diseducativo innanzitutto perché è inutile, dispendioso, pericoloso ed inquinante. Le scuole dovrebbero precludere ai motorini l’ingresso all’interno dei cortili e provvedere a fare rimuovere i mezzi parcheggiati in modo irregolare davanti alla scuola. Gli insegnati, anche in questo caso, dovrebbero fare capire ad alunni e genitori che chi preferisce venire a scuola a piedi o in bicicletta è maggiormente apprezzato.
Le attività pomeridiane: le attività ricreative, sportive ed educative svolte dai nostri ragazzi il pomeriggio obbligano i genitori a ulteriori sedute al volante per accompagnare ed andare a prendere i ragazzi ai corsi di tennis, nuoto, calcio, musica, danza. Tanto traffico inutile oltre ad essere una delle principali cause di stress dei genitori. La soluzione anche in questo caso potrebbe essere semplice: obbligare gli organizzatori dei corsi a munirsi di adeguati automezzi come pulmini per andare a prelevare a domicilio gli allievi e gli atleti. I maggiori oneri sostenuti dagli organizzatori dei corsi verrebbero ripagati da una piccola quota incrementale per pagare i costi del leasing degli automezzi. Inoltre il tempo di percorrenza dall’abitazione al luogo dove l’attività viene svolta potrà essere impiegato per attività di ripasso, preparazione e rendicontazione della attività svolte. Lo stesso ovviamente al ritorno. I comuni potrebbero fare la loro parte offrendo i propri mezzi come per esempio gli scuolabus inutilizzati nel pomeriggio.
La bicicletta: la bicicletta è il mezzo che è potenzialmente deputato a risolvere il problema del traffico e dell’inquinamento. Tuttavia essa continua ad essere avversata. Non direttamente, ma indirettamente in quanto la generalizzata resistenza delle amministrazioni nel creare contesti favorevoli alla circolazione su due ruote non ne favorisce la diffusione e non contribuisce a sviluppare un atteggiamento benevolo nei suoi confronti.
Alcune amministrazioni hanno investito in piste ciclabili e oggi stanno raccogliendo i frutti di queste politiche lungimiranti. Altre stanno cercando di recuperare il tempo perduto. Molte altre invece, come il Comune di Milano, non hanno ancora deciso cosa fare se non sporadiche iniziative che hanno più un sapore propogandistico piuttosto che tangibili segni di un deciso impegno verso modelli originali di mobilità sostenibile.
Senza considerare le piste ciclabili il cui sviluppo dovrebbe assecondare logiche centripete e non centrifughe – i flussi di pendolari vanno dalla periferia al centro città e pertanto non serve costruire piste ciclabili solo in centro, possono coesistere altri strumenti per facilitare la dissuasione all’uso dell’auto. Per esempio se la rete di percorsi ciclabili è insufficiente o non serve zone ad altra densità di traffico, come scuole, ospedali, uffici e tribunali si possono studiare itinerari stradali che in determinati orari della giornata risulteranno essere completamente chiusi al traffico motorizzato. Se la conformazione orografica della città presentasse rilievi di una certa entità (per esempio Roma) tali da rendere impegnativa la percorrenza in bicicletta da parte di persone poco allenate, autobus urbani in disuso opportunamente adattati e resi conformi alle normative sulle emissioni, potrebbero essere rimessi in strada per svolger servizio navetta traghettando bici e ciclisti fin sulla sommità del pendio.
Il connubio treno-bicicletta è un’altra frontiera verso la quale le amministrazioni si avventurano con un certo timore. Eppure se si riuscisse a riversare sulla rotaia solo un quarto del traffico veicolare in entrata in una città come Milano, i problemi di traffico e inquinamento potrebbero essere visti sotto una luce diversa. La possibilità di trasportare la bici al seguito è un’opportunità interessante che non viene adeguatamente promossa e sfruttata. I comuni che ricevono consistenti flussi di pendolari dovrebbero attivarsi lavorando di concerto con le aziende e con le ferrovie per favorire il ricorso da parte dei pendolari al treno fino a offrire a condizioni particolarmente vantaggiose abbonamenti ferroviari mensili abbinati alla possibilità di trasporto della bicicletta. Le ferrovie, per contro, dovranno impegnarsi a sostenere l’onere delle municipalità per lo sviluppo della rete di piste ciclabili. Questa auspicabile collaborazione tra aziende ferroviarie, amministrazioni locali e aziende potrebbe portare alla creazione di consorzi finalizzati alla progettazione e realizzazione di sistemi integrati di viabilità sostenibile.
Sempre dalla ferrovia potrebbe arrivare un grandioso aiuto a quei capoluoghi di provincia o di regione di medie dimensioni che soffrono di problemi di traffico ormai peggiori delle metropoli. Mi riferisco alla possibilità di adibire i tratti sub-urbani delle linee ferroviarie di terzo livello (ce ne sono tantissime in Italia, ancora efficienti, benché sottoutilizzate) a metropolitane leggere con l’intento di offrire una valida alternativa al mezzo privato per raggiungere il centro. I convogli adibiti al servizio, inoltre, dovrebbero disporre di un carro merci per il trasporto di merci destinate alle attività commerciali del centro, liberando le città dal traffico di veicoli commerciali che risulta essere sempre più intenso, inquinante, pericoloso. Quest’ultima possibilità permetterebbe il recupero dei suggestivi scali merci che per anni hanno sostenuto i traffici di merci del nostro Paese e ora giacciono in desolato abbandono.
Limitazione all’uso del mezzo privato: anni fa venne introdotto in azienda la figura del mobility manager, un ruolo aziendale che attraverso convenzioni con le amministrazioni locali, le aziende di trasporto e i sindacati avrebbe dovuto armonizzare ed ottimizzare gli spostamenti dei dipendenti e collaboratori con l’intento di diminuire il ricorso al mezzo privato. La totale mancanza di esempi virtuosi di applicazione di queste direttive mi porta a pensare che l’esperimento sia stato abbastanza deludente. Questo per la semplice ragione che l’adesione avviene su basi volontarie e il distacco degli italiani dal proprio mezzo motorizzato e dalla supposta sensazione di indipendenza che procura continua ad essere molto difficile. A mio avviso il problema della mobilità potrà essere risolto solo con efficaci provvedimenti che limitino sostanzialmente la facoltà di avvalersi dell’auto propria come alternativa al mezzo pubblico. A sostegno di quanto affermo, ripropongo il dato riscontrato a Milano, dove esiste un sistema di mezzi pubblici tutto sommato valido e efficiente, una persona su due preferisce la propria auto per andare a lavorare. Fino a che esisterà la possibilità di scegliere il problema non potrà essere risolto: a Londra se voglio andare in centro sono costretto ad andare coi mezzi, a piedi o in bicicletta o essere uno sceicco saudita. A Milano posso andare in centro pagando un controvalore tutto sommato abbordabile. Sempre in Gran Bretagna la possibilità di andare allo stadio in macchina è preclusa, semplicemente perché gli stadi non hanno più i parcheggi, ma solo servizi pubblici efficienti.
La propensione all’uso del mezzo proprio è un aspetto culturale: educando le nuove generazioni ad una visione più rispettosa dell’ambiente sarà più facile mettere in pratica politiche di mobilità collettiva e sostenibile senza pericolo che queste vengano avversate. L’educazione dovrebbe partire dalla scuola insegnando a bambini e ragazzi che una crescita incontrollata della mobilità individuale non è più sostenibile. Sarebbe inoltre opportuno innalzare l’età per permettere ai ragazzi di guidare motorini o altri mezzi a motore o di limitare gli spostamenti motorizzati solo in determinate circostanze o a fronte di particolari necessità. Un provvedimento doveroso anche per la salvaguardia dei giovanissimi dalle spaventose conseguenze degli incidenti in motocicletta che evidenzino ormai una quota preponderante rispetto alle automobili. Doverso, ma molto difficile visto lo strapotere dei costruttori italiani di veicoli a due ruote.
Le amministrazioni dovrebbero assumersi la totale responsabilità nel valutare l’impatto di traffico in ogni tipo di iniziativa che intendeno intraprendere e applicare politiche di mobilità collettiva orientate al contenimento del traffico privato: dalla concessione di un permesso per un centro commerciale, all’insediamento di un nuovo ospedale, dalle manifestazioni culturali agli spettacoli. Nel caso dei centri commerciali, per esempio, i gestori delle attività dovranno farsi carico di mettere in pratica sistemi gratuiti di trasporto pubblico (navette, pulmini) per il trasporto dei clienti e la consegna a domicilio delle merci acquistate. In occasione di spettacoli, concerti, partite o altri eventi capaci di attirare un pubblico numeroso dovranno anche essere impartite le disposizioni per permettere il raggiungimento del luogo della manifestazioni, facendo presente che l’accesso con mezzi propri è vietato. E se proprio non si vuole vietare, farlo pagare uno sproposito.

L' Antiscenza al Parlamemto