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giovedì 11 ottobre 2012

Viaggio nel cuore della Lega



La stazione di Busto Arsizio, nonostante il lifting facciale di qualche mese fa non riesce a proprio a nascondere il suo imbarazzo per lo stato di degrado di cui è vittima. L’atrio, la sala d’aspetto di  prima e seconda classe adesso unificate solo per dare asilo ai disperati, i binari con le erbacce, lo sconfinato piazzale delle merci da dove partivano chilometri di filati per tutto il mondo. Tutto risuona di abbandono, di sfacelo, di ostentato disinteresse. L’unico flebile battito che anima questo posto di anime morte è il bar e il giornalaio. Il bar, gestito da due cinesi perennemente attivi e sorridenti, concede anche sollievo ai bisognosi, nel senso che dietro ad un pessimo caffè ti lascia accedere all’unica toilette funzionante. Quelle vere, cioè quelle che le stazioni, notoriamente luoghi di passaggio e elevata frequentazione, hanno per contratto sono chiuse da tempo e le  targhette dell’omino e della donnina coperte di falli e numeri di cellulare  di aspiranti gigolo. I giornali vengono venduti da una famiglia di persone che vengono dall’est, che parlano un ottimo italiano e sono a caccia di clienti offrendo la consegna del giornale direttamente al finestrino di chi va di fretta o non riesce a parcheggiare la macchina. Mi hanno detto che quello per loro è “servizio al cliente”. Quando dicono che la prima cosa che si impara di una lingua sono le paralacce...
Passa un treno; TiLo lo hanno chiamato, perché collega il Canton Ticino con la Lombardia, Bellinzona con l’aeroporto della Malpensa. Fa specie vedere quel trenino, colorato, moderno, pulito passare in uno scenario da post-industrializzazione sovietica. Ci aspetteremmo di vederlo sulla scatola di un puzzle. Ma alla TiLo, la società a capitale italo-elvetico che gestisce la linea, interessa poco lo scenario. A breve, alla fine del 2014, termineranno i lavori che completeranno la sua nuova linea ferroviaria che da Chiasso collegherà Como e Varese, quel vasto bacino che raccoglie migliaia di pendolari transfrontalieri che oggi sono obbligati a muoversi in macchina. Oggi forzati dell’automobile, domani liberati dal treno. Gli svizzeri sono fatti così: trovano opportunità sulle nostre carenze. La Hupac, dopo che il Governo Federale ha limitato il transito di merci su gomma che attraversano il Paese, gestisce tutto il traffico di container che arrivano sui camion allo scalo di Gallarate, li caricano sui loro treni e li traghettano fino ai confini della Germania, se non più su. E' la Hupac è interamente svizzera.
Nell’immondo sottoposso coperto di scritte di studenti e di extracomunitari che sfoggiano i rudimenti linguistici appresi, non esiste un ausilio per chi ha carrozzine, bagagli pesanti o chi si sposta su una sedia a rotelle. Bisogna confidare nell’aiuto di qualche addetto delle pulizie, unici rappresentanti di quell’umanità che in passato restituiva il vissuto del viaggio in treno: capistazione, bigliettai, controllori, portabagagli, venditori di panini, bibite… sono tutti spariti, volatilizzati e dietro a loro hanno lasciato solo macerie. E le macerie ti accompagnano per tutto il viaggio verso Varese, il capoluogo del Leghismo, la culla della ribellione allo sperpero e all’irrazionalità di Roma. Dopo Gallarate, che forse è riuscita a tenere un po’ più alto il proprio decoro ferroviario, inizia una teoria di stazioncine che dicono “impresidiate” e termine non potrebbe essere più azzeccato data la desolazione di muri scrostati, porte e finestre murate, macerie arrugginite, pareti imbrattate, vetri rotti e i giardinetti della stazione, che una volta erano il vanto del capostazione, con  i pesci rossi e le ninfee, oggi sono immondi ricettacoli di rifiuti stratificati.
A Varese, tre poliziotti schierati scrutano l’uscita dal sottopasso e fermano le facce coincidenti con lo standard della devianza leghista: negro, arabo, zingaro, barbuto, con le ciabatte, con troppe borse, con troppi figli. Un filtro più che altro di mera circostanza tenuto conto che per la Lega tutti quelli che viaggiano in treno sarebbero pericolosi. Aiuto la donna di colore che deve farsi una rampa a scendere e una a salire con la carrozzina; ovviamente non esistono ascensori e scale mobili, e le rampe sono ripide, al limite della legge. Che cosa farà il poliziotto? Mi ferma perché ho aiutato una negra? Ci ferma tutti e due? Ferma la donna e mi lascia andare con un cenno di rimprovero?
Fuori dalla stazione lo spettacolo cambia. Aitanti pensionati su fuoristrada a lucido abbordano e caricano frettolosamente  mature e procaci donne dell’est in transito a Varese per necessità legate alla professione: badanti, infermiere, massaggiatrici, estetiste. I neri fuggono trafelati per andare a lavorare nelle imprese di pulizie, in quelle che movimentano rifiuti, nei magazzini e nei supermercati. La sera, prima di tornare a casa, fanno un salto in uno dei tanti negozi di telefoni e servizi per gli immigrati che costellano il centro di Varese, uniche macchie di colore nella desolazione di serrande abbassate da tempo. Poi  tornano a casa in treno e fanno l’ultimo tratto in bicicletta o a piedi.  
Qualche chilometro più sotto, le verdi colline che annunciano il sipario delle Prealpi lombarde vengono trafitte dai moderni macchinari che a tempo record costruiranno la Pedemontana, l’autostrada alla quale le autorità locali hanno anelato per anni e che finalmente diventa realtà per dare impulso ed energia alla solerzia della gente della Padania.

sabato 19 giugno 2010

La Bicicletta. Quanta vergogna su quelle due ruote!

"Vietato introdurre biciclette nel cortile interno". Avvisi come questi sono, purtroppo, ancora frequenti in molti palazzi di "città", dove un'emergente borghesia reclamava il diritto ad una discriminazione positiva tra chi poteva affermare il proprio benessere e chi ancora si arrabattava tra le rovine del dopoguerra e le costrizioni di una grama esistenza rurale.
Da un certo punto di vista l'arretratezza strutturale accumulata dall'Italia nei riguardi di un sistema di mobilità collettiva realmente efficiente deriva anche dall'incapacità a guardare ai mezzi di trasporto collettivi ed individuali e a basso costo, senza percepire le ferite e le umiliazioni di una non remota esistenza di stenti, fatiche e privazioni alla quale si è tentato di apportare una mano di vernice attraverso il ricorso sfrenato all'utilizzo del mezzo privato a motore, per anni l'unico intoccabile feticcio di un supposto sviluppo di benessere.
Per sistema di trasporto efficace e a basso costo intendo una rete intermodale che unisca la mobilità personale (piedi, bicicletta) a mezzi collettivi (treni, tram e metropolitane) in grado di rivaleggiare per aspetti di praticità, tempi di percorrenza e convenienza economica con lo strapotere dell'automobile.
A partire dalla metà degli anni '50 ai primi anni '70, in nome dell'efficienza e della razionalizzazione sono state soppresse decine di linee ferroviarie locali, sostituite da autolinee a motore che hanno aggiunto traffico all'inadeguata rete stradale dell'epoca. E' curioso che la vicina Svizzera abbia sempre tenuto in piena efficienza la rete ferroviaria locale nella sua interezza, valorizzando il patrimonio di linee e rotabili anche per fini turistici e storico-culturali e, soprattutto, rendendo obbligata la scelta del treno per raggiungere molte località turistiche. Sconcerta che la Svizzera abbia tenuto in funzione non solo la rete, ma anche tutte le strutture collegabili al trasporto ferroviario; per esempio anche la più piccola stazione ha il suo scalo merci funzionante al servizio di una rete di trasporto dedicato alle merci che fornisce un notevole sollievo al traffico di mezzi commerciali sulle strade. In Italia gli scali merci sono ruderi pericolanti invasi da erbacce e lo stato delle nostre strade è sotto gli occhi di tutti.
E' risaputo che le autorità governative ed amministrative che per decenni hanno regolato lo sviluppo del Paese abbiano avuto un atteggiamento gianobifrontista nel determinare scelte che favorissero veramente la mobilità a basso costo e la piaggeria al cospetto della voracità dei potentati dell'industria automobilistica. E' tuttavia assai incomprensibile come questo atteggiamento permanga ancora oggi quando l'industria automobilistica nazionale non sia più così pervasiva e abbia rivolto gli sguardi verso altri ambiti di potere ed influenza.
Non dovrebbe stupire che nel Paese che ha sconsideratamente concesso auto blu a migliaia di "nullapotenti" (indissolubile è il binomio tra l’essere arrivati e spostarsi su 4 ruote) e che immancabilmente si titubi nel sottrargliele a pieno titolo, si continuino a costruire strade ed autostrade che puntualmente verranno saturate di automobili, che gli unici investimenti in infrastrutture ferroviarie riguardino solo linee ad alta velocità e ad alto costo che sottraggono investimenti e risorse alla mobilità dei fatidici "40 km" che è il raggio di spostamento che coinvolge la maggioranza dei cittadini italiani che si muovono per motivi di studio e lavoro con regolare frequenza e su tratte definite. Colpisce l'attenzione il fatto che nelle grandi e medie città si prolunghino discussioni che perennemente portano ad un nulla di fatto sulle piste ciclabili, l'investimento più contenuto per migliorare la vita ai cittadini e evitare gli oneri milionari di nuove strade e di nuovi parcheggi.
La diffidenza nella bicicletta ha radici antiche e non ci si è messi d'impegno per eliminarla come hanno fatto invece molti altri Paesi in Europa. A maggiore ragione oggi che la povertà di un tempo si sta riaffacciando, la bicicletta con la sua immagine austera, nera di fuliggine in qualche periferia industriale, delle tute blu e delle strade di campagna costellate di pozzanghere, torna a fare paura e evocare fantasmi. Forse è il caso di guarire.
Per concludere: Mauro Corona racconta, in uno dei suoi libri, gli epici spostamenti del nonno che dopo il forzato inverno dedicato alla creazione di manufatti in legno, partiva in bicicletta dalla valle del Vajont alla volta delle città dell’ovest industriale per vendere i suoi mestoli e i suoi cucchiai. Un lungo spostamento fatto di libertà, osterie, fame e sete, pioggia e sole, notti all’addiaccio e accessi negati ai cortili dei palazzi delle città. Un ricordo antico di un bambino che ha vissuto per molti anni nella paura e nell’incertezza. Un ricordo, non una paura.

L' Antiscenza al Parlamemto