All'Istituto Piepoli che mi ha interpellato per un'intervista telefonica chiedendomi quale fosse stata la notizia che più mi ha colpito, se solo mi avesse chiamato una settimana dopo, avrei potuto rispondere senza esitazione di essere rimasto tremendamente impressionato dal ritrovamento delle pietre preziose, improvvisa manifestazione di un'antica e dimenticata sciagura aerea avvenuta sul Monte Bianco quasi cinquant'anni fa.. C'è tutto quanto possa suscitare interesse per l'intreccio del romanzo di spionaggio, il film d'avventura e la sferzante atmosfera di un periodo. Siamo nel 1966 e l'aereo partito da Bombay sarebbe dovuto arrivare a New York se non fosse stato per un errore del pilota che sbagliò a valutare l'altitudine e si schiantò sul Monte Bianco prima della discesa verso Ginevra. Da allora il tesoro che viaggiava con lo sconosciuto passeggero è rimasto in balia delle mutevoli condizioni del paesaggio d'alta quota: è stato sepolto, è riaffiorato per sparire nuovamente per chissà quanti anni e per chissà quante volte. Fino a che un alpinista l'ha trovato e ne ha denunciato il ritrovamento. Ci sono già due elementi che fanno di questa storia una fiaba, una novella da Mille e Una Notte: le pietre preziose e l'uomo onesto che le ritrova. Non un portafoglio con fogli di banconote destinate ad andare fuori corso o trasformarsi in poltiglia, ma pietre preziose incorruttibili destinate a preservare il loro valore a beneficio di un provvido rinvenimento. C'è il rude, almeno nell'immaginario, e onesto uomo di montagna che quasi cinquant'anni dopo denuncia la scoperta e se ne rimane in attesa dell'erede che lo ringrazi e gli commisuri la giusta ricompensa. Ma soprattutto c'è l'India dei maraja con gli zaffiri sul turbante, proprio come quello cantato da Capossela, e il fantomatico scienziato indiano che trasportava piani segreti per permettere al suo Paese di costruire la bomba atomica e distruggere l'odiato Pakistan con il quale, guarda caso, continuano a scrutarsi in cagnesco sugli strapiombi delle montagne più alte del mondo. Forse sarebbe sceso a Ginevra per perorare la sua causa e fare valere i propri diritti. Perchè allora, più di oggi Ginevra valeva il buon senso dell'Occidente sulle questioni mondiali. Non poteva essere una storia di poco conto per sparire così, nel nulla. Allora si speculò anche che l'aereo fosse stato abbattuto da un velivolo militare, italiano pare. Tutto era troppo fantastico, imbevuto di un fascino, che almeno per quelli della mia generazione,continua ad alimentare fantastiche atmosfere d'altri tempi. L'India era quella dei santoni e nel 1966 i Beatles si fecero ammaliare dalla loro religione al punto da influire anche sulla loro produzione musicale. Iniziavano a diffondersi le pratiche di meditazione delle religioni animiste che avrebbero per anni influenzato la moda, l'arte, l'alimentazione e la letteratura. C'era anche la città dalla quale è decollato l'areo, Bombay, che oggi si chiama con un altro nome. Sicuramente non sapremo se il bravo alpinista francese riceverà la giusta mercede per il suo atto disinteressato e stringerà la mano al discendente di quell'antico trasvolatore. Difficilmente viene dato un seguito a notizie di questo tipo. L'obiettivo era creare un humus favorevole all'evasione. E con me ci sono riusciti.Attraverso le nostre scelte consapevoli è possibile diminuire i consumi per l'affermazione di un'economia sostenibile ed equa. Dai modelli di comportamento, ai trasporti e alle letture tutto è materia per un approfondimento che porti a discriminare tra l'utile e il vacuo, tra la sostanza e l'effimero, tra il modello virtuoso e il pedissequo seguito a richiami di inconsistente benessere.
lunedì 30 settembre 2013
Notizia d'altri tempi
All'Istituto Piepoli che mi ha interpellato per un'intervista telefonica chiedendomi quale fosse stata la notizia che più mi ha colpito, se solo mi avesse chiamato una settimana dopo, avrei potuto rispondere senza esitazione di essere rimasto tremendamente impressionato dal ritrovamento delle pietre preziose, improvvisa manifestazione di un'antica e dimenticata sciagura aerea avvenuta sul Monte Bianco quasi cinquant'anni fa.. C'è tutto quanto possa suscitare interesse per l'intreccio del romanzo di spionaggio, il film d'avventura e la sferzante atmosfera di un periodo. Siamo nel 1966 e l'aereo partito da Bombay sarebbe dovuto arrivare a New York se non fosse stato per un errore del pilota che sbagliò a valutare l'altitudine e si schiantò sul Monte Bianco prima della discesa verso Ginevra. Da allora il tesoro che viaggiava con lo sconosciuto passeggero è rimasto in balia delle mutevoli condizioni del paesaggio d'alta quota: è stato sepolto, è riaffiorato per sparire nuovamente per chissà quanti anni e per chissà quante volte. Fino a che un alpinista l'ha trovato e ne ha denunciato il ritrovamento. Ci sono già due elementi che fanno di questa storia una fiaba, una novella da Mille e Una Notte: le pietre preziose e l'uomo onesto che le ritrova. Non un portafoglio con fogli di banconote destinate ad andare fuori corso o trasformarsi in poltiglia, ma pietre preziose incorruttibili destinate a preservare il loro valore a beneficio di un provvido rinvenimento. C'è il rude, almeno nell'immaginario, e onesto uomo di montagna che quasi cinquant'anni dopo denuncia la scoperta e se ne rimane in attesa dell'erede che lo ringrazi e gli commisuri la giusta ricompensa. Ma soprattutto c'è l'India dei maraja con gli zaffiri sul turbante, proprio come quello cantato da Capossela, e il fantomatico scienziato indiano che trasportava piani segreti per permettere al suo Paese di costruire la bomba atomica e distruggere l'odiato Pakistan con il quale, guarda caso, continuano a scrutarsi in cagnesco sugli strapiombi delle montagne più alte del mondo. Forse sarebbe sceso a Ginevra per perorare la sua causa e fare valere i propri diritti. Perchè allora, più di oggi Ginevra valeva il buon senso dell'Occidente sulle questioni mondiali. Non poteva essere una storia di poco conto per sparire così, nel nulla. Allora si speculò anche che l'aereo fosse stato abbattuto da un velivolo militare, italiano pare. Tutto era troppo fantastico, imbevuto di un fascino, che almeno per quelli della mia generazione,continua ad alimentare fantastiche atmosfere d'altri tempi. L'India era quella dei santoni e nel 1966 i Beatles si fecero ammaliare dalla loro religione al punto da influire anche sulla loro produzione musicale. Iniziavano a diffondersi le pratiche di meditazione delle religioni animiste che avrebbero per anni influenzato la moda, l'arte, l'alimentazione e la letteratura. C'era anche la città dalla quale è decollato l'areo, Bombay, che oggi si chiama con un altro nome. Sicuramente non sapremo se il bravo alpinista francese riceverà la giusta mercede per il suo atto disinteressato e stringerà la mano al discendente di quell'antico trasvolatore. Difficilmente viene dato un seguito a notizie di questo tipo. L'obiettivo era creare un humus favorevole all'evasione. E con me ci sono riusciti.mercoledì 11 settembre 2013
Il magico boom
I
tentativi del nostro Paese per uscire dalla crisi cominciamo ad evidenziare i
nodi scorsoi che si stringono intorno al collo della nostra economia. In tutti
i Paesi dell’Unione gli indicatori macroeconomici stanno prendendo la rincorsa per una decisa
ripresa, mentre da noi si stenta a prendere la direzione corretta. Fino a
quando il male era comune il gaudio era quello di sapere che eravamo in
compagnia. Oggi rischiamo di rimanere soli. Eppure le cause della nostra
debolezza e scarsa capacità di competere sono risapute e riconosciute: scarsa
innovazione, nanismo aziendale, tendenza alla frammentazione, bassa propensione
ad investimenti di lungo periodo, incapacità a creare e consolidare competenze.
Le origini di questi grandi impedimenti vanno ricercate in tempi lontani quando
la nostra economia fece boom e milioni di persone poterono assaporare il
benessere e la soddisfazione di avere creato qualche cosa dal nulla. Anche se
ogni tanto qualche miliardario con velleità di politico cerca di farci credere
che sia possibile tornare a quel periodo magico, sarebbe opportuno fare qualche
riflessione. In quel contesto apparentemente benevolo e propizio, lo Stato non
fece la sua parte, proprio come oggi, dove la latitanza delle istituzioni su
molti segmenti della nostra realtà economico sociale è sempre molto sentita. In
quegli anni l’economia e la capacità produttiva crebbero a dismisura. Ma non fu
un bene perché i benefici ebbero scarsa possibilità di produrre effetti a lungo
termine. Era una crescita senza controlli e senza regole. A chi ci
governava allora andava bene così: c’era piena occupazione e questo impediva il
disagio sociale e i tentativi di sommossa dormivano sotto la cenere; in
ossequio alla morale cattolica l’integrità della famiglia era preservata grazie
soprattutto al proliferare di aziende a carattere famigliare, un fenomeno
talmente diffuso da impedire, negli anni successivi, la costituzione di un
tessuto produttivo organico. Eravamo
affamati di crescita. Questo ha tollerato scempi paesaggistici che tuttora
feriscono la dignità del nostro Paese. Il ricordo della povertà e del disagio
era ancora troppo fresco per proporre modelli di sviluppo maggiormente inclini
alla solidarietà e alla condivisione. Furono realizzate grandi opere, ma solo
per favorire modelli di crescita basata sulla individualità come autostrade e
strade, trascurando e mandando in rovina quello che di buono esisteva già come
le ferrovie locali e i sistemi di trasporto merci su rotaia. Dalla fine degli anni
’50 fin verso la metà degli anni ’60 il nostro prodotto interno lordo cresceva
a dismisura e questo faceva dormire sonni tranquillo alle istituzioni, troppo
tranquilli. Si produceva, si guadagnava e quello che si produceva andava
comprato. Il circolo era apparentemente virtuoso per andarlo a modificare,
magari riducendo le possibilità di spesa con politiche fiscali di riequilibrio.
La scelta è stata quella di tollerare evasione ed elusione. Adesso si cerca di
correre ai ripari. Non che lo Stato stette semplicemente a guardare
compiaciuto: più colpevolmente fece molto poco per prevenire le conseguenze che
inevitabilmente sarebbero intervenute al termine del “boom”. Ebbe timore di
toccare quel prodigioso meccanismo che in modo del tutto casuale si era messo
in moto per un’eccezionale spinta dal basso e che se si fosse inceppato nessuno
sarebbe stato capace di fare ripartire. Scarsa capacità di prevedere il futuro, poca
immaginazione, una innata propensione e ridurre i problemi per la loro portata
e a procrastinare le decisioni. Esattamente come in tempi attuali le
istituzioni non sono state in grado di comprendere il fenomeno della crisi,
soprattutto per le conseguenza strutturali che è destinata a lasciare sul
nostro sistema. La ripresa non potrà più passare per le attività produttive dei
“distretti” onore e vanto della nostra economia degli anni passati. Le
dimensioni della competizione globale ce lo impediscono. E non è solo una
questione di costo della manodopera e di mancanza di infrastrutture. Basta
guardare le nostre scelte di consumatori che premiamo le aziende globalizzate perché
offrono un valore riconoscibile costante nel tempo. Nel passato non si è fatto
a sufficienza per investire verso sistemi di distribuzione di merci e servizi efficienti,
moderni, concepiti sulla beneficio per l’acquirente finale, ma si è spesso
indugiato su sistemi di accrescimento della catena per favorire un numero
irragionevole di intermediari. Si sono tutelate, spesse volte con un tornaconto
elettorale, categorie professionali per garantire rendite lucrose senza proteggere il fruitore finale dei servizi.
Tutto
questo in ragione di un magico e misterioso tocco di re Mida che aveva tirato
fuori dalla miseria un Paese con quasi 50 milioni di persone che combattevano
con la miseria, l’arretratezza e la mancanza di un ruolo di prestigio in
Europa.
Oggi
le cose non sono diverse. L’incapacità che i Governi, a partire da quello
guidato da Berlusconi, hanno evidenziato nell'errata lettura dei dati dell’economia
reale, il malcontento che cresceva sono lo specchio dell’atteggiamento dello
Stato di 50 anni fa.
Adesso,
per rimanere in tema di boom, c’è anche chi pensa a candidare l’Italia per le
Olimpiadi del 2024, giusto per rinverdire i fasti dei giochi di Roma del 1960. Da
come stanno litigando Milano e Roma sembrerebbe proprio che qualcuno ci crede
veramente. Ed è questo che preoccupa.
mercoledì 4 settembre 2013
Noblesse oblige
Passate le feste ci si dimentica velocemente degli inganni denunciati da scontrini esosi per quattro misere consumazioni al tavolino di un locale esclusivo. Ho volutamente aspettato qualche giorno prima di esprimere il mio punto di vista su vacanzieri colti da raptus di presenzialismo che si trovano loro malgrado buggerati e sbeffeggiati da quel mondo che tanto inutilmente perseguono. Ho voluto vedere quanto seguito potessero lasciare notizie così insulse e prive di valore e ho constatato che le polemiche e le proteste di qualche miliardario in via di redenzione sono ricordi agostani, completamente assorbiti dagli scontrini non meno esosi del supermercato che, nonostante gli aumenti, nessuno metterà mai in rete. Rimane solo la beffa, non dell'esborso sostenuto, ma per la magra figuraccia fatta mostrando al mondo un tentativo maldestro e impacciato di spacciarsi per quello che non si potrà mai essere: uomini di mondo. Nel frattempo mi è anche capitato di venire a conoscenza di quanto costasse il biglietto di prima classe sul viaggio inaugurale del Titanic: l'equivalente di più di 72 mila sterline di oggi. Una cifra considerevole se paragonata al passaggio in terza classe che prosciugava le tasche dei disperati in cerca di fortuna, ma che era comunque abbordabile. Eppure mi sembra che i vari Astor, Guggenheim e compagnia non abbiamo sollevato polemiche sull'esosità dell'esborso. Noblesse oblige, miei cari, anche se la nave va a fondo.
martedì 27 agosto 2013
Il mare di plastica
In questa estate di scontrini da capogiro,
nelle località di vacanza frequentate da qualche vip e tanti “sip”, self important person, ovvero persone
che si “auto” definiscono vip, l’ostentazione rimane uno dei must del
divertimento privilegiato. Divulgare sulla rete scontrini che reclamano cifre
da capogiro giustificate solo dal contesto in cui vengono emessi è, in fondo
una inconscia dimostrazione di potere anche perché chi si tiene ben stretto il
portafoglio sta ben attento a non posare le chiappe su divanetti posizionati a
portata di udito o di vista mozzafiato. A tutto c’è un prezzo. Il problema è
che a chi decide il prezzo nessun può o vuole dire niente. Pertanto, nel
dubbio, meglio stare alla larga.
L’altra ostentazione estiva, quella che
sbalordisce i plebei avviene nei porticcioli delle località turistiche di mare dove
galleggiano barconi di tenore hollywoodiano sui quali pendono bandiere di
piccole isole britanniche che hanno attualmente problemi a ospitare nei loro
porticcioli qualche barca a vela, una piccola flotta di pescherecci di granchi
e il traghetto che le collega all’Isola Madre.
Ma è l’ostentazione di tanta potenza che
stride con la cultura del mare e che risulta, in ultima analisi, una grande dimostrazione
di ignoranza.
Il mare è una riserva di energia enorme e
l’uomo ha impiegato millenni per sfruttarne le potenzialità affinando le regole
della navigazione per renderla sempre più sicura e affidabile. Il buon senso e
la capacità di conoscere il mare e i suoi molteplici aspetti ha portato l’uomo
a sviluppare una strategia minimalista per potere essere sempre in grado di
affrontare le situazioni più proibitive. Le canoe leggere e flessibili hanno
permesso la colonizzazione delle isole del Pacifico. Migliaia di miglia in mare
aperto affrontate con fragili imbarcazioni in grado però di reggere il mare più
tempestosi del mondo. Piccoli approdi dislocati lungo la costa per permettere
ancoraggi a ridosso di venti e mari pericolosi per la navigazione. Cabine
piccole e raccolte per ottimizzare lo spazio con cuccette anguste che però
permettevano di evitare di venire sballottati dalle onde. Vele piccole, frazionate e
riducibili per evitare di farsele strappare dalla forza dal vento, e potere,
allo stesso tempo avanzare. Le navi che donarono gloria all'impero Britannico non erano più lunghe di un modesto vaporetto in servizio sul Canale
Grande. L’ammiraglia che ospitava Sir Francis Drake non raggiungeva la
lunghezza di peschereccio.
Il gigantismo sul mare è un’invenzione dei
tempi moderni e vari incidenti di percorso non hanno arrestato questa tendenza contro
natura.
L’ostentazione griffata del plutocrate ha
intrapreso la strada della lunghezza smisurata per ospitare a bordo altrettanti
simboli pacchiani e oltraggiosi della cultura del mare: suite a tema, tavoli da
consiglio di amministrazione con ridicoli orpelli cittadini, palestre e altri
dispositivi per consumare energie in eccesso. E poi, il mondo è diventato più grande grazie ai vantaggi della navigazione a vela, milioni di persone hanno lasciato il proprio Paese per raggiungere altri continenti e fino a qualche decennio fa navi a vela erano adibite al trasporto di merci su tratte di piccolo e medio cabotaggio. L'ostentazione impone la barca a motore. Un'altra insensata dimostrazione di dispendio oltraggioso se si pensa che queste barche hanno motori dalla forza mostruosa e vengono usare solo per qualche giorno all'anno. Eppure basterebbe pensare alle gite informali in barca a vela a Cape Cod della famiglia Kennedy per farsi un'idea di ineguagliato potere e prestigio.
In mare tutto è funzionale a due cose:
sfruttare la sua energia per navigare e sopravvivere alle dimostrazioni estreme
di questa. Tutto lo sfarzo che si vede a bordo di queste rappresentazioni di
kitsch galleggiante non serve assolutamente a nulla durante la navigazione in
acque agitate. Nettuno non si fa intenerire da un vaso di fiori esposto sul
ponte di comando, ma considera solo il coraggio degli uomini che dimostrano
perizia nell'aggirare i pericoli. E di solito quei bestioni non fanno
altrettanto bella figura come nelle placide acque di un marina o di un
porticciolo alla moda.
Anche la terminologia è indicativa del
rispetto che di dimostra per la cultura del mare. Yacht o panfilo sono parole si leggono solo
sui rotocalchi estivi, ma non hanno corrispondenza tra i termini marinareschi. Se si vuole “ostentare” dimestichezza con le cose di mare quando parlate di imbarcazioni da diporto dite
semplicemente barca. Oppure chiamatele con il loro vero nome: sloop, schooner,
yawl, ketch, anche se questi termini sono più consoni alle barche a vela che
non sempre incontrano i favori e le voglie di ostentazione dei nuovi ricchi.
Sappiate che chi comanda a bordo non è il capitano, ma il comandante. Per chi
va per mare il capitano è solo un militare. Noi diciamo capitano perché in
inglese si dice allo stesso modo, captain, ma per noi non è la stessa cosa. Se
vi capita di assistere alle manovre di una grossa barca che entra in porto
astenetevi dal dire che sta parcheggiando. La barca ormeggia, non butta
l'ancora, ma dà fondo, non parte, ma salpa. Le finestre sono oblò, i letti
cuccette, la ringhiera è la falchetta e il balcone è il pulpito. La passerella
che vi porta a bordo è lo scalandrone. La nave non è un palazzo pertanto non ha
piani, ma ponti e ogni ponte ha una sua dignità crescente. Così come non ha un
tetto, ma una tuga, non muri, ma murate, i pavimenti sono paglioli. Inoltre a
chi governa una barca non piace essere assimilato ad un automobilista: pertanto
evitate di dire volante (anche se il timone sembra il volante di una Ferrari).
Esprimetevi in miglia e nodi e non dite nodi all'ora per intendere la velocità perché nodi vuole dire già miglia all'ora.
Se si vuole perfezionare la propria
cultura sulle cose di mare, allora è consigliabile leggere i meravigliosi
racconti di Conrad, Melville, Salgari, Stevenson, Jack London. Oppure leggere qualche
cosa sulla fantastica ed incredibile avventura di Ernest Shackleton o altri
resoconti sulle esplorazioni polari. Un modo per guardare con sufficienza quel
mondo fasullo e plastificato dei magnati in accappatoio cifrato e cocktail alla
mano.
giovedì 1 agosto 2013
Il governo del non sapere dove andare
La gestione di governo da parte delle forze politiche che hanno retto l'Italia per buona parte degli ultimi due lustri non ha brillato per chiarezza di intenti su quale fosse la rotta migliore da tenere, ma ha sicuramente avuto idee molto precise su dove non si sarebbe dovuto andare. E precisamente non si sarebbe dovuti arrivare ad un giorno come quello di oggi che sancisce la definitiva fuoriuscita del Cavaliere e l'inizio dei suoi guai più grossi, quelli che non potranno trovare soluzioni legislative, ma si confronteranno solo con l'oggettività dell'ordinamento costituito. Se si potesse raggomitolare il filo dell'operato legislativo partendo da oggi fino ad arrivare al momento in cui Berlusconi ha sentito il fiato pesante della Giustizia che indugiava sul suo collo, tutte le azioni che inizialmente avrebbero garantito imperiture indennità al principe, avrebbero brillato per machiavellica coerenza e diabolico tempismo. Ma questo non è successo.Per fortuna, anche se lungo il tragitto di quel filo di Arianna rimangono le croci di problemi che non hanno mai incontrato gli alfieri e i paladini di immediate ed efficaci soluzioni. Con le conseguenze che sappiamo e che fanno sembrare ancora più amari giorni come questi.
sabato 27 luglio 2013
Protesta, ma con stile
Glielo si spieghi ai tartassati stilisti Dolce e Gabbana che l'efficacia della protesta si misura in termini di disagio che azioni ed omissioni intraprese da una parte possono arrecare alla controparte. Scioperi delle maestranze per causare mancati profitti ai padroni del vapore e da parte datoriale, serrate per stremare gli operai decurtati del salario, la loro fonte di sostentamento principale. Certo le cose potevano essere sinteticamente descritte così se le rapportassimo al periodo delle grandi lotte operaie in Europa e Nord America, ma oggi le cose sono cambiate anche perché si sono aggiunte parti terze che spesse volte di sovrappongono tra di loro in un giro di disagi incrociati: consumatori di beni di largo consumo, fruitori di servizi di trasporto, pazienti di grandi strutture sanitarie, cittadini e opinione pubblica. A maggior ragione non si comprende la ratio che ha portato i due irosi stilisti a chiudere le loro vetrine di Milano per protesta contro le avventate parole del consigliere comunale. Posso capire le offese per le parole dette senza il fondamento di una sentenza passata in giudicato e il sacrosanto diritto di vantare una potenziale innocenza fino all'ultimo grado di giudizio, ma non si capisce chi avrebbe dovuto danneggiare la serrata di via della Spiga. I dipendenti hanno dichiarato di avere approfittato della fermata per andare qualche giorno in vacanza, che non denota certo soverchie preoccupazioni per il rischio di pane e companatico. Non penso che frotte di consumatori "con i soldi in bocca" abbiamo subito l'affronto di trovarsi davanti ad una vetrina chiusa tappezzata con stilosi volantini che spiegavano i motivi di tanta rabbia. Forse qualche russo, cinese o arabo che avrebbe potuto terminare di spendere gli ultimi spiccioli nella tappa di Milano per acquistare indumenti per potere affrontare con un minimo di confort il penoso tragitto del rientro a casa. Ah ecco, forse era questo il disagio della protesta firmata D&G. Vergognati Milano città ingrata! Non ti meriti gli sforzi di chi lavora e si prodiga per te. E se per caso venissero anche condannati per evasione hanno già detto che loro lasceranno l' Italia e pertanto anche via da te, cara Milano. Vedi di moderare i termini la prossima volta. Hai visto di che cosa sono capaci?
venerdì 19 luglio 2013
L'intelligenza politica. Deputato e ministro a confronto.
Si è sentito dire che Calderoli, che uomo sprovveduto certo non è, abbia saputo sapientemente cavalcare l'onda emotiva del proprio esiguo elettorato facendo giungere alla loro orecchie ingiurie volgari e infantili a carico di un ministro della Repubblica di pelle scura. Proprio quello il popolo padano avrebbe voluto sentire profferire da uno con la cravatta verde. Nonostante le scuse e le clamorose marce indietro per recuperare una pur minima dignità all'interno del sempre meno dignitoso emiciclo, esperti abili nel leggere le tattiche di sopravvivenza di asfittici partiti continuano a sostenere che nulla è nato per caso e che tutto corrisponde ad un disegno di propaganda politica che tenta il tutto per tutto pur di sopravvivere. Cosa certa è, che risulta difficile immaginare un Calderoli quasi timoroso nel profferire insulti tribali e deprecabili all'indirizzo di chi riveste, anche per aspetto fisico, la più deleteria nomenclatura delle colpe che costellano l'immaginario leghista: nero, donna, comunista e progressista. E' parimenti arduo immaginare un Calderoli a guinzaglio corto che vorrebbe esorcizzare le paure della valle padana, ma che per ragioni demagogiche sacrifica la propria intelligenza di fine uomo di Stato a vantaggio e consumo di un manipolo di scalmanati. Lui, in fondo, che con le parole in libertà ha sempre combinato qualche danno: dalle vignette al maiale sacrilego, dai commenti sulla tintarella di giornaliste troppo abbronzate, all'autodafé sul proprio Frankestein elettorale. Ammettendo anche, con ingenti sforzi di fantasia e buona dose di indulgenza, che il fine ultimo della tattica di Calderoli sia la sopravvivenza, che ben sappiamo essere la quintessenza di quella particolare dote che ci permette di scampare agli agguati che i sempiterni predatori ci tendono, è lecito domandarsi: perché nessuno parla dell'intelligenza della parte offesa? Il ministro della Repubblica Italiana Cecile Kienge, che mi pregio e mi onoro di scrivere nell'interezza della carica ricoperta, ha dimostrato un'intelligenza quasi inusuale per il panorama politico italiano. Ha smorzato subito i toni della polemica, portando l'accadimento da un piano personale ad uno istituzionale. Non ha replicato alle offese, mantenendo un tono distaccato dalla polemica che stava montando. Immagino che per il ministro l'incidente si sia chiuso nel momento stesso in cui era nato. Semplicemente perché, intelligentemente, più la bufera saliva, più si confaceva alle mire del nostro eroe della volgarità. Una tattica saggia, da politico navigato abituato a scansare i siluri della controparte. Un vero politico di stampo britannico, come d'altra parte il ministro, nato in un contesto culturale tipicamente anglosassone, è. E allora come non ravvisare quei primi segnali di cambiamento culturale che una vera politica di integrazione può portare? I commenti di Calderoli sono beceri, irrispettosi e soprattutto denotano una forte componente razziale. Ma non è il primo che parla senza riguardi per le differenze e non sarà certo l'ultimo. Il ministro Kienge, con la sua calma, la sua capacità di vedere al di là dell'ostacolo è veramente la prima a regalarci un comportamento da politico esemplare. Augurandoci che non sia l'ultima.
Iscriviti a:
Post (Atom)
-
La senatrice Liliana Segre ha ritenuto opportuno chiedersi se sarà ancora necessario scappare dal proprio Paese per evitare nuove discrimina...
-
Una delle manifestazioni più palesi del periodo di crisi che prende per il collo le famiglie italiane è il proliferare di piccoli negozietti...
-
Ho fatto bene a leggere "Il Libro Nero della Democrazia" scritto da Furio Colombo e Antonio Padellaro uscito nel 2002. Ho fatto b...
