Glielo si spieghi ai tartassati stilisti Dolce e Gabbana che l'efficacia della protesta si misura in termini di disagio che azioni ed omissioni intraprese da una parte possono arrecare alla controparte. Scioperi delle maestranze per causare mancati profitti ai padroni del vapore e da parte datoriale, serrate per stremare gli operai decurtati del salario, la loro fonte di sostentamento principale. Certo le cose potevano essere sinteticamente descritte così se le rapportassimo al periodo delle grandi lotte operaie in Europa e Nord America, ma oggi le cose sono cambiate anche perché si sono aggiunte parti terze che spesse volte di sovrappongono tra di loro in un giro di disagi incrociati: consumatori di beni di largo consumo, fruitori di servizi di trasporto, pazienti di grandi strutture sanitarie, cittadini e opinione pubblica. A maggior ragione non si comprende la ratio che ha portato i due irosi stilisti a chiudere le loro vetrine di Milano per protesta contro le avventate parole del consigliere comunale. Posso capire le offese per le parole dette senza il fondamento di una sentenza passata in giudicato e il sacrosanto diritto di vantare una potenziale innocenza fino all'ultimo grado di giudizio, ma non si capisce chi avrebbe dovuto danneggiare la serrata di via della Spiga. I dipendenti hanno dichiarato di avere approfittato della fermata per andare qualche giorno in vacanza, che non denota certo soverchie preoccupazioni per il rischio di pane e companatico. Non penso che frotte di consumatori "con i soldi in bocca" abbiamo subito l'affronto di trovarsi davanti ad una vetrina chiusa tappezzata con stilosi volantini che spiegavano i motivi di tanta rabbia. Forse qualche russo, cinese o arabo che avrebbe potuto terminare di spendere gli ultimi spiccioli nella tappa di Milano per acquistare indumenti per potere affrontare con un minimo di confort il penoso tragitto del rientro a casa. Ah ecco, forse era questo il disagio della protesta firmata D&G. Vergognati Milano città ingrata! Non ti meriti gli sforzi di chi lavora e si prodiga per te. E se per caso venissero anche condannati per evasione hanno già detto che loro lasceranno l' Italia e pertanto anche via da te, cara Milano. Vedi di moderare i termini la prossima volta. Hai visto di che cosa sono capaci?
Attraverso le nostre scelte consapevoli è possibile diminuire i consumi per l'affermazione di un'economia sostenibile ed equa. Dai modelli di comportamento, ai trasporti e alle letture tutto è materia per un approfondimento che porti a discriminare tra l'utile e il vacuo, tra la sostanza e l'effimero, tra il modello virtuoso e il pedissequo seguito a richiami di inconsistente benessere.
sabato 27 luglio 2013
venerdì 19 luglio 2013
L'intelligenza politica. Deputato e ministro a confronto.
Si è sentito dire che Calderoli, che uomo sprovveduto certo non è, abbia saputo sapientemente cavalcare l'onda emotiva del proprio esiguo elettorato facendo giungere alla loro orecchie ingiurie volgari e infantili a carico di un ministro della Repubblica di pelle scura. Proprio quello il popolo padano avrebbe voluto sentire profferire da uno con la cravatta verde. Nonostante le scuse e le clamorose marce indietro per recuperare una pur minima dignità all'interno del sempre meno dignitoso emiciclo, esperti abili nel leggere le tattiche di sopravvivenza di asfittici partiti continuano a sostenere che nulla è nato per caso e che tutto corrisponde ad un disegno di propaganda politica che tenta il tutto per tutto pur di sopravvivere. Cosa certa è, che risulta difficile immaginare un Calderoli quasi timoroso nel profferire insulti tribali e deprecabili all'indirizzo di chi riveste, anche per aspetto fisico, la più deleteria nomenclatura delle colpe che costellano l'immaginario leghista: nero, donna, comunista e progressista. E' parimenti arduo immaginare un Calderoli a guinzaglio corto che vorrebbe esorcizzare le paure della valle padana, ma che per ragioni demagogiche sacrifica la propria intelligenza di fine uomo di Stato a vantaggio e consumo di un manipolo di scalmanati. Lui, in fondo, che con le parole in libertà ha sempre combinato qualche danno: dalle vignette al maiale sacrilego, dai commenti sulla tintarella di giornaliste troppo abbronzate, all'autodafé sul proprio Frankestein elettorale. Ammettendo anche, con ingenti sforzi di fantasia e buona dose di indulgenza, che il fine ultimo della tattica di Calderoli sia la sopravvivenza, che ben sappiamo essere la quintessenza di quella particolare dote che ci permette di scampare agli agguati che i sempiterni predatori ci tendono, è lecito domandarsi: perché nessuno parla dell'intelligenza della parte offesa? Il ministro della Repubblica Italiana Cecile Kienge, che mi pregio e mi onoro di scrivere nell'interezza della carica ricoperta, ha dimostrato un'intelligenza quasi inusuale per il panorama politico italiano. Ha smorzato subito i toni della polemica, portando l'accadimento da un piano personale ad uno istituzionale. Non ha replicato alle offese, mantenendo un tono distaccato dalla polemica che stava montando. Immagino che per il ministro l'incidente si sia chiuso nel momento stesso in cui era nato. Semplicemente perché, intelligentemente, più la bufera saliva, più si confaceva alle mire del nostro eroe della volgarità. Una tattica saggia, da politico navigato abituato a scansare i siluri della controparte. Un vero politico di stampo britannico, come d'altra parte il ministro, nato in un contesto culturale tipicamente anglosassone, è. E allora come non ravvisare quei primi segnali di cambiamento culturale che una vera politica di integrazione può portare? I commenti di Calderoli sono beceri, irrispettosi e soprattutto denotano una forte componente razziale. Ma non è il primo che parla senza riguardi per le differenze e non sarà certo l'ultimo. Il ministro Kienge, con la sua calma, la sua capacità di vedere al di là dell'ostacolo è veramente la prima a regalarci un comportamento da politico esemplare. Augurandoci che non sia l'ultima. lunedì 15 luglio 2013
Miracolo a Milano

Senza soffermarsi troppo sul significato di una bravata esibizionista e scellerata del giovanotto in cerca di "facili" momenti di gloria, un merito va comunque riconosciuto a Maurizio Di Palma, il base jumper autore del lancio dal Duomo di Milano degli scorsi giorni. Un merito che non tutti gli riconosceranno, soprattutto i Milanesi, così distratti e lontani, ormai soggetti senza alcuna storia che si muovono dietro le quinte di una città che oggi non offre più niente di concreto e vero. Quando Maurizio ha raccontato la sua notte sui tetti del Duomo, accuratamente celato alla vista dei sorveglianti per evitare di vedere sfumare il suo gesto eclatante (e fare passare dei guai ai malaccorti guardiani), ebbene, è riuscito a trasmettere le immagini in bianco e nero di una Milano viva, attiva, forte e altruista. La Milano degli anni del dopoguerra, produttrice, animatrice, promotrice. Severa con i suoi cittadini, ma anche con quelli che aspiravano a diventarlo. Ma sempre incline a concedere una nuova opportunità a tutti. E come tutte le città attive e dinamiche aveva i suoi ritmi e i suoi rumori: le saracinesche dei bar che aprivano di prima mattina, i primi passanti che attraversavano la piazza, i voli di piccioni da una parte all'altra, la ronda della polizia. E poi ll sole che incominciava a traforare le guglie e spandere i suoi raggi benefici sul tetto del Duomo. Immagini in bianco e nero, appunto, di una Milano che oggi non c'è più, ma che sa ancora farsi rimpiangere. Maurizio prima di fare il suo grande balzo, ha vissuto da una posizione privilegiata un'esperienza che ormai non prova più nessuno. E ha saputo raccontarcela. Tanti notti come queste Maurizio (e qualche salto in meno).
domenica 30 giugno 2013
L'America vista dal fiume.
Attraversare
l’America e scrivere un libro non è proprio il massimo dell’originalità visto
che la moda del diario di viaggio americano è una pratica diffusa da almeno tre
secoli. Ma se chi attraversa il continente lo fa navigando, allora forse il
diritto di scriverlo spetta sicuramente. Anche perché al momento non risultano
altri tentativi simili. Andati a buon fine, perlomeno. Da oceano a oceano.
Dall’Atlantico al Pacifico. Dalla baia dell’Hudson, sotto il traffico di
Manhattan, alle foci del Columbia, nell’Oregon navigando attraverso il sistema
fluviale e lacustre degli Stati Uniti percorrendo solo un manciata di chilometri su strada per
ovviare all’impraticabilità delle Montagne Rocciose. La fatidica catena, lo
spartiacque, il “divide” che decide da quale parte andranno le gocce di pioggia
che cadono su di esse: a sinistra, verso Ovest per percorrere il breve, ma
tumultuoso tratto che le porterà verso il Pacifico o a sinistra per
congiungersi all’incredibile sistema fluviale che gira intorno al Missouri, il
vero fiume per gli americani, che attraverso chiuse, laghi artificiali,
sbarramenti e rovine industriali mette in comunicazione le più importanti città
degli stati centrali degli Stati Uniti con l’Oceano Atlantico.
La palma
dell’impresa spetta ad uno scrittore che ha fatto del viaggio la propria
ragione di vita. Dopo milioni di chilometri che lo hanno portato a conoscere
ogni angolo recondito del proprio Paese, molto spesso seguendo le “strade blu”,
l’equivalente delle provinciali che una volta, sulle vecchie cartine
autostradali americane venivano tracciate proprio in quel colore. William Least
Heat-Moon, lasciati da parte, questa volta, i tormenti privati, decide di
partire su una piccola barca a chiglia piatta - Nikawa, cavallina di fiume in lingua nativa - per risalire per migliaia di
chilometri i fiumi americani con il precipuo intento di arrivare dall’altra
parte dei continente. Facile a dirsi, ma difficile spiegarlo a quelle diverse
centinaia di persone che incontrerà nel corso della sua navigazione e
accuratamente ritratti nel suo diario di bordo. Perché, tolta l’eccezionalità
dell’impresa e riconosciuta la tenacia
dell’autore deciso a non sprecare un miglio di acqua navigabile, il bello di
questo libro sono le descrizioni dei personaggi conosciuti durante
l’incredibile viaggio. Uomini e donne, gestori di pub, contadini, addetti alle
chiuse, vagabondi, uomini di legge decisi a fare rispettare le leggi sullo
sfruttamento delle acque interne, ognuno ripreso in un contesto specifico, ma
tutti uniti dalla forza evocativa che quel viaggio sapeva dare: dal suo punto
di partenza, New York al suo punto di arrivo, il Pacifico che per molti
americani dell’interno restano sempre dei miraggi irraggiungibili.
Anche Least
Heat-Moon però non sfugge alla regola consolidata che stabilisce che ciò che
giustifica un viaggio è seguire le orme di qualcuno che ha visitato quei luoghi
in tempi remoti. E nel suo caso le anime ricorrenti sono quelle dei capitani dell’Esercito Americano Meriwether Lewis e William Clark mandati in
avanscoperta agli inizi del XIX secolo per scoprire le origini dei grandi fiumi
americani e iniziare a costruire quel grande sistema di vie d’acqua solcate da
battelli leggendari che da San Louis portavano ricchezze, bellezze, vizi e
alcool in tutti gli avanposti del West. Dagli stralci dei diari dei due
militari le descrizioni dei luoghi rivisitati quasi due secoli dopo sono di una
struggente bellezza. Anche i due rudi uomini d’armi capitolano di fronte agli
spettacoli di gole, canyon e valli ammettendo la loro pochezza di narratori e
auspicando la penna di un Salvator Rosa (un nostro connazionale, a malapena
ricordato come eroe risorgimentale e ancora meno come scrittore).
Bellezze, che
salvo alcuni tratti ben poco concedono al visitatore attuale. I genieri del
Governo federale, in nome dello sfruttamento commerciale delle acque interne,
navigazione, pascoli e, soprattutto, energia elettrica, non hanno dimostrato animo
sensibile come i due militari. L’opera dell’uomo è sempre visibile per quanto
riguarda alvei ristretti per aumentare la profondità, deviazioni,
canalizzazioni, chiuse, dighe e canali. Un sistema efficiente che permette oggi
un discreto ricorso alle vie d’acqua per finalità di trasporto commerciale
anche grazie ad una ferrea regolamentazione degli afflussi delle acque per
contenere i rischi di alluvioni o contrastare i periodi di magra.
Buona parte del viaggio si dipana lungo il tortuoso itinerario del Missouri, il fiume per definizione per chi è veramente americano. Al punto che molti lo considerano ancora più importante del Mississippi che ha strappato il primato di fiume più lungo degli Stati Uniti a danno del Missouri solo in ragione di una svista dei cartografi in merito alla effettiva attribuzione del primo tratto fluviale che in realtà sarebbe stato metodologicamente corretto attribuire al Missouri. Di certo l’errata attribuzione non ha tolto a Least Heat-Moon il fremito primordiale verso questo fiume e la volontà quasi ferrea di risalirlo quasi fino quasi alle sue sorgenti. Un libro che si legge con entusiasmo, lo stesso che ha mosso l’autore nel raggiungere il Pacifico, grazie a dialoghi secchi, costruiti con sagacia e ironia. Una continua rincorsa tra l’autore e i suoi compagni di viaggio, i “pilotis” del momento che si avvicendano nel corso del viaggio, ma che nella narrazione pare essere sempre la stessa persona. Di notevole impatto emotivo le perle di saggezza raccolte durante gli incontri. Una su tutte degne di nota (e di stimolo alla riflessione per molti): nella lingua degli indiani d'America la parola inondazione non esiste. I fiumi hanno iniziato a straripare solo dopo l'arrivo dei bianchi. Prima seguivano solo il loro destino.
Buona parte del viaggio si dipana lungo il tortuoso itinerario del Missouri, il fiume per definizione per chi è veramente americano. Al punto che molti lo considerano ancora più importante del Mississippi che ha strappato il primato di fiume più lungo degli Stati Uniti a danno del Missouri solo in ragione di una svista dei cartografi in merito alla effettiva attribuzione del primo tratto fluviale che in realtà sarebbe stato metodologicamente corretto attribuire al Missouri. Di certo l’errata attribuzione non ha tolto a Least Heat-Moon il fremito primordiale verso questo fiume e la volontà quasi ferrea di risalirlo quasi fino quasi alle sue sorgenti. Un libro che si legge con entusiasmo, lo stesso che ha mosso l’autore nel raggiungere il Pacifico, grazie a dialoghi secchi, costruiti con sagacia e ironia. Una continua rincorsa tra l’autore e i suoi compagni di viaggio, i “pilotis” del momento che si avvicendano nel corso del viaggio, ma che nella narrazione pare essere sempre la stessa persona. Di notevole impatto emotivo le perle di saggezza raccolte durante gli incontri. Una su tutte degne di nota (e di stimolo alla riflessione per molti): nella lingua degli indiani d'America la parola inondazione non esiste. I fiumi hanno iniziato a straripare solo dopo l'arrivo dei bianchi. Prima seguivano solo il loro destino.
William LEAST HEAT-MOON (2000), Nikawa - Diario di Bordo di una Navigazione attraverso L'America, Einaudi - ISBN 88-06-15496-6
giovedì 20 giugno 2013
Tra orgoglio e abbandono: cronache di un viaggio abituale tra Lombardia e Piemonte
La ferita che ha lasciato lo
sviluppo di Malpensa 2000, la “grande Malpensa” come imponeva la logica leghista
allora imperante è ancora ben impressa nel territorio circostante, sventrato e
svilito per assecondare un modello di sviluppo che, anche allora, non sarebbe
risultato credibile. Attraversare i
comuni della lotta, quelli che scesero in piazza per protestare contro i
carrelli degli aerei che sfioravano le antenne, Lonate Pozzolo, Ferno,
Samarate, vuol dire passare in mezzo a rioni completamente abbandonati. Equamente
abbandonati: case popolari, ville con piscine, casette con gli occhi chiusi con
i mattoni in attesa di un riutilizzo che difficilmente si potrà fare. Visti i
tempi e la cronica mancanza di pianificazione. Oggi i loro proprietari,
indennizzati con moneta sonante, si sono trasferiti e agli aerei non ci pensano
più. Ci viaggiano solamente, passando sopra altre case e altri tetti di gente
meno fortunata di loro. Virando verso est, verso la sponda del Ticino
oltrepassata la teoria di capannoni e uffici vuoti da sempre si passa sopra il
fiume, l’unica anima bella rimasta in quest’angolo di orgoglio lumbard nel
mondo, ormai solo immagine di un degrado senza fine. In questi giorni di piena vederlo scorrere
sotto il ponte di ferro di Galliate è come un soffio di ossigeno per un moribondo.
Una riga verde smeraldo - perché se è vero che tutti i fiumi hanno un colore,
il verde smeraldo è il colore del Ticino
- che passa sotto questa struttura del 1952, un tunnel che quando si attraversa,
dà sempre l’idea che usciti dall'altra parte ci si possa ritrovare a vivere il giorno della sua inaugurazione. In
quegli anni verso i quali tutti vorremmo in fondo tornare, illusi che il tempo
di allora si muovesse con il moto lento di un film in bianco e nero. Il ponte è
la boccia di vetro con la ballerina immobile e la neve finta che le si agita
intorno. Attraverso il vetro si vedono le stagioni: le piene, la neve sulle
rive, la secca i bagnanti che affollano le anse e l’anima candida dagli occhi
verde smeraldo che ogni estate pretende le sue vittime che, come tutti i fiumi,
trattiene sul fondo, come a rivendicarne il pieno possesso. Il trofeo da
esporre. Passo per Galliate e anche qui il ricordo degli anni del dopoguerra rivive.
Con le sfide fra Varzi, illustre e notabile concittadino e Tazio Nuvolari, nato
in una città del Mantovano gemellata con Galliate, città viscontea. Ma è solo
un breve momento. Superato il centro della città, con le sue fortificazioni di
stampo ottocentesco, il confine con l’Austria era a pochi metri, inizia a
spandersi l’immonda concretezza dell’area industriale, un’onda sul bagnasciuga
che, purtroppo, non si ritira mai. Un assurdità dei piani regolatori di anni di
illusorio benessere, dove un paese di poche migliaia di anime riesce oggi ad
avere due anche tre aree industriali, con l’intento dichiarato di coprire tutti
e quattro i punti cardinali.
Nella campagna tra Novara e
Vercelli, attraversata dal gioco reticolare dei canali irrigui che portano i
nomi di uomini politici post-unitari che fecero l’Italia, ma soprattutto fecero
grande il Piemonte, la cascina si staglia come una cattedrale gotica diroccata.
In mezzo a quello spazio rimasto vuoto è ancora facile immaginarla solitaria in
mezzo alla campagna. Con lentezza muovevano allora carri, bestie, biciclette,
poi qualche motocicletta, qualche motofurgone, ma sempre nella direzione di
quel centro di vita sperso in mezzo alle risaie e alla nebbia. Oggi ci passa
l’autostrada, di fianco, un rudere rossastro che stona con le insegne della
benzina e l’acciaio del guard-rail che le scorre vicino.
A Cameriano, sullo stradone, a
metà paese si gira a sinistra e qui si che sembra di tornare agli anni 50’.
Anche prima se non fosse per il monumento ai Sette Martiri della resistenza
trucidati in mezzo alle rogge, è facile immaginare di tornare agli anni trenta.
Il bar del paese serve acqua e menta e gli anziani seduti non sembrano oziosi
come quelli dei bar cittadini. La padrona invita a giocare al tiro alla rana,
dove vince chi riesce a centrare la bocca larga dell’anfibio con dischetti di
ottone vecchi di decenni. D’inverno se si è fortunati può capitare di essere
inviatati a cena dai cacciatori che svuotano i carnieri in questo posto d’altri
tempi. Dopo il reticolo delle risaie, qualche cascina semi abbandonata si
ritorna sullo stradone per Borgo Vercelli, altro esempio di politiche dementi
che sono riuscite a trasformare un bell'esempio di urbanistica fluviale, caso
raro per il Piemonte, dove le città voltano le spalle ai propri fiumi, in un
polveroso ricettacolo di abbandono che colpisce indiscriminatamente capannoni
costruiti e mai usati e architetture settecentesche.
Prima di Vercelli, nascosto tra
una selva di cartelli gialli e neri che indicano le ansimanti attività
superstiti dell’ennesima area industriale appare a malapena il cartello marrone
che indica il percorso della via Francigena. E’ facile imbattersi in pellegrini
turisti, in quasi tutti i mesi dell’anno. Persone normali: pensionati dall'aria
giovanile, turisti stranieri con lo zaino che attraversano a piedi zone poco
probabili per una passeggiata di meditazione: parcheggi, distributori di
benzina, centri di logistica semivuoti. Ma dietro quel muro, si apre un
sentiero di terra battuta che porta a Roma passando per monti, colline, laghi e
boschi. Un sicura certezza per chi passa e prosegue nel suo itinerario di
squallore. A sud di Vercelli, sulla strada
di larghezza esagerata che attraversa le risaie un’altra area industriale, in
forte espansione: ben due centri commerciali sorti nel giro di un amen. Con altrettante
rotonde che ruotano attorno al nulla. Gareggeranno con l’abbandono che regna
sovrano in questa parte di Piemonte funestata da centri commerciali e produttivi relitti di
idee di espansione mal calcolata: concessionarie in stile azteco, un mega
centro per l’artigianato che ha conosciuto solo i fabbri che hanno serrato i
cancelli, ospedali allo sfascio, un ex orfanotrofio finito di costruire quando,
ex lege, gli orfani sono stati cancellati dall'ordinamento, un manicomio in
cerca di identità. Tutto nel giro di qualche centinaio di metri in linea d’aria.
Unica nota di valore: è che qui Francis Lombardi, pioniere e asso dell’aviazione
prima e carrozziere dopo, aveva i suoi stabilimenti che regalava sogni agli
italiani del boom economico trasformando semplici utilitarie in semi-fuoriserie
pretenziose. Oggi non se lo ricorda più nessuno.
giovedì 6 giugno 2013
La vita e la memoria
Non suonino come un rimprovero le parole di Papa Francesco quando afferma che un uomo che muore di fame non fa notizia, mentre i dati dell'andamento finanziario diventano oggetto di interesse generale. La storia e l'Umanità non si sono mai fermati davanti al dolore del mondo; lo hanno giustificato con dati e fatti e spesse volte i dati coincidevano con i listini delle quotazioni di borsa. Siano invece, le sue parole, comprese come una pura verità alla quale non ci possiamo sottrarre, sia per aiutare quell'uomo che muore e tanto meno per modificare l'andamento delle contrattazioni di borsa. Accettiamolo e basta. Accettiamolo perché il nostro mondo è piccolo e non può arrivare a comprendere tutto il male dell'universo. Il nostro vivere, così come lo dipingiamo con la mente, è riempito e svuotato costantemente delle cose buone che gradualmente vengono sostituite da cose meno buone, inutili vacue. Il lavoro è importante, la responsabilità ben riposta, l'attaccamento e l'impegno sono fondamentali per consolidare la propria posizione sociale e di censo, ma come suonerebbero adesso per chi ha dimenticato per otto ore, che beffardamente sono tante quante le ore di lavoro contrattualmente convenute, il figlio in un macchina diventata un forno? Nulla, meno di zero. E' come se scoprissimo, uscendo dai luccicanti uffici di una city che quell'uomo che muore accucciato sotto un portone è nostro padre. E noi ci siamo dimenticati di essere figli. Fino al momento in cui non lo avremo più.
giovedì 23 maggio 2013
Il marketing del tubo (di scappamento)
Le automobili prodotte negli ultimi anni si distinguono
in due grandi categorie: quelle che mostrano il tubo di scappamento e quello
che lo nascondono. I veicoli di basso cabotaggio, come utilitarie, macchine per
famiglie, onesti mezzi di trasporto per chi all'auto non può rinunciare, il tubo
di scarico lo occultano dietro il paraurti. Quelle grosse, potenti e
cafone lo ostentano. Grosso, cromato, prepotente. Un simbolo di maschia potenza da esibire come i colori
sgargianti che ornano il fondoschiena dei babbuini. Due, tre anche quattro in
alcuni casi. Un’aberrazione che Luca Mercalli definisce una mostruosità come un
uomo con due ani. Più che le motivazioni che portano a evidenziare la parte
finale della combustione, che è poi l’origine di buona parte dei mali dei tempi nostri,
bisognerebbe capire perché gli strateghi del marketing automobilistico abbiamo
deciso di non mostrarlo più. In fondo l’auto ha sempre avuto il tubo di
scappamento. E’ connaturato con essa, quasi una funzione sensoriale che le
permette di funzionare, di fare rumore per farsi notare e di emettere
scarichi nocivi per farsi sentire. Non si capisce per quale motivo sia
improvvisamente sparito. Se si tratta di nascondere il fatto che non si vuole
fare vedere che inquinano allora perché mostrare le vergogne di quelle che
invece consumano di più e spesse volte senza motivo? Si vuole sottolineare
l’atteggiamento remissivo e pacifico del suo utilizzatore che farebbe tutto per
evitare di andare in giro a depositare la sua quota giornaliera di CO2, ma che
tuttavia continua ad usare l’auto anche per fare tragitti da passeggiata
balneare? Questo potrebbe essere un buon motivo. Come sempre il marketing
riesce a trasformare le nostre deficienze in modelli virtuosi sempre a patto
che si assecondino i modelli di consumo proposti. E’ oggettivamente difficile
trovare delle argomentazioni ragionevoli. Io avrei fatto il contrario:
nascondere la protuberanza velenosa di SUV, bolidi stradali et similia e fare
pesare di meno le colpe a chi usa la macchina con coscienza e rispetto per gli
altri.
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