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giovedì 9 aprile 2015

Ministro venga a Vercelli

Il neo ministro ai lavori pubblici Delrio ha detto che lui non sarà quello delle grandi opere, ma dei lavori utili. Va bene, ci crediamo anche se risulta un po' azzardato dare per sincere le parole di un membro di un governo che aspetta di celebrare il proprio trionfo inaugurando la più inutile e costosa delle grandi opere: l'Expo. Comunque se proprio vuole passare all'azione consiglierei al ministro di prendere spunto dall'esemplare lezione della provincia di Vercelli che ha appena inaugurato il ponte sul Sesia dopo un lavoro di messa in sicurezza del vecchio manufatto risalente a due secoli fa rifacendolo più sicuro, più moderno, più lungo ma esattamente uguale a come era prima. La vicenda del ponte di Vercelli è una buona pratica anche alla luce di quanto successo in un'altra città piemontese, Alessandria, dove la febbriciattola delle grandi opere aveva intaccato la giunta comunale che aveva allegramente deciso di demolire il vecchio ponte ottocentesco, acciaccato certo, ma ancora valido, per costruirne uno modernissimo, lucentissimo, sicurissimo e soprattutto costosissimo. Anche Sgarbi gridò, più che allo scandalo, alla stupidità della classe politica locale profetizzando che dopo quel ponte, nessun altro ponte avrebbe cavalcato le acque del Tanaro, semplicemente perché non ci sarebbero stati fondi sufficienti. Infatti. Nello stesso periodo la provincia di Vercelli affrontava il problema del ponte in un altro modo: valorizzando quello che già esisteva. Sono state costruite due nuove campate per allungare il ponte e rendere più sicuro il flusso delle acque durante le piene; le campate sono in cemento armato, ma riprendono la forma di quelle antiche e sono state ricoperte di mattoni fatti a mano per rendere l'insieme armonico e coerente con il precedente manufatto; i marciapiedi sono della stessa pietra di Baveno usata due secoli prima e le spalliere, le balaustre e tutti gli elementi architettonici sono stati ripresi e riprodotti sotto la vigilanza della dei Beni Culturali. I lavori sono durati quattro anni, tanti certamente, ma oggi Vercelli ha un ponte nuovo con costi inferiori a quelli dell'abbattimento e della costruzione di uno nuovo. Chi passa sul ponte oggi può assaporare un caso di buona gestione dei soldi pubblici e di rispetto per quello che già esiste. Ministro passi anche lei sul ponte di Vercelli. 

giovedì 20 giugno 2013

Tra orgoglio e abbandono: cronache di un viaggio abituale tra Lombardia e Piemonte

La ferita che ha lasciato lo sviluppo di Malpensa 2000, la “grande Malpensa” come imponeva la logica leghista allora imperante è ancora ben impressa nel territorio circostante, sventrato e svilito per assecondare un modello di sviluppo che, anche allora, non sarebbe risultato credibile.  Attraversare i comuni della lotta, quelli che scesero in piazza per protestare contro i carrelli degli aerei che sfioravano le antenne, Lonate Pozzolo, Ferno, Samarate, vuol dire passare in mezzo a rioni completamente abbandonati. Equamente abbandonati: case popolari, ville con piscine, casette con gli occhi chiusi con i mattoni in attesa di un riutilizzo che difficilmente si potrà fare. Visti i tempi e la cronica mancanza di pianificazione. Oggi i loro proprietari, indennizzati con moneta sonante, si sono trasferiti e agli aerei non ci pensano più. Ci viaggiano solamente, passando sopra altre case e altri tetti di gente meno fortunata di loro. Virando verso est, verso la sponda del Ticino oltrepassata la teoria di capannoni e uffici vuoti da sempre si passa sopra il fiume, l’unica anima bella rimasta in quest’angolo di orgoglio lumbard nel mondo, ormai solo immagine di un degrado senza fine.  In questi giorni di piena vederlo scorrere sotto il ponte di ferro di Galliate è come un soffio di ossigeno per un moribondo. Una riga verde smeraldo - perché se è vero che tutti i fiumi hanno un colore, il verde smeraldo è  il colore del Ticino - che passa sotto questa struttura del 1952, un tunnel che quando si attraversa, dà sempre l’idea che usciti dall'altra parte ci si possa ritrovare  a vivere il giorno della sua inaugurazione. In quegli anni verso i quali tutti vorremmo in fondo tornare, illusi che il tempo di allora si muovesse con il moto lento di un film in bianco e nero. Il ponte è la boccia di vetro con la ballerina immobile e la neve finta che le si agita intorno. Attraverso il vetro si vedono le stagioni: le piene, la neve sulle rive, la secca i bagnanti che affollano le anse e l’anima candida dagli occhi verde smeraldo che ogni estate pretende le sue vittime che, come tutti i fiumi, trattiene sul fondo, come a rivendicarne il pieno possesso. Il trofeo da esporre. Passo per Galliate e anche qui il ricordo degli anni del dopoguerra rivive. Con le sfide fra Varzi, illustre e notabile concittadino e Tazio Nuvolari, nato in una città del Mantovano gemellata con Galliate, città viscontea. Ma è solo un breve momento. Superato il centro della città, con le sue fortificazioni di stampo ottocentesco, il confine con l’Austria era a pochi metri, inizia a spandersi l’immonda concretezza dell’area industriale, un’onda sul bagnasciuga che, purtroppo, non si ritira mai. Un assurdità dei piani regolatori di anni di illusorio benessere, dove un paese di poche migliaia di anime riesce oggi ad avere due anche tre aree industriali, con l’intento dichiarato di coprire tutti e quattro i punti cardinali.
Nella campagna tra Novara e Vercelli, attraversata dal gioco reticolare dei canali irrigui che portano i nomi di uomini politici post-unitari che fecero l’Italia, ma soprattutto fecero grande il Piemonte, la cascina si staglia come una cattedrale gotica diroccata. In mezzo a quello spazio rimasto vuoto è ancora facile immaginarla solitaria in mezzo alla campagna. Con lentezza muovevano allora carri, bestie, biciclette, poi qualche motocicletta, qualche motofurgone, ma sempre nella direzione di quel centro di vita sperso in mezzo alle risaie e alla nebbia. Oggi ci passa l’autostrada, di fianco, un rudere rossastro che stona con le insegne della benzina e l’acciaio del guard-rail che le scorre vicino.
A Cameriano, sullo stradone, a metà paese si gira a sinistra e qui si che sembra di tornare agli anni 50’. Anche prima se non fosse per il monumento ai Sette Martiri della resistenza trucidati in mezzo alle rogge, è facile immaginare di tornare agli anni trenta. Il bar del paese serve acqua e menta e gli anziani seduti non sembrano oziosi come quelli dei bar cittadini. La padrona invita a giocare al tiro alla rana, dove vince chi riesce a centrare la bocca larga dell’anfibio con dischetti di ottone vecchi di decenni. D’inverno se si è fortunati può capitare di essere inviatati a cena dai cacciatori che svuotano i carnieri in questo posto d’altri tempi. Dopo il reticolo delle risaie, qualche cascina semi abbandonata si ritorna sullo stradone per Borgo Vercelli, altro esempio di politiche dementi che sono riuscite a trasformare un bell'esempio di urbanistica fluviale, caso raro per il Piemonte, dove le città voltano le spalle ai propri fiumi, in un polveroso ricettacolo di abbandono che colpisce indiscriminatamente capannoni costruiti e mai usati e architetture settecentesche.
Prima di Vercelli, nascosto tra una selva di cartelli gialli e neri che indicano le ansimanti attività superstiti dell’ennesima area industriale appare a malapena il cartello marrone che indica il percorso della via Francigena. E’ facile imbattersi in pellegrini turisti, in quasi tutti i mesi dell’anno. Persone normali: pensionati dall'aria giovanile, turisti stranieri con lo zaino che attraversano a piedi zone poco probabili per una passeggiata di meditazione: parcheggi, distributori di benzina, centri di logistica semivuoti. Ma dietro quel muro, si apre un sentiero di terra battuta che porta a Roma passando per monti, colline, laghi e boschi. Un sicura certezza per chi passa e prosegue nel suo itinerario di squallore. A sud di Vercelli, sulla strada di larghezza esagerata che attraversa le risaie un’altra area industriale, in forte espansione: ben due centri commerciali sorti nel giro di un amen. Con altrettante rotonde che ruotano attorno al nulla. Gareggeranno con l’abbandono che regna sovrano in questa parte di Piemonte funestata da centri commerciali e produttivi relitti di idee di espansione mal calcolata: concessionarie in stile azteco, un mega centro per l’artigianato che ha conosciuto solo i fabbri che hanno serrato i cancelli, ospedali allo sfascio, un ex orfanotrofio finito di costruire quando, ex lege, gli orfani sono stati cancellati dall'ordinamento, un manicomio in cerca di identità. Tutto nel giro di qualche centinaio di metri in linea d’aria. Unica nota di valore: è che qui Francis Lombardi, pioniere e asso dell’aviazione prima e carrozziere dopo, aveva i suoi stabilimenti che regalava sogni agli italiani del boom economico trasformando semplici utilitarie in semi-fuoriserie pretenziose. Oggi non se lo ricorda più nessuno.  

L' Antiscenza al Parlamemto