Le automobili prodotte negli ultimi anni si distinguono
in due grandi categorie: quelle che mostrano il tubo di scappamento e quello
che lo nascondono. I veicoli di basso cabotaggio, come utilitarie, macchine per
famiglie, onesti mezzi di trasporto per chi all'auto non può rinunciare, il tubo
di scarico lo occultano dietro il paraurti. Quelle grosse, potenti e
cafone lo ostentano. Grosso, cromato, prepotente. Un simbolo di maschia potenza da esibire come i colori
sgargianti che ornano il fondoschiena dei babbuini. Due, tre anche quattro in
alcuni casi. Un’aberrazione che Luca Mercalli definisce una mostruosità come un
uomo con due ani. Più che le motivazioni che portano a evidenziare la parte
finale della combustione, che è poi l’origine di buona parte dei mali dei tempi nostri,
bisognerebbe capire perché gli strateghi del marketing automobilistico abbiamo
deciso di non mostrarlo più. In fondo l’auto ha sempre avuto il tubo di
scappamento. E’ connaturato con essa, quasi una funzione sensoriale che le
permette di funzionare, di fare rumore per farsi notare e di emettere
scarichi nocivi per farsi sentire. Non si capisce per quale motivo sia
improvvisamente sparito. Se si tratta di nascondere il fatto che non si vuole
fare vedere che inquinano allora perché mostrare le vergogne di quelle che
invece consumano di più e spesse volte senza motivo? Si vuole sottolineare
l’atteggiamento remissivo e pacifico del suo utilizzatore che farebbe tutto per
evitare di andare in giro a depositare la sua quota giornaliera di CO2, ma che
tuttavia continua ad usare l’auto anche per fare tragitti da passeggiata
balneare? Questo potrebbe essere un buon motivo. Come sempre il marketing
riesce a trasformare le nostre deficienze in modelli virtuosi sempre a patto
che si assecondino i modelli di consumo proposti. E’ oggettivamente difficile
trovare delle argomentazioni ragionevoli. Io avrei fatto il contrario:
nascondere la protuberanza velenosa di SUV, bolidi stradali et similia e fare
pesare di meno le colpe a chi usa la macchina con coscienza e rispetto per gli
altri.
Attraverso le nostre scelte consapevoli è possibile diminuire i consumi per l'affermazione di un'economia sostenibile ed equa. Dai modelli di comportamento, ai trasporti e alle letture tutto è materia per un approfondimento che porti a discriminare tra l'utile e il vacuo, tra la sostanza e l'effimero, tra il modello virtuoso e il pedissequo seguito a richiami di inconsistente benessere.
giovedì 23 maggio 2013
mercoledì 15 maggio 2013
Il difficile senso di una tragedia
Se può avere ancora senso tornare a parlare del gesto folle di Adam Kabobo, lo squilibrato che a colpi di spranga e piccone ha ucciso tre persone, sarebbe bene parlare di una persona che ha restituito il vero significato di questo dramma. Mi riferisco al direttore dell'Ospedale Niguarda che di fronte ai giornalisti ai quali comunicava l'ultimo ferale bollettino medico sulle condizioni del povero ragazzo di 21 anni, dopo un attimo di umano sbandamento, ha detto due parole che riverberano magnificamente il pathos di questa tragedia: e' difficile. E' difficile, infatti, trovare un senso a quello che stava leggendo; è difficile per un medico giustificare le ragioni di una morte così, come è difficile per un padre giustificare la perdita di un figlio, per una comunità le ragioni della follia e della disperazione, per una città giustificare il disinteresse e l'ignavia. E' difficile, è oggettivamente difficile. Il solo vero atto di responsabilità è il silenzio di chi è sopravvissuto, il lavoro e l'impegno delle forze dell'ordine, dei giudici e degli operatori sociali che sapranno prevenire tragedie simili, le lacrime di un medico che ha fatto il possibile, ma oltre al dato clinico, non sa fornire spiegazioni. E' difficile, ma le lacrime e il dolore sincero del medico del Niguarda sono le cose più semplice da comprendere.
mercoledì 8 maggio 2013
Quando la pubblicità non aveva sensi di colpa
Ha fatto bene Silvio Saffirio a
scrivere il suo libro sugli anni ruggenti della pubblicità. Una parentesi di
storia felice che inizia verso la metà degli anni ’70 per chiudersi intorno
alla metà degli anni ’90. Chi scrive è uno del mestiere. Nel senso che ha
lavorato nel settore che conosce molto bene. La sua idea letteraria, dovendo
semplificare, è stata questa: “perché non intervistare tutte quelle persone che
hanno lavorato insieme a me, come soci, colleghi o concorrenti, che conosco
molto bene, ma che non ho mai potuto conoscere per quello che pensano
intimamente della pubblicità?”. Ne è uscito un lavoro molto interessante,
soprattutto perché i solidali dell’autore erano, più che altro per ragioni
anagrafiche, le menti creative che hanno fortemente contribuito alla nascita
della comunicazione commerciale moderna. Parliamo di Emauele Pirella, Milka
Pogliani, Maurizio D’Adda, Giampietro Vigorelli, Pasquale Barbella, Franco
Moretti e altri esponenti di quel mondo che hanno lasciato un segno indelebile
nel vissuto di molti prodotti e marche che magari oggi non esistono più, ma che
continuano ad influenzare il nostro modo di parlare, di scrivere e di pensare.
Rammarica che non abbia potuto essere schierato tra gli intervistati Enzo
Baldoni (il libro è uscito dopo la sua scomparsa in Iraq) perché il suo punto
di vista, a detta di molti degli intervistati, avrebbe potuto aggiungere ancora
più significato alla lettura. Ma accontentiamoci anche del fatto che nel tempo
intercorrente dal termine delle interviste alla stampa due importantissimi personaggi
sono passati purtroppo a miglior vita: Emanuele Pirella che ha legato il suo
nome ad alcune campagne storiche come quella del famoso sedere che invitava chi
lo amava a seguirlo e Marco Mignani al quale penso potrà fare solamente piacere
se verrà ricordato per i suoi famosi 10
piani di morbidezza.
Ci sono alcuni elementi che
saltano agli occhi e che descrivono bene il periodo: innanzitutto un fatto
congiunturale dovuto alla calata in massa delle “major” anglosassoni della
comunicazione che sono arrivate nel nostro Paese per sfruttare un mercato
ancora immaturo e dalle fortissime potenzialità. Al traino dell’espansione in
Italia di importanti corporation dell’alimentazione, delle bevande e dei beni
semidurevoli sono arrivate importanti agenzie di comunicazione come Leo
Burnett, J. Walter Thompson, Ogily&Mather, Young&Rubicam,
Saatchi&Saatchi le quali, lungimiranti, si sono ben guardate da mandare
manager scadenti a soggiornare per qualche anno nel Bel Paese, ma hanno smosso
i cavalli di razza facilitando in seguito lo sviluppo di un fiorente periodo di
creatività tipicamente italiana. Per la pubblicità italiana è stata una grande
lezione per apprendere le tecniche e le modalità di lavoro delle grandi agenzie
internazionali (che ancora oggi imperano in questo ambiente) alle quali hanno
però unito un’inedita dose di immaginazione sofisticata, apparentemente leggera
e ingenua, ma in grado di superare le reti molto fitte e infide della moralità
dei tempi che spesso intralciava, con regolamenti assurdi, censure di vario
tipo e cavilli burocratici di bizantina memoria la crescita di un sistema di comunicazione commerciale più aperto e libero. Non si dimentichi che il
pubblico al quale si doveva fare riferimento era quello abituato ai siparietti
di Carosello (tornato allegramente in auge in questi giorni) dove lo “sketch”
con il volto conosciuto era totalmente svincolato dal prodotto che veniva poi
evidenziato nella coda finale del filmato. Scelta non casuale o motivata da ragioni artistiche, ma in ossequio a vetusti regolamenti interni della Rai che
impedivano, di fatto, ogni contaminazione del marchio all’interno della
“reclame”.
Dal libro di Saffirio emerge
anche la magia di una professione che allora nasceva veramente per caso e per
pura combinazione. Sono eloquenti le testimonianze degli intervistati che raccontano gli sforzi per entrare nel mondo dell’editoria, ritenuto allora il vero
paradiso della parola, della lettera, del pensiero che unisce la conoscenza
all’arte, la volontà di apprendere alla capacità di divulgare. Tanti bei sogni
sperperati nelle difficoltà di quegli anni: l’origine borghese e le scarse
disponibilità economiche, le tentazioni dell’ideologia, i paradisi
artificiali, la contestazione. Quasi tutti gli intervistati ammettono di essere
stati, in fondo, dei falliti di successo. Ma il vaso di Pandora della
pubblicità era ormai scoperchiato e la forte attrazione che il mondo della
pubblicità eserciterà negli anni a venire su frotte di giovani dalle velleità
creative ed immaginifiche farà scaturire dapprima un proliferare di agenzie
molte volte improvvisate e affastellate che avrà come risultato un decadimento
molto sensibile della qualità dei lavori e la netta sensazione che un momento
magico sia definitivamente terminato. Si tenga presente, a riprova di questo,
che la pubblicità italiana, per quanto ci possa piacere o essere piaciuta per
le sue trovate, le immagini che ha evocato e i modi di dire che ha imposto, a
livello internazionale non brilla certo per premi e riconoscimenti ricevuti.
Ogni tanto portiamo a casa qualche cosa, ma capita di rado.
In ogni caso, gli anni ruggenti della
pubblicità, nel piccolo del nostro mondo, ci sono stati. Con l’avvento delle
televisioni commerciali e dei famigerati “spot” l’investimento delle aziende
verso la pubblicità, soprattutto verso il canale televisivo, ha toccato vette
molto elevate. E questa abbondanza di denaro che acquistava spazi di visibilità
sul mezzo che ha fatto letteralmente impazzire gli italiani a partire dalla
metà degli anni ’80, ha fatto la fortuna di molti pubblicitari, travisandone
però spesso, i reali meriti. Infatti non va dimenticato che il successo di una
campagna pubblicitaria per quanto intelligente, azzeccata e a passo con i tempi
dovrà riconoscere il suo successo, e spesso il successo viene scambiato
unicamente per quanto una pubblicità riesca a farsi ricordare, in ragione della
potenza di fuoco alla quale ricorrerà. Insomma, per quanto banale, poco
creativo e volgare, il messaggio pubblicitario ci sembrerà più riuscito di
quello che vediamo meno. Ma si sa che la pubblicità non ha sensi di colpa.
Silvio SAFFIRIO (2010), Gli Anni Ruggenti della Pubblicità- I grandi creativi raccontano, Instar Libri - ISBN: 978-88-461-0110-5
domenica 21 aprile 2013
Lo Stato occupazionale
E’ possibile teorizzare un
sistema di reclutamento che garantisca sempre una piena occupazione di tutta la
forza lavoro disponibile, che sappia indirizzarla verso il giusto sbocco
professionale e che sia in grado incentivarla ad cogliere tutte le possibilità
di aggiornamento e formazione? Insomma un sistema che metta al riparo da
sfruttamento, lavoro nero, paghe risibili e ricatti? Si; anche se sulle prime
potrebbe sembrare un tentativo mal riuscito di resuscitare modelli di economia
di stile collettivista, il sistema potrebbe avere una sua logica facendo dei
doverosi distinguo. Nei Paesi del socialismo reale esisteva, di fatto, un unico
datore di lavoro, lo Stato che, allo stesso tempo, formava, reclutava, divertiva
e accudiva l’intera popolazione. Che lo facesse bene e con intenti
disinteressati è sicuramente non vero, ma lo faceva. Ancora oggi
l’assistenzialismo garantito è oggetto di rimpianto da parte dei sopravvissuti
al crollo del muro. Ma dato che si trattava di assistenza, il modello non avrebbe
potuto reggere a lungo. Come i fatti dimostrarono. Ipotizzando però che i datori di lavoro siano
tanti e operino in regime di concorrenza, come avviene nelle nazioni dove vige
il libero mercato, sarebbe però interessante pensare ad un sistema dove
l’intera forza lavoro venga assunta da un unico operatore, lo Stato, e rimesso
a disposizione delle aziende sulla base di un meccanismo, né più ne meno,
simile al lavoro interinale.
Facciamo un esempio: il soggetto
A terminato il suo corso di studi universitario viene assunto dallo Stato che
lo valuta per quella che è la sua preparazione, le sue capacità, talenti e
inclinazioni . Se non dimostrerà il livello di preparazione adeguato e se rivelerà un potenziale, potrà integrare le sue conoscenze con attività di formazione ad
hoc, ovviamente a spese della collettività. Una volta pronto per il mondo del
lavoro, lo Stato lo proporrà a quelle aziende interessate al suo profilo. In
cambio riceverà un corrispettivo per il servizio reso. Un bel vantaggio per l’azienda: niente
più tenuta di libri paga, versamenti di contributi, cedolini, accantonamenti:
tutto è a carico dello Stato. Che ovviamente si rifà sulle aziende “clienti”.
Ma torniamo al nostro soggetto A: il lavoro nella sua azienda prosegue. Cresce
professionalmente e matura esperienze rivendibili in altri contesti. In un
contesto normale l’azienda che lo ha assunto tenderà a non riconoscere nessun
merito alla sua crescita e il giovane ha due strade per migliorarsi: chiedere
un aumento o cambiare lavoro, ovvero mettersi subito in una condizione di
debolezza e di potenziale rischio. Se fosse dipendente “dello Stato”,
quest’ultimo una volta accertate le qualità del suo dipendente andrebbe dall’azienda
cliente a contrattare un aumento del corrispettivo per le prestazioni svolte.
Se l’azienda non accetta, la risorsa verrà automaticamente allocata presso
un’azienda maggiormente disposta a sostenere i costi le prestazioni fornite. Indubbiamente
il modello presuppone un’estrema mobilità, ma se questa modalità venisse resa
obbligatoria fino ad una certa età, per esempio fino a 35 anni, i vantaggi
sarebbero superiori ai disagi. Vediamone i motivi: Lo Stato di fatto diventa
monopolista di una fetta di forza lavoro, proprio di quella più critica,
vulnerabile e soggetta alla discriminazione. La possibilità di reclutare
personale al di fuori questa modalità verrebbe facilmente individuata.
Praticamente il lavoro in nero sparirebbe. L’evasione contributiva subirebbe
una drastica riduzione perché sarà solo lo Stato a versare contributi per i
propri assunti. E per le aziende è un bel sollievo in termini di costi fissi
per personale amministrativo che non sarà più necessario. Lo stesso dicasi i
versamenti delle imposte, l’assistenza sanitaria, la maternità. Tutto a carico
di un unico interlocutore che coprirà i costi con i proventi derivanti dalla
“locazione” delle proprie risorse. Un vantaggio enorme è poi prevedibile per la
formazione e lo sviluppo delle risorse per la semplice ragione che lo Stato,
possessore di fatto di tutte le risorse impiegabili all’interno della tessuto
produttivo abbia un altissimo interesse a investire in formazione e
addestramento per mantenere elevata la qualità del suo patrimonio che potrebbe essere
impiegabile non solo all’interno del contesto nazionale, ma anche all’estero.
L’idea è questa, per sommi capi.
Sicuramente ha molti buchi e smagliature, ma a livello generale non vedo motivi
che potrebbero ostacolare un approfondimento. Se qualcuno avesse delle idee al
riguardo o al contrario può approfittare di questo spazio per aprire il
confronto.
venerdì 29 marzo 2013
Il vero senso di essere Francesco
Il pellegrino scalzo che prega impassibile sotto
la pioggia in piazza San Pietro a Roma non è l'immagine di un Chiesa d'altri tempi, ma l'icona di
quella che sarà domani. Non una Chiesa povera, ma libera.
Papa Francesco ha colto il nesso indissolubile
che lega l’assenza di vincoli materiali con la piena condivisione dell’Ideale.
In questa assenza di legami scaturenti dalle troppo sapienti arti del
compromesso e della negoziazione poggia la forza del nome che il nuovo capo
della Chiesa ha voluto imporsi.
San Francesco ha rinunciato a tutte le
sostanze paterne, non ad una parte di queste. Così ha fatto e farà Papa
Francesco che con le sue rinunce sta di fatto smantellando il sistema di
compromessi che ha garantito il perseverare dell'interesse terreno sulla
componente morale e spirituale della Chiesa. Le sue rinunce di oggi sono la sua
forza domani.
Non è la spiritualità di quest'uomo che
non ha indugiato un solo momento a rompere gli schemi, ma la sua assoluta
libertà nel volere essere a tutti costi quelli che gli piace essere.
Le scelte minimaliste del Papa oggi sono
amplificate dal megafono della comunicazione che, ormai disabituata alla
anormalità, persegue con stupore le mosse irrituali di un attore che sembra
avere scordato la sua parte. Tra poco la sua forza si sfogherà all’interno
delle mura ben cintate della invalicabile fortezza vaticana e solo allora potremo
misurare gli effetti della sua forza.
Nel frattempo il nuovo Francesco strabilia
con il suo essere prete tra la gente, ma colpisce l’immaginazione solo di chi
la Chiesa la conosce e la pratica poco. Solo chi preferisce ingaggiare con la
Chiesa Cattolica il dibattito sui temi pelosi dell’omosessualità, dell’aborto,
della contraccezione trova eccezionale il nuovo Papa. Certo non si sorprende
colui che conosce la vita dei sacerdoti di tutti i giorni.
Il nome del nuovo Papa darà ragione al
gesto di quel pellegrino sotto la pioggia. Non è solo fanatismo. Francesco non
è una sorpresa per chi è credente.
mercoledì 6 marzo 2013
La rivolta dei panciapiena
C'è
un bizzarro contrasto tra la voce di protesta che si leva dal coro dei
cosiddetti "grillini" e una genuina volontà di fare politica.
Un contrasto che chi ha vissuto la stagione dei forti scontri ideologici
difficilmente riesce a spiegare se non attraverso una lettura dei tempi e dell’immane
senso di individualismo che ne permea. Anche negli anni della contestazione
esisteva una forte componente nichilista rivolta verso il mondo delle
istituzioni politiche, religiose e accademiche. La forza emergente di
aggregazioni giovanili in grado di compattarsi, anche fisicamente, al cospetto
della reazione ha generato una consapevolezza che poi ha avuto, in molti
fortunati casi, esiti costruttivi, ma anche nefandi e scellerati che ancora oggi
attagliano le coscienze di molti. C’erano soprattutto due cose che assommate
hanno generato una coppia di forza motrice, la cui combinazione fortunata
riesce poche volte nel corso della storia: il bisogno materiale ed emotivo di
una vita migliore e un’ideologia in cui credere.
Chi
scende in campo con il movimento di Beppe Grillo ha intrapreso un’azione
politica al seguito di un’idea, non di una ideologia, ha intessuto dinamiche di
gruppo spinte dal mezzo virtuale con uno scarso peso relazionale e un basso
coinvolgimento emotivo, non concepisce l’acculturamento come uno strumento di
levatura e di sviluppo e soprattutto, non ne sente il bisogno. E’ un esercito
di esseri satolli di consumismo e di tecnologia da esibire, che non ha mai
sperimentato stati o situazioni di precarietà o di annebbiamento delle proprie
prospettive. E’, in ultima analisi, un mondo di persone che non ha fame. Un
esercito di panciapiena. Sono impiegati, dipendenti pubblici, pensionati con
buon reddito, imprenditori che hanno saputo ritagliarsi una nicchia nel
generale stato di crisi, persone che hanno avuto esistenze semplici, non
segnate da traversie o momenti di buio. Persone che non si sono misurate con i
meandri della macchina dello Stato e che non hanno mai avuto modo di
apprezzarne i meccanismi diabolici e deleteri, che non conoscono la Costituzione
e che riducono gli equilibri di una negoziazione ad una più spiccia e fragorosa
attività denigratoria della controparte. Non matureranno mai una coscienza
politica perché hanno una vaga sensazione della coscienza civile e non sono in
grado di comprendere che quello che siamo oggi, nel bene e nel male, è solo
merito o colpa di quelli che sono venuti prima di loro. Sono quelli che ti
suonano il clacson per rimproverarti di qualche manovra maldestra e quando ti superano
guardano dritto davanti a loro per non incrociare lo sguardo. Sono persone che
mirano ad un beneficio immediato dalle proprie azioni. Che cercano stimoli
nuovi per smuovere la propria esistenza agiata e intorpidita verso nuovi
traguardi ed esperienze. Con la determinazione del principiante. Come chi compra
la bicicletta o l’attrezzatura da sci per poi chiuderla in garage dopo pochi
mesi. Vantano una fedina penale immacolata, semplicemente perché la loro ignavia
o la loro limitatezza non li ha mai portati a misurarsi con situazioni di
complessità che andassero oltre la compilazione della richiesta degli assegni
familiari senza discernere che esiste una grado di valore diverso tra un imprenditore
di successo che non ha mai frodato il fisco o uno statista che non ha mai rubato
e un semplice cittadino che amministra il proprio stipendio e basta. Si
presentano per quelli che sono, apparentemente anime candide le cui pecche
linguistiche e culturali possono essere sminuite dal loro entusiasmo. Credono
in una guida che di fatto non conoscono che idolatrano con malcelata invidia, e
che non vedono l’ora di abbandonare al suo destino per potersi ritirare in un
angolo a contare il bottino. Si sforzano di essere originali di rompere gli
schemi della comunicazione e della dialettica semplicemente perché non sono in
grado di reggere un contraddittorio Sono privi di ironia. Recitano slogan
orecchiati qua e la senza capire che quello che dicono oggi è in contrasto con
quello sostenuto ieri. E’ la pancia piena che li fa muovere in uno stato di intorpidimento
mentale. Difficilmente si ridesteranno. A meno che non si accorgano di avere l’acqua
alle caviglie. E allora anche i loro stomaci inizieranno a gorgogliare.
mercoledì 30 gennaio 2013
La logica leghista per punti
La logica leghista per punti:
- Celebrare i riti celtici (sempre ammesso che si sappia che cosa siamo) pensando che tutto alla fine consista sempre e solo nel mangiare salsicce, polenta, bere birra e ruttare sghignazzando;
- Odiare i meridionali, i negri, gli immigrati dimenticando di esserlo stati una generazione prima;
- Odiare tutto quello che e' italiano, soprattutto le automobili Fiat perché gli Agnelli facevano gli imprenditori con i soldi dello stato e allora comprano quelle tedesche e poi odiano la Merkel che gli toglie la sovranità;
- Detestare tutto quello che viene fatto per il bene comune perché poi bisogna pagare anche per i negri e gli zingari. Dimenticando che non sono immortali anche perché la dieta celtica (vedi punto 1) non lascia indenni da disturbi;
- Augurare la morte della Montalcini per poi cagarsi addosso appena hanno un brutto male;
- Disdegnare il servizi pubblico trasporti compresi, perché la lega lavora e va in macchina (vedi punto 3) e anzi vorrebbe andare più forte perché le automobili di adesso con i freni che hanno altro che limiti a 130, invece in Germania (vedi punto 3);
- Odiare Napoli con tutte le forze e fare tutto per dichiararlo al mondo con cori da stadio e invocazioni al Vesuvio. Salvo poi cantare funiculì, funiculà con l'animatore del villaggio vacanze a Santo Domingo (perché il leghista non fa le vacanze in Italia anche se vola low cost dal terminal 2 di Malpensa, quello vecchio);
- Orripilare di fronte alla politica romana, spostare i ministeri al nord per poi cambiare idea quando si scopre che a Roma ci sono più soldi che a Monza;
- Fuggire di fronte al più lieve accenno di speculazione logica, artistica o culturale. Il leghista è pratico e non si perde dietro a stronzate. Deve lavorare anche se non ha capito bene per cosa;
- Dire sempre che se ci fosse la lega le cose andrebbero meglio per poi non capire neppure quali sono le cose che vanno male. Così i leghisti del futuro potranno sempre lamentarsi e perpetrare la stirpe.
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