venerdì 27 gennaio 2012

Simbologia del naufragio

L’immagine della nave da crociera semiaffondata a pochi metri dalla costa ha suscitato non poca morbosa attenzione da parte dei media di tutto il mondo.
Si avverte, infatti, una beffarda e irriverente presenza dell’elemento liquido che sovrasta ormai arredi, suppellettili, tappeti che mai e poi mai si sarebbero immaginati ghermiti dall’acqua marina, di quell’elemento che la moderna epopea dei viaggi per mare, dal Titanic in avanti, ha cercato di dimenticare e di oscurare con cortine di lusso e sfarzo. O di miseria e puzza di sudore (come direbbe De Gregori) se parliamo della terza classe.
Una forte connotazione simbolica della nave ha sempre trovato nella ricerca del lusso e delle comodità, una risposta all’atavico terrore dell’uomo a navigare sulla superficie dell’abisso marino, colmo di misteri e creature mostruose. I crescenti agi che le imbarcazioni hanno riservato nel corso dei secoli ai primi argonauti sino ai facoltosi passeggeri dell’epoca d’oro dei transatlantici, sono state un illusorio paravento al baratro che separa il fasciame del vascello all’oscuro abisso marino. Con l’avvento della navigazione di massa, che ha coinciso con le punte dei flussi migratori oltreoceano di eserciti di persone del tutto ineducate al mare e alla navigazione, le navi si sono gradatamente adeguate alla necessità di nascondere o limitare il più possibile la vista dell’elemento che di per se giustifica il mezzo, e cioè il mare.
L’esplosione, poi, del business delle crociere d’evasione, dove la nave non è più un mezzo di trasporto per raggiungere una meta prefissa, bensì una scusa per potere esercitare stili di vita altrove non possibili, il mare viene addirittura eliminato, oscurato alla vista, dimenticato. E’ soltanto una superficie abbastanza tranquilla per potere fare muovere una costruzione metallica di enormi dimensioni, un “non luogo” galleggiante che contiene tutto quello serve per il divertimento e che non può stare da nessuna altra parte.
A bardo delle crociere si fa di tutto: si mangia, si gioca, ci si trastulla, si fanno conoscenze e si cercano avventure galanti. Tutto tranne ricordarsi che siamo in navigazione e andare per mare racchiude sempre una certa dose di rischio.
Ecco perché l’immagine della nave semiaffondata esercita una fortissima dose di sgomento in chi la guarda che non riesce a capitarsi di come sia stato possibile un affronto del genere alla magnificenza della nave, al suo bianco immacolato, alle sue comode cabine, ai suoi lussuosi saloni, alle divise dell’equipaggio e all'ostentata sicumera di chi le indossava.
Ancor più sconvolgente è l’immagine di quel relitto beffardamente adagiato a pochi metri dalla terraferma che riprende un’altra simbologia del naufragio caro, questa volta, ad un filone di pittori del tardo XVIII secolo che amavano raffigurare il vascello ormai ingovernabile nei pochi istanti che precedevano lo schianto contro la scogliera. La rappresentazione dello scenario di contorno alla nave – le ondate che frangono contro la scogliera, gli alberi sulla costa sferzati dal vento, il lampo che ammanta di bagliore sinistro le vele lacerate della nave - servivano ad enfatizzare la potenza dei fenomeni naturali, che nel loro insieme, offrivano a chi rimirava la pittura, un’idea di maggiore potenza rispetto al naufragio della nave in mezzo al mare.
Non possiamo parlare della simbologia del naufragio senza nominare il naufrago e lo stato di smarrimento che genera nel sopravvissuto l’idea di avere perso parte di se stessi in fondo al mare. Anche oggi, nonostante assicurazioni, risarcimenti e indennizzi, lo stato di depauperamento che si avverte dopo essere scampati ad un naufragio è avvilente. Proprio per questo motivo i marinai portavano l’orecchino d’oro: in caso di naufragio tutti i loro averi li avrebbero sicuramente seguiti nella buona o cattiva sorte. E’ andata bene ai naufragi della Concordia che si sono subito trovati al sicuro, tranne pochi sfortunati, ovviamente.
L’ultimo elemento simbolico del naufragio, la zattera, ovvero l’estremo tentativo di ridare fisionomia al motivo della navigazione intrapresa, mediante mezzi di fortuna e senza la minima possibilità di controllo se non i capricci degli elementi. Ma proprio a causa dell’assoluta mancanza di possibilità fare rotta verso una destinazione voluta, il mito della zattera ha generato meravigliose idee letterarie dove il mistero, l’ignoto e l’indole dell’uomo si dimostrano capaci di creare mondi di assoluta perfezione o baratri di abbruttimento e abiezione come nel caso dei naufragi della fregata francese Meduse, che tanto colpì l’immaginario popolare dell’epoca, per dichiarati episodi di cannibalismo.

Per una lettura su pittura e naufragio  Esperanza Guillén (2004), Naufragi, immagini romantiche della disperazione, Bollati Boringhieri – ISBN 978-88-339-1999-7

mercoledì 11 gennaio 2012

La montagna che si ribellò alla globalizzazione

Nel 1996, nel mese di maggio, a pochi metri dalla vetta dell’Everest si consumò una delle più assurde e drammatiche tragedie dell’alpinismo moderno. Nove persone di differenti nazionalità lasciarono la vita sulla montagna più alta del mondo a seguito di un improvviso peggioramento delle condizioni metrologiche che colse di sorpresa gli alpinisti impreparati ad affrontare l’addiaccio a quelle altitudini.
Questa sciagura coincise anche con l’apice delle cosiddette spedizioni commerciali, comitive di alpinisti volenterosi e poco addestrati che per parecchie migliaia di dollari potevano coronare l’ambizione di ogni escursionista della domenica: scalare l’Everest e tornare in ufficio a raccontarlo ai colleghi.
In quegli anni fiorirono moltissime società specializzate in spedizioni in alta quota comandate da alpinisti di vasta esperienza e discreto buon senso, ma estremamente affaccendati ad accaparrarsi i clienti più in vista e prestigiosi che in cambio della loro ascesa in vetta non si sarebbero risparmiati in commenti entusiasti - magari in occasione di qualche talk-show televisivo - nei confronti della società artefice dell’impresa. Alimentando, però, un business che portò quel giorno del maggio del 1996 alla perdite di molte vite umane.
I fatti, le speculazioni sul prima e sul dopo, sono ben descritti dal famoso best seller di Jon Krakauer  “Aria Sottile” che fece da apripista ad altre pubblicazioni a cura di altri protagonisti di quegli eventi ognuno con un pezzo di storia in più da raccontare o qualche elemento a propria discolpa.
Ed è a questo libro che vi rimando se vi interessa approfondire i dettagli della storia e dei personaggi.
Lo spunto della mia riflessione va invece a toccare un altro aspetto che mi è parso di percepire da questa vicenda la quale, se proprio vogliamo a vedere i fatti da un punto di vista statistico non aggiunge granché alla contabilità di tributi di vite umane che la montagna richiama ogni anno visto che il rapporto di morti sacrificati per persone che hanno calpestato la vetta è di 1 a 4 e questo valore non cambia da decenni.
E’ piuttosto una riflessione di come la storia di questo microcosmo montano riprenda per moltissimi versi le dinamiche cha hanno attraversato il più grande cosmo dove ci troviamo a vivere e come la tragedia immane sia pronta a colpire chi non vede i pericoli che la natura sfruttata, svilita e banalizzata, possa, con l’istinto dell’animale braccato, sferrare la zampata letale.
Già l’origine del nome affibbiato alla  montagna mi sembra abbastanza sintomatica: Everest era il cognome di un cartografo inglese in forza al servizio di rilevamenti geodetici in India, attivo nella prima metà dell’800. Il nome vero della montagna è un altro, anzi tanti altri, a seconda che lo si guardi da sud o da nord. Infatti i Tibetani la chiamano Jomolungma (Dea del Mondo) mentre per i nepalesi che vivono sul versante sud della montagna è Sagarmata (Dea del Cielo). Nomi sicuramente più aulici di un oscuro funzionario inglese al servizio delle mire colonialistiche britanniche. Per tutti era comunque una montagna sacra e di conseguenza inviolabile. Gli sherpa, etnia oriunda proveniente dalle steppe del nord e fortificata dall’altitudine si sono però ben prestati a fornire la manovalanza al diletto degli occidentali. E la sacralità è stata dileggiata a suon di dollari. L’avvicendarsi di tentativi di scalate, alcune di successo, molte fallimentari, altre finite in tragedia ha contribuito a lasciare sulle pendici della montagna tonnellate di rifiuti praticamente impossibili da rimuovere: migliaia di bombole di ossigeno vuote, brandelli di tende sfilacciate dal vento, rifiuti di bivacchi e l’impatto che i campi base posti a più di 5.000 metri di altitudine e che arrivano ad ospitare anche qualche migliaio di persone tutte in una volta, ha sull’ecosistema della montagna.
Per continuare con le similitudini delle brutture che hanno caratterizzato la permanenza in alcuni luoghi degli uomini cosiddetti civilizzati e che hanno contribuito al loro decadimento riflettiamo sull’ultimo atto della tragedia: lo sfruttamento dell’immagine dell’Everest per irretire gli avventurosi della domenica in imprese oggettivamente difficili, ma trasformate in permanenze e attività diversive da resort esclusivo grazie a perfette operazioni di promozione e di marketing che hanno contribuito all’errata percezione che una guida ben pagata possa rendere immune anche gli inesperti dai pericoli.
Quindici anni fa la Montagna sacra si è ribellata e si è scossa di dosso un bel po’ di presenze a suo giudizio divenute troppo invadenti. Da allora le spedizioni commerciali si sono rarefatte e anche il riconoscimento dell’impresa tende ad essere più selettiva di prima attribuendo il primato solo a chi arriva in vetta senza l’ausilio della maschera di ossigeno. Le spedizioni con finalità commerciali sono riprese, ma stavolta non si prefiggono di portare decine di persona in vetta in una giornata, ma tonnellate di rifiuti a valle per ripulire la montagna sacra.
Nella breve parabola di un centinaio d’anni questa zona ha attraversato tutte le epoche che hanno contraddistinto la nostra storia degli ultimi tre secoli – il colonialismo, lo sfruttamento, la logica della produzione intensiva, la globalizzazione - e precorre le soluzioni che vanamente qualcuno raccomanda per evitare il disastro finale ovvero il ritorno a ritmi più naturali e una maggiore sintonia con i ritmi di crescita e rigenerazione dell’ambiente che ci circonda.
Jon Krakauer (1998), Aria Sottile, Casa Editrice Corbaccio - ISBN 88-7972-268-9

lunedì 2 gennaio 2012

Tutela del territorio: difendere le aree vulnerabili

Un consiglio che mi sento di dare a chi amministra le città è quello di dedicarsi con maggiore impegno alla sorveglianza e alla cura di quelle porzioni di territorio che attorniano l’area urbana del comune. Boschi, brughiere, rive dei fiumi, campagne sono porzioni di territorio facile preda di chi, in enorme spregio al rispetto della cosa comune, scarica tranquillamente rifiuti, a volte anche pericolosi, godendo di una relativa certezza di farla franca.
Le aree agricole, boschive e fluviali che costituiscono la prevalente quota di territorio dei comuni italiani sono zone vulnerabili che vanno tutelate con maggiore impegno. Non sempre le amministrazioni sono disposte ad attuare provvedimenti dissuasivi, forse perché preferiscono spendere in più ambiziosi programmi di fiere, feste, notti bianche e palchi danzanti più facili far pesare nel momento del tornaconto elettorale.
Dalla tipologia di rifiuti che capita sovente di vedere abbandonati lungo strade di campagna, brughiere, rive di fiumi è facile comprendere che si tratti di residui che piccoli imprenditori edili, artigiani, titolari di officine gettatano via per non dovere incorrere negli oneri amministrativi ed economici dello smaltimento fatto secondo le regole. E’ vero che si tratta molto spesso di materiali inerti come macerie di demolizioni, fili e cavi elettrici, gomme di automobili, ma capita anche di trovare lastre di eternit, latte di solventi e vernici o peggio. Senza considerare ovviamente l'obbrobrioso e avvilente spettacolo di discariche disseminate in luoghi votati e ben altre attività.
Eppure un’ efficace opera di prevenzione può essere fatta. Con strumenti relativamente semplici, ma soprattutto tramite una forte determinazione da parte delle amministrazioni a proteggere l’integrità del proprio territorio.
Innanzitutto precludendo la facoltà di accesso alle zone predilette degli sversatori abusivi come i viottoli di campagna, le strade che portano agli alvei dei fiumi e i sentieri che si perdono nella brughiera. Se per motivi di transito questo accorgimento non è attuabile, si possono posizionare delle telecamere in grado di riprendere ingressi ed uscite.
Un ulteriore provvedimento è quello di facilitare lo smaltimento di rifiuti industriali agendo il Comune in concorrenza con le società appaltatrici di servizio di raccolta di rifiuti, fornendo luoghi di raccolta a prezzi più bassi, magari in ragione che l’interessato ha la possibilità di conferire con mezzi propri i rifiuti risparmiando sui costi di ritiro.
In ultimo, attuare iniziative che portino i luoghi che diventano scariche abusive a essere meno isolati, trasformandoli in aree destinate alle escursioni e alla scoperta dell’ambiente circostante l’ambito cittadino. 
Lungo il Tanaro in prossimità di Asti. Rifugio di uccelli e pneumatici abbandonati
Rifiuti abbandonati lungo gli argini del Tanaro
La recinzione abbattuta della Oasi del WWF. A pochi metri rifiuti e spazzatura

giovedì 29 dicembre 2011

L'Italia che non sa ricordare

E’ innegabile che Pietro Germi si sia lasciato suggestionare da quel brandello di epopea della grande Recessione americana descritto magnificamente nel film “Furore” quando, nel 1950, diresse il “Cammino della Speranza” uscito esattamente 10 anni dopo il capolavoro di John Ford, ma è altrettanto vero che l’ispirazione al dramma rappresentato dalla pellicola attinse a piene mani dalla realtà dura e cruda del nostro Paese di quegli anni.
Il “Cammino della Speranza” è un film che la critica tende ad annoverare tra i contributi al neorealismo italiano anche se riprende solo in parte i tratti distintivi del genere. Salvo alcuni spunti di particolare valore “neorealistico” come l’incontro a Roma tra il ragazzino in bicicletta e la siciliana spaesata alla ricerca del marito, la vicenda è troppo romanzata, lineare e semplificata e non sempre brilla per coerenza cronologica. Gli attori sono carichi di pathos e mimica gestuale quasi avessero abbandonato la recitazione senza il sonoro il giorno prima. I personaggi di contorno, sebbene particolarmente azzeccati nei ruoli, restano guitti mestieranti senza particolare talento.
Suggestive e di particolare pregio sono le inquadrature iniziali con il gioco magistrale tra il bianco abbacinante degli edifici della zolfatara ottocentesca, il cielo livido e le sagome scure delle donne in attesa del ritorno degli uomini dalle gallerie della miniere.
Ma ciò che colpisce è la capacità del regista di riprendere in presa diretta un dramma umano allora contingente e reale: la fuga degli Italiani stremati dalla disoccupazione per raggiungere i Paesi d’Oltralpe e tentare la fortuna e un riscatto alla miseria. E sarà l’inizio di una nuova epopea e il prologo di nuovi drammi: le migliaia di italiani sradicati dalla propria terra e destinati a fare i minatori in Francia, Belgio, Germania, a spalare quel carbone che in milioni di tonnellate arriverà in Italia per dare fuoco al boom economico prossimo ad esplodere. Sarà dunque l’inizio di tragedie piccole (ormai dimenticate) e grandi come Marcinelle, che sempre con maggior fatica si commemorano. Ma il “Cammino della Speranza” è un film sull’inizio, sull’inizio della ricerca di un’occupazione e di una sistemazione che nel film non vediamo, ma oggi, possiamo solo immaginare.
Se l’inflessibile guardia di confine francese che abbandona la maschera di severità al sorriso del bambino porta a riconciliare lo spettatore con la vicenda e i personaggi, nulla sappiamo di che cosa sarà di loro appena si dovranno scontrare con la realtà dello sfruttamento della manodopera di disperati in cerca di lavoro.
Oggi il seguito di quel film lo si potrebbe girare qui da noi, in Italia, perché dopo la rincuorante assistenza nei centri di accoglienza verso chi è scampato al cammino della speranza di oggi, che non è più il confine tra Italia e Francia, ma sono i deserti infuocati attraversati in completa incoscienza, la vera fatica di vivere la si incontra nell’incertezza, in chi specula sulla miseria altrui, nella burocrazia e nella diffidenza. Il dramma dell’umanità in cammino che con tenacia e costanza sa portare ricordi, amori, affetti e legami attraverso situazioni quasi sempre senza possibilità di controllo è ben espresso nel film di Germi, che, detratto dell’intrinseco valore artistico, resta un grande documento per l'originalità del tema e l'attualità storica. A questo proposito, la Roma ripresa nel film è reale. E’ la Capitale nel 1950, l’anno degli Americani, degli attori di Hollywood, della dolce vita che iniziava ad affacciarsi dalle terrazze dei palazzi. La denuncia di Germi è passata anche di qui, dagli uffici dei commissariati romani dove agenti troppo zelanti sono affaccendati in altre questioni per accorgersi dei drammi e degli odiosi traffici che si consumavano sotto i loro occhi.
Questo film andrebbe rivisto. Proposto alle scuole, ai politici che dimenticano la miseria dietro alle loro spalle, a chi oggi, in fin dei conti, sta bene.
Perché forse quello che ci impedisce di essere veramente un popolo migliore non è tanto la memoria, ma la capacità di ricordare.
“Il cammino della Speranza” di Pietro Germi con Raf Vallone e Elena Varzi - 1950

giovedì 15 dicembre 2011

I benefici (e l’urgenza) di una vera lotta all’evasione


Mai come in questo momento deve essere avvertita da chi governa il Paese l’urgenza di affilare le armi contro l’evasione fiscale. E non solo per un mero calcolo di saldi di bilancio statale, ma per la necessità di evitare un clima di tensione in grado di sovvertire gravemente l’ordine sociale.
Con la necessità di coprire un disavanzo che si sarebbe potuto agilmente contrastare con i proventi dell’economia sommersa, pari grosso modo ad un terzo della ricchezza ufficiale, lo Stato è andato nuovamente ad attingere dalle tasche dei redditi emersi. Accrescendo il senso di rabbia nei confronti di chi l’ha fatta franca per anni, il feticcio potenziale contro il quale sfogare presunti torti ed ingiustizie subite.
L’assenza di una politica che muova le risorse dello Stato a favore di una seria, assidua e inflessibile lotta all’evasione rischia di portare a maturazione i germi di quella rivolta che ha sempre avuto il sopravvento ovunque la presenza dell’autorità latitasse, sobillata dal pensiero ricorrente che nessuna giustizia è migliore di quella che dispenso a mio insindacabile giudizio.
La storia è piena di cacce a presunti nemici da stanare con forconi e vecchi moschetti: dalle streghe, ai neri, agli immigrati, ai comunisti, fascisti e altri rappresentanti di razze, ideologie e provenienze differenti. Con l’immancabile difetto di fare di ogni erba un fascio e di colpire, nell’abbondanza, anche chi passava lì per caso.
Oggi l’evasore non è più il modello segretamente ammirato in virtù della propria sfrontatezza nell’ostentare lusso e benessere a basso costo fiscale, ma è colui che ha portato il Paese al collasso e che continua a vivere nel suo limbo dorato ed inviolabile con il sardonico sorriso di chi sa di averla passata liscia ancora una volta.
Il rischio di azioni di piazza isolate e incontrollate ai danni di coloro che nell’iconografia illustrata da un certo tipo di stampa pressappochista e populista, sono identificati come proprietari di SUV, barche, abitazioni in località prestigiose può salire nei prossimi mesi allorché gli effetti delle misure del Governo Monti inizieranno ad assottigliare salari reali degli italiani.. E quando ci “scapperà il morto”, vero o metaforico che sia, lo Stato come sempre dovrà vedersela con le sue colpe.
Che sono tante, ingiustificatamente troppe.
Innanzitutto perché la lotta all’evasione è più facile che la lotta alla criminalità. Questo per il semplice motivo che il mafioso o il malavitoso latita, tende a nascondersi mente l’evasore, al contrario, ostenta. E’ lo fa in modo più eclatante di chi lavora, guadagna e paga le tasse perché chi evade ostenta non solo la propria ricchezza, ma anche la sua invulnerabilità alle leggi dello Stato, che guarda caso, sono anche promulgate per difendere i suoi interessi. Dunque stanare un evasore è più facile e meno pericoloso che cercare un delinquente che spesso gira armato. Non si può negare che le forze dell’ordine e la Magistratura non siano solerti nel fare accertamenti su patrimoni quando la provenienza o la paternità di questi non sia ben chiara,  ma non è sufficiente. Il cittadino non percepisce il lavoro di indagine che viene svolto sui grandi evasori: vuole vedere colpito il vicino che vive palesemente al di sopra dei redditi che denuncia o il pizzaiolo sotto casa che non rilascia lo scontrino. Perché un pizzaiolo per quartiere, per i quartieri di tutte le città, per le città di tutte le provincie e di tutte le regioni alla fine fanno più “nero” che un grande evasore. Questa assiduità e costanza nella caccia all’evasione non avviene in Italia perché mancano le risorse ovvero uomini sul territorio e paga poco in termini di impatto sull’opinione pubblica. Ma a tale proposito mi sento di dare un consiglio al Governo: se mancano uomini e mezzi per azioni di contrasto capillare sul territorio perché non concentrare tanti uomini e mezzi in una piccola zona? Non dico di essere esperti di tattica, ma basta avere fatto qualche partita a Risiko. Concentrando per esempio il 70% degli effettivi della Guardia di Finanza e altri corpi di polizia tributaria in poche Regioni italiane (per esempio due al nord, una al centro e una al sud) si potrebbero effettuare azioni a tappeto di controllo di piccole attività, ovvero le principali fonti di reddito sommerso. E dopo? Scegliere a caso altre Regioni? No. Io andrei a controllore le stesse attività ispezionate prima, ma con altro personale così faccio anche piazza pulita di corrotti e pusillanimi che si annidano nella polizia.
E anche sulle sanzioni mi pregio di dare alle nostre Autorità un consiglio: siate creativi anche nell’imporre sanzioni che diamo immediato beneficio alla collettività: obbligate l’evasore incallito e impenitente ad usare le risorse che per anni ha occultato in modo immorale per interventi a beneficio della collettività come il restauro delle scuole, il recupero di opere artistiche ed architettoniche, il contrasto al degrado ambientale ed urbano o iniziative, ironia della sorte, di imprenditorialità giovanile.
Un’adeguata misura di contrappasso per chi ha sempre avuto uno sfumato concetto del bene comune, e un evidente segno “coram populo” dei progressi della lotta contro l’evasione.
In caso di recidiva lo Stato potrebbe ex lege subentrare nella compagine azionaria delle società dell’evasore beneficiando di una quota di proventi fino a coprire la cifra evasa più le sanzioni e gli interessi. Questa misura è a mio giudizio più efficace, anche come deterrente, della comminazione di sanzioni elevate che rischiano di compromettere le possibilità di sopravvivenza dell’azienda stessa.
In Italia, grazie a politici coraggiosi sono state combattute tante battaglie e sono state quasi sempre vinte. Non sempre si trattava di nemici o avversari reali, ma spesse volte si trattava di atteggiamenti e comportamenti ben più pericolosi di uomini armati: mi riferisco alla piaga dell’analfabetismo del secondo dopoguerra, al clima di odio politico dei primi anni della Repubblica, ai tentativi di colpo di stato degli anni ’60, ovviamente al terrorismo degli anni ’70 e’80, e anche, doverosamente, alla grande criminalità organizzati che giudici, carabinieri e polizia hanno combattuto e combattono con risultati di straordinaria efficacia. Ma sono due le cose in cui il nostro Paese non ha mai svolto un’azione incisiva: una, che tratto spesso su questo blog ovvero la tutela dell’ambiente e la seconda che è la lotta all’evasione.
Il tempo per l’inerzia e i bizantinismi politici stanno minacciosamente cambiando.

mercoledì 7 dicembre 2011

La debolezza di sindaci e pedoni

Spiace constatare che gravi incidenti che hanno visto vittime due bambini siano capitati proprio in due città governate da sindaci la cui recente elezione ha suscitato folate di entusiasmo e forti aspettative di cambiamento. La Milano di Pisapia, strappata dalle mani della Moratti e la Torino di Fassino che riprende la nouvelle vague del precedente sindaco, ancora non hanno dato la sterzata decisa per eliminare il problema dei problemi delle grandi città di oggi: il traffico. Di Milano e del povero ragazzo investito dal tram ho già parlato. Di Torino e del bambino investito sulle strisce da uno scriteriato non ancora, ma temo di non avere molto da dire o da aggiungere. So solo che le Amministrazione possono fare molto di più per risolvere una questione che sembra non trovare, da qualunque parte si giri la testa, il giusto entusiasmo per tentare una soluzione radicale. E pensare che la risoluzione del problema del traffico, inteso come apposizione di limiti al traffico di veicoli privati, potrebbe generare una cascata di benefici di ritorno: la riduzione dell'inquinamento e la diminuzione dei malanni cronici che affliggono gli abitanti, la sicurezza per pedoni, ciclisti e per gli stessi automobilisti, miglioramento del contesto urbano che permetterebbe un migliore sfruttamento del patrimonio artistico ed architettonico delle città per fini turistici.
Alcuni mesi fa un mio post sosteneva la necessità di prevedere una fattispecie giuridica che implicasse anche la responsabilità oggettiva delle amministrazioni poco solerti nell'intervenire in palesi situazioni di pericolo per l'utenza più debole, come parrebbe essere il caso dell'attraversamento pedonale di Torino. Avevo suggerito di rendere civilmente responsabili i Comuni per il risarcimento alle vittime di incidenti dovuti a strisce pedonali poco evidenti perché scolorite, passaggi pedonali male illuminati o nascosti, mancanza di dissuasori che opportunamente obblighino i conducenti a rallentare in prossimità degli attraversamenti. Replicare il concetto dell'obbligo alla sicurezza per il datore di lavoro che deve essere in grado di valutare tutte le situazioni di rischio e adottare i presidi più ragionevoli.
Se vale per le aziende perché non dovrebbe valere per le città?

sabato 26 novembre 2011

L'Italia dei (beni) comuni

Codacons  e Comitas (Coordinamento Microimprese per la Tutela e l'Assistenza) stanno cercando contributi per la redazione del manifesto del bene comune. Si cercano cittadini che abbiamo sviluppato una propria idea sulle "commonalities" e che abbiamo idee per mettere in pratica la propria sensibilità sul tema. E' possibile compilare on-line un questionario che raccoglie opinioni su aree particolarmente cruciali per la vita del nostro Paese. Perché è proprio per il bene dell'Italia che questa iniziativa è stata intrapresa. Non è antipolitica, ma la richiesta di fare uno sforzo che vada leggermente al di fuori della lagnanza da bar o da pausa caffè. Offrire delle idee, investire un'ora del proprio tempo per articolare idee e proposte su 13 temi distinti, per diventare azioni del bene comune.
Vi invito a partecipare.

Manifesto per gli azionisti del bene comune 

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L' Antiscenza al Parlamemto