mercoledì 11 settembre 2013

Il magico boom

I tentativi del nostro Paese per uscire dalla crisi cominciamo ad evidenziare i nodi scorsoi che si stringono intorno al collo della nostra economia. In tutti i Paesi dell’Unione gli indicatori macroeconomici  stanno prendendo la rincorsa per una decisa ripresa, mentre da noi si stenta a prendere la direzione corretta. Fino a quando il male era comune il gaudio era quello di sapere che eravamo in compagnia. Oggi rischiamo di rimanere soli. Eppure le cause della nostra debolezza e scarsa capacità di competere sono risapute e riconosciute: scarsa innovazione, nanismo aziendale, tendenza alla frammentazione, bassa propensione ad investimenti di lungo periodo, incapacità a creare e consolidare competenze. Le origini di questi grandi impedimenti vanno ricercate in tempi lontani quando la nostra economia fece boom e milioni di persone poterono assaporare il benessere e la soddisfazione di avere creato qualche cosa dal nulla. Anche se ogni tanto qualche miliardario con velleità di politico cerca di farci credere che sia possibile tornare a quel periodo magico, sarebbe opportuno fare qualche riflessione. In quel contesto apparentemente benevolo e propizio, lo Stato non fece la sua parte, proprio come oggi, dove la latitanza delle istituzioni su molti segmenti della nostra realtà economico sociale è sempre molto sentita. In quegli anni l’economia e la capacità produttiva crebbero a dismisura. Ma non fu un bene perché i benefici ebbero scarsa possibilità di produrre effetti a lungo termine. Era una crescita senza controlli e senza regole. A chi ci governava allora andava bene così: c’era piena occupazione e questo impediva il disagio sociale e i tentativi di sommossa dormivano sotto la cenere; in ossequio alla morale cattolica l’integrità della famiglia era preservata grazie soprattutto al proliferare di aziende a carattere famigliare, un fenomeno talmente diffuso da impedire, negli anni successivi, la costituzione di un tessuto produttivo organico.  Eravamo affamati di crescita. Questo ha tollerato scempi paesaggistici che tuttora feriscono la dignità del nostro Paese. Il ricordo della povertà e del disagio era ancora troppo fresco per proporre modelli di sviluppo maggiormente inclini alla solidarietà e alla condivisione. Furono realizzate grandi opere, ma solo per favorire modelli di crescita basata sulla individualità come autostrade e strade, trascurando e mandando in rovina quello che di buono esisteva già come le ferrovie locali e i sistemi di trasporto merci su rotaia. Dalla fine degli anni ’50 fin verso la metà degli anni ’60 il nostro prodotto interno lordo cresceva a dismisura e questo faceva dormire sonni tranquillo alle istituzioni, troppo tranquilli. Si produceva, si guadagnava e quello che si produceva andava comprato. Il circolo era apparentemente virtuoso per andarlo a modificare, magari riducendo le possibilità di spesa con politiche fiscali di riequilibrio. La scelta è stata quella di tollerare evasione ed elusione. Adesso si cerca di correre ai ripari. Non che lo Stato stette semplicemente a guardare compiaciuto: più colpevolmente fece molto poco per prevenire le conseguenze che inevitabilmente sarebbero intervenute al termine del “boom”. Ebbe timore di toccare quel prodigioso meccanismo che in modo del tutto casuale si era messo in moto per un’eccezionale spinta dal basso e che se si fosse inceppato nessuno sarebbe stato capace di fare ripartire. Scarsa capacità di prevedere il futuro, poca immaginazione, una innata propensione e ridurre i problemi per la loro portata e a procrastinare le decisioni. Esattamente come in tempi attuali le istituzioni non sono state in grado di comprendere il fenomeno della crisi, soprattutto per le conseguenza strutturali che è destinata a lasciare sul nostro sistema. La ripresa non potrà più passare per le attività produttive dei “distretti” onore e vanto della nostra economia degli anni passati. Le dimensioni della competizione globale ce lo impediscono. E non è solo una questione di costo della manodopera e di mancanza di infrastrutture. Basta guardare le nostre scelte di consumatori che premiamo le aziende globalizzate perché offrono un valore riconoscibile costante nel tempo. Nel passato non si è fatto a sufficienza per investire verso sistemi di distribuzione di merci e servizi efficienti, moderni, concepiti sulla beneficio per l’acquirente finale, ma si è spesso indugiato su sistemi di accrescimento della catena per favorire un numero irragionevole di intermediari. Si sono tutelate, spesse volte con un tornaconto elettorale, categorie professionali per garantire rendite lucrose senza proteggere il fruitore finale dei servizi.
Tutto questo in ragione di un magico e misterioso tocco di re Mida che aveva tirato fuori dalla miseria un Paese con quasi 50 milioni di persone che combattevano con la miseria, l’arretratezza e la mancanza di un ruolo di prestigio in Europa.
Oggi le cose non sono diverse. L’incapacità che i Governi, a partire da quello guidato da Berlusconi, hanno evidenziato nell'errata lettura dei dati dell’economia reale, il malcontento che cresceva sono lo specchio dell’atteggiamento dello Stato di 50 anni fa.
Adesso, per rimanere in tema di boom, c’è anche chi pensa a candidare l’Italia per le Olimpiadi del 2024, giusto per rinverdire i fasti dei giochi di Roma del 1960. Da come stanno litigando Milano e Roma sembrerebbe proprio che qualcuno ci crede veramente. Ed è questo che preoccupa.  

mercoledì 4 settembre 2013

Noblesse oblige

Passate le feste ci si dimentica velocemente degli inganni denunciati da scontrini esosi per quattro misere consumazioni al tavolino di un locale esclusivo. Ho volutamente aspettato qualche giorno prima di esprimere il mio punto di vista su vacanzieri colti da raptus di presenzialismo che si trovano loro malgrado buggerati e sbeffeggiati da quel mondo che tanto inutilmente perseguono. Ho voluto vedere quanto seguito potessero lasciare notizie così insulse e prive di valore e ho constatato che le polemiche e le proteste di qualche miliardario in via di redenzione sono ricordi agostani, completamente assorbiti dagli scontrini non meno esosi del supermercato che, nonostante gli aumenti, nessuno metterà mai in rete. Rimane solo la beffa, non dell'esborso sostenuto, ma per la magra figuraccia fatta mostrando al mondo un tentativo maldestro e impacciato di spacciarsi per quello che non si potrà mai essere: uomini di mondo. Nel frattempo mi è anche capitato di venire a conoscenza di quanto costasse il biglietto di prima classe sul viaggio inaugurale del Titanic: l'equivalente di più di 72 mila sterline di oggi. Una cifra considerevole se paragonata al passaggio in terza classe che prosciugava le tasche dei disperati in cerca di fortuna, ma che era comunque abbordabile. Eppure mi sembra che i vari Astor, Guggenheim e compagnia non abbiamo sollevato polemiche sull'esosità dell'esborso. Noblesse oblige, miei cari, anche se la nave va a fondo. 

martedì 27 agosto 2013

Il mare di plastica

In questa estate di scontrini da capogiro, nelle località di vacanza frequentate da qualche vip e tanti  “sip”, self important person, ovvero persone che si “auto” definiscono vip, l’ostentazione rimane uno dei must del divertimento privilegiato. Divulgare sulla rete scontrini che reclamano cifre da capogiro giustificate solo dal contesto in cui vengono emessi è, in fondo una inconscia dimostrazione di potere anche perché chi si tiene ben stretto il portafoglio sta ben attento a non posare le chiappe su divanetti posizionati a portata di udito o di vista mozzafiato. A tutto c’è un prezzo. Il problema è che a chi decide il prezzo nessun può o vuole dire niente. Pertanto, nel dubbio, meglio stare alla larga.
L’altra ostentazione estiva, quella che sbalordisce i plebei avviene nei porticcioli delle località turistiche di mare dove galleggiano barconi di tenore hollywoodiano sui quali pendono bandiere di piccole isole britanniche che hanno attualmente problemi a ospitare nei loro porticcioli qualche barca a vela, una piccola flotta di pescherecci di granchi e il traghetto che le collega all’Isola Madre.
Ma è l’ostentazione di tanta potenza che stride con la cultura del mare e che risulta, in ultima analisi, una grande dimostrazione di ignoranza.
Il mare è una riserva di energia enorme e l’uomo ha impiegato millenni per sfruttarne le potenzialità affinando le regole della navigazione per renderla sempre più sicura e affidabile. Il buon senso e la capacità di conoscere il mare e i suoi molteplici aspetti ha portato l’uomo a sviluppare una strategia minimalista per potere essere sempre in grado di affrontare le situazioni più proibitive. Le canoe leggere e flessibili hanno permesso la colonizzazione delle isole del Pacifico. Migliaia di miglia in mare aperto affrontate con fragili imbarcazioni in grado però di reggere il mare più tempestosi del mondo. Piccoli approdi dislocati lungo la costa per permettere ancoraggi a ridosso di venti e mari pericolosi per la navigazione. Cabine piccole e raccolte per ottimizzare lo spazio con cuccette anguste che però permettevano di evitare di venire sballottati dalle onde. Vele piccole, frazionate e riducibili per evitare di farsele strappare dalla forza dal vento, e potere, allo stesso tempo avanzare. Le navi che donarono gloria all'impero Britannico non erano più lunghe di un modesto vaporetto in servizio sul Canale Grande. L’ammiraglia che ospitava Sir Francis Drake non raggiungeva la lunghezza di peschereccio.
Il gigantismo sul mare è un’invenzione dei tempi moderni e vari incidenti di percorso non hanno arrestato questa tendenza contro natura. 
L’ostentazione griffata del plutocrate ha intrapreso la strada della lunghezza smisurata per ospitare a bordo altrettanti simboli pacchiani e oltraggiosi della cultura del mare: suite a tema, tavoli da consiglio di amministrazione con ridicoli orpelli cittadini, palestre e altri dispositivi per consumare energie in eccesso. E poi, il mondo è diventato più grande grazie ai vantaggi della navigazione a vela, milioni di persone hanno lasciato il proprio Paese per raggiungere altri continenti e fino a qualche decennio fa navi a vela erano adibite al trasporto di merci su tratte di piccolo e medio cabotaggio. L'ostentazione impone la barca a motore. Un'altra insensata dimostrazione di dispendio oltraggioso se si pensa che queste barche hanno motori dalla forza mostruosa e vengono usare solo per qualche giorno all'anno. Eppure basterebbe pensare alle gite informali in barca a vela a Cape Cod della famiglia Kennedy per farsi un'idea di ineguagliato potere e prestigio. 
In mare tutto è funzionale a due cose: sfruttare la sua energia per navigare e sopravvivere alle dimostrazioni estreme di questa. Tutto lo sfarzo che si vede a bordo di queste rappresentazioni di kitsch galleggiante non serve assolutamente a nulla durante la navigazione in acque agitate. Nettuno non si fa intenerire da un vaso di fiori esposto sul ponte di comando, ma considera solo il coraggio degli uomini che dimostrano perizia nell'aggirare i pericoli. E di solito quei bestioni non fanno altrettanto bella figura come nelle placide acque di un marina o di un porticciolo alla moda.
Anche la terminologia è indicativa del rispetto che di dimostra per la cultura del mare.  Yacht o panfilo sono parole si leggono solo sui rotocalchi estivi, ma non hanno corrispondenza tra i termini marinareschi. Se si vuole “ostentare” dimestichezza con le cose di mare  quando parlate di imbarcazioni da diporto dite semplicemente barca. Oppure chiamatele con il loro vero nome: sloop, schooner, yawl, ketch, anche se questi termini sono più consoni alle barche a vela che non sempre incontrano i favori e le voglie di ostentazione dei nuovi ricchi. Sappiate che chi comanda a bordo non è il capitano, ma il comandante. Per chi va per mare il capitano è solo un militare. Noi diciamo capitano perché in inglese si dice allo stesso modo, captain, ma per noi non è la stessa cosa. Se vi capita di assistere alle manovre di una grossa barca che entra in porto astenetevi dal dire che sta parcheggiando. La barca ormeggia, non butta l'ancora, ma dà fondo, non parte, ma salpa. Le finestre sono oblò, i letti cuccette, la ringhiera è la falchetta e il balcone è il pulpito. La passerella che vi porta a bordo è lo scalandrone. La nave non è un palazzo pertanto non ha piani, ma ponti e ogni ponte ha una sua dignità crescente. Così come non ha un tetto, ma una tuga, non muri, ma murate, i pavimenti sono paglioli. Inoltre a chi governa una barca non piace essere assimilato ad un automobilista: pertanto evitate di dire volante (anche se il timone sembra il volante di una Ferrari). Esprimetevi in miglia e nodi e non dite nodi all'ora per intendere la  velocità perché nodi vuole dire già miglia all'ora.
Se si vuole perfezionare la propria cultura sulle cose di mare, allora è consigliabile leggere i meravigliosi racconti di Conrad, Melville, Salgari, Stevenson, Jack London. Oppure leggere qualche cosa sulla fantastica ed incredibile avventura di Ernest Shackleton o altri resoconti sulle esplorazioni polari. Un modo per guardare con sufficienza quel mondo fasullo e plastificato dei magnati in accappatoio cifrato e cocktail alla mano.




giovedì 1 agosto 2013

Il governo del non sapere dove andare

La gestione di governo da parte delle forze politiche che hanno retto l'Italia per buona parte degli ultimi due lustri non ha brillato per chiarezza di intenti su quale fosse la rotta migliore da tenere, ma ha sicuramente avuto idee molto precise su dove non si sarebbe dovuto andare. E precisamente non si sarebbe dovuti arrivare ad un giorno come quello di oggi che sancisce la definitiva fuoriuscita del Cavaliere e l'inizio dei suoi guai più grossi, quelli che non potranno trovare soluzioni legislative, ma si confronteranno solo con l'oggettività dell'ordinamento costituito. Se si potesse raggomitolare il filo dell'operato legislativo partendo da oggi fino ad arrivare al momento in cui Berlusconi ha sentito il fiato pesante della Giustizia che indugiava sul suo collo, tutte le azioni che inizialmente avrebbero garantito imperiture indennità al principe, avrebbero brillato per machiavellica coerenza e diabolico tempismo. Ma questo non è successo.Per fortuna, anche se lungo il tragitto di quel filo di Arianna rimangono le croci di problemi che non hanno mai incontrato gli alfieri e i paladini di immediate ed efficaci soluzioni. Con le conseguenze che sappiamo e che fanno sembrare ancora più amari giorni come questi. 


sabato 27 luglio 2013

Protesta, ma con stile

Glielo si spieghi ai tartassati stilisti Dolce e Gabbana che l'efficacia della protesta si misura in termini di disagio che azioni ed omissioni intraprese da una parte possono arrecare alla controparte. Scioperi delle maestranze per causare mancati profitti ai padroni del vapore e da parte datoriale, serrate per stremare gli operai decurtati del salario, la loro fonte di sostentamento principale. Certo le cose potevano essere sinteticamente descritte così se le rapportassimo al periodo delle grandi lotte operaie in Europa e Nord America, ma oggi le cose sono cambiate anche perché si sono aggiunte parti terze che spesse volte di sovrappongono tra di loro in un giro di disagi incrociati: consumatori di beni di largo consumo, fruitori di servizi di trasporto, pazienti di grandi strutture sanitarie, cittadini e opinione pubblica. A maggior ragione non si comprende la ratio che ha portato i due irosi stilisti a chiudere le loro vetrine di Milano per protesta contro le avventate parole del consigliere comunale. Posso capire le offese per le parole dette senza il fondamento di una sentenza passata in giudicato e il sacrosanto diritto di vantare una potenziale innocenza fino all'ultimo grado di giudizio, ma non si capisce chi avrebbe dovuto danneggiare la serrata di via della Spiga. I dipendenti hanno dichiarato di avere approfittato della fermata per andare qualche giorno in vacanza, che non denota certo soverchie preoccupazioni per il rischio di pane e companatico. Non penso che frotte di consumatori "con i soldi in bocca" abbiamo subito l'affronto di trovarsi davanti ad una vetrina chiusa tappezzata con stilosi volantini che spiegavano i motivi di tanta rabbia. Forse qualche russo, cinese o arabo che avrebbe potuto terminare di spendere gli ultimi spiccioli nella tappa di Milano per acquistare indumenti per potere affrontare con un minimo di confort il penoso tragitto del rientro a casa. Ah ecco, forse era questo il disagio della protesta firmata D&G. Vergognati Milano città ingrata! Non ti meriti gli sforzi di chi lavora e si prodiga per te. E se per caso venissero anche condannati per evasione hanno già detto che loro lasceranno l' Italia e pertanto anche via da te, cara Milano. Vedi di moderare i termini la prossima volta. Hai visto di che cosa sono capaci?

venerdì 19 luglio 2013

L'intelligenza politica. Deputato e ministro a confronto.

Si è sentito dire che Calderoli, che uomo sprovveduto certo non è, abbia saputo sapientemente cavalcare l'onda emotiva del proprio esiguo elettorato facendo giungere alla loro orecchie ingiurie volgari e infantili a carico di un ministro della Repubblica di pelle scura. Proprio quello il popolo padano avrebbe voluto sentire profferire da uno con la cravatta verde. Nonostante le scuse e le clamorose marce indietro per recuperare una pur minima dignità all'interno del sempre meno dignitoso emiciclo, esperti abili nel leggere le tattiche di sopravvivenza di asfittici partiti continuano a sostenere che nulla è nato per caso e che tutto corrisponde ad un disegno di propaganda politica che tenta il tutto per tutto pur di sopravvivere. Cosa certa è, che risulta difficile immaginare un Calderoli quasi timoroso nel profferire insulti tribali e deprecabili all'indirizzo di chi riveste, anche per aspetto fisico, la più deleteria nomenclatura delle colpe che costellano l'immaginario leghista: nero, donna, comunista e progressista. E' parimenti arduo immaginare un Calderoli a guinzaglio corto che vorrebbe esorcizzare le paure della valle padana, ma che per ragioni demagogiche sacrifica la propria intelligenza di fine uomo di Stato a vantaggio e consumo di un manipolo di scalmanati. Lui, in fondo, che con le parole in libertà ha sempre combinato qualche danno: dalle vignette al maiale sacrilego, dai commenti sulla tintarella di giornaliste troppo abbronzate,  all'autodafé sul proprio Frankestein elettorale. Ammettendo anche, con ingenti sforzi di fantasia e buona dose di indulgenza, che il fine ultimo della tattica di Calderoli sia la sopravvivenza, che ben sappiamo essere la quintessenza di quella particolare dote che ci permette di scampare agli agguati che i sempiterni predatori ci tendono, è lecito domandarsi: perché nessuno parla dell'intelligenza della parte offesa? Il ministro della Repubblica Italiana Cecile Kienge, che mi pregio e mi onoro di scrivere nell'interezza della carica ricoperta, ha dimostrato un'intelligenza quasi inusuale per il panorama politico italiano. Ha smorzato subito i toni della polemica, portando l'accadimento da un piano personale ad uno istituzionale. Non ha replicato alle offese, mantenendo un tono distaccato dalla polemica che stava montando. Immagino che per il ministro l'incidente si sia chiuso nel momento stesso in cui era nato. Semplicemente perché, intelligentemente, più la bufera saliva, più si confaceva alle mire del nostro eroe della volgarità. Una tattica saggia, da politico navigato abituato a scansare i siluri della controparte. Un vero politico di stampo britannico, come d'altra parte il ministro, nato in un contesto culturale tipicamente anglosassone, è. E allora come non ravvisare quei primi segnali di cambiamento culturale che una vera politica di integrazione può portare? I commenti di Calderoli sono beceri, irrispettosi e soprattutto denotano una forte componente razziale. Ma non è il primo che parla senza riguardi per le differenze e non sarà certo l'ultimo. Il ministro Kienge, con la sua calma, la sua capacità di vedere al di là dell'ostacolo è veramente la prima a regalarci un comportamento da politico esemplare. Augurandoci che non sia l'ultima. 

lunedì 15 luglio 2013

Miracolo a Milano


Senza soffermarsi troppo sul significato di una bravata esibizionista e scellerata del giovanotto in cerca di "facili" momenti di gloria, un merito va comunque riconosciuto a Maurizio Di Palma, il base jumper autore del lancio dal Duomo di Milano degli scorsi giorni. Un merito che non tutti gli riconosceranno, soprattutto i Milanesi, così distratti e lontani, ormai soggetti senza alcuna storia che si muovono dietro le quinte di una città che oggi non offre più niente di concreto e vero. Quando Maurizio ha raccontato la sua notte sui tetti del Duomo, accuratamente celato alla vista dei sorveglianti per evitare di vedere sfumare il suo gesto eclatante (e fare passare dei guai ai malaccorti guardiani), ebbene, è riuscito a trasmettere le immagini in bianco e nero di una Milano viva, attiva, forte e altruista. La Milano degli anni del dopoguerra, produttrice, animatrice, promotrice. Severa con i suoi cittadini, ma anche con quelli che aspiravano a diventarlo. Ma sempre incline a concedere una nuova opportunità a tutti. E come tutte le città attive e dinamiche aveva i suoi ritmi e i suoi rumori: le saracinesche dei bar che aprivano di prima mattina, i primi passanti che attraversavano la piazza, i voli di piccioni da una parte all'altra, la ronda della polizia. E poi ll sole che incominciava a traforare le guglie e spandere i suoi raggi benefici sul tetto del Duomo. Immagini in bianco e nero, appunto, di una Milano che oggi non c'è più, ma che sa ancora farsi rimpiangere. Maurizio prima di fare il suo grande balzo, ha vissuto da una posizione privilegiata un'esperienza che ormai non prova più nessuno. E ha saputo raccontarcela. Tanti notti come queste Maurizio (e qualche salto in meno).

L' Antiscenza al Parlamemto