martedì 19 aprile 2011

La ricchezza che viene dal mare


Beate quelle nazioni e quelle genti il giorno che vedranno la ricchezza arrivare dal mare.
Fortunati quegli Stati e quei popoli che scorgeranno la promessa di un futuro di pace e prosperità dalla moltitudine che appare all’orizzonte.
Questa è la profezia inascoltata di oggi; questa è la miopia di chi non sa preoccuparsi del bene del proprio Paese. Le migliaia di profughi che arrivano sulle nostre coste sono il nostro patrimonio di ricchezza per il domani, ma è difficile vederne la ricchezza se chi governa fa già fatica a capire l’oggi.
Pre-occuparsi e pre-vedere: sono semplici e categorici gli imperativi di chi deve traghettare un Paese alla deriva come il nostro se si riesce a dare alle parole il loro immediato significato: impegnarsi in anticipo per occuparsi di ciò che si vede in anticipo.
L’economia della generazione di ricchezza da ridistribuire lungo le direttrici del capitalismo è ormai sommersa dalle macerie delle fabbriche in disuso e le trappole che tende ai pochi malcapitati che ancora ci credono sono molto ben nascoste dai rovi che cominciano a prendere piede un po’ ovunque. Solo gli appassionati di rovine possono guardare a questi modelli con interesse. O gli stolti.
L’universo produttivo di tutto quel mondo “grande” – grande industria, grande finanza, grande distribuzione - si arena nel piccolo e, una volta trovato che quelle sabbie non sono poi così malsane, vi si sofferma e prospera senza traumi, anzi con sorprendente vigore spandendo un’inaspettata aurea di soddisfatto benessere.
Proprio perché il mondo si è moltiplicato a dismisura e le immaginarie reti della globalizzazione, dopo avere sorvolato lungo molteplici rotte i continenti poveri e ricchi, ha acquisito consapevolezza del delirio di un’economia che non è più in grado di fare cadere un centesimo dalle proprie tasche per sfamare almeno quei pochi che si trovano nei paraggi. Ovunque oggi si creano le isole e si spezzano i fili con il mondo circostante come i fondali rinsecchiti del laghi disseccati con le zolle di fango che non vedranno più l’acqua girargli attorno come un tempo. E quelle isole sono vicino a noi, in Italia, con le centinaia se non migliaia di antiche comunità agricole, montane abbandonate in tempi in cui il capitale non aveva ancora braccia e dita così rattrappite ed era ancora in grado di sparpagliare benessere e crescita.
L’America ha accolto milioni di persone in un periodo di pochi decenni. Non poteva esimersi, non ha chiesto l’aiuto di nessuno; si è semplicemente organizzata con centri di raccolta come Ellis Island dove chiunque passava lasciava un pezzo della sua storia che sarebbe diventata poi la grande storia di un grande Paese. E quei chiunque sono andati per il grande Paese a fondare piccole città e minuscole comunità con i nomi delle loro città e dei loro Paesi di origine, a fare mestieri simili a quelli che facevano a casa loro.
In Italia esistono quelle piccole città e quei minuscoli Paesi; sono i loro abitanti che non esistono più. Proprio perché sono andati via a fondarne altre e, se sciagurati sono tornati perché la vita al di la’ del mare era più dura di quella che avevano lasciato, erano troppo soli per farle tornare a vivere. Sono i piccoli borghi della Liguria di Ponente, dell’Appennino emiliano, delle Marche. Sono le masserie abbandonate della Sicilia, i villaggi di pastori della Sardegna. Sono scenografie, molte volte di bellezza inaudita, che aspettano attori e comprimari per riprendere a celebrare i riti di un tempo fatti di fatica per produrre il sostentamento della propria famiglia, di solidarietà e di parsimonia. Questi piccoli paesi aspettano solo chi sappia vivere in piccolo, non per rinuncia al grande, ma in virtù dell’intelligenza e della saggezza della propria storia che, almeno per sofferenze e traversie, vale più della nostra e per questo dobbiamo rispettare.

(Vedi l’articolo di Alessandra Pieracci apparso sulla Stampa il 27 Marzo 2011 “Il paese fantasma salvato dagli immigrati. A Mezzanego sei chiese e una moschea: un abitante su tre è straniero”)

sabato 19 marzo 2011

Strisce di civiltà


In Inghilterra, nel 1973 quando misi piede per la prima volta sul suolo britannico, feci una delle più curiose scoperte della mia vita di adolescente: le strisce pedonali.
Scoprii, insieme ai miei amici italiani impudenti e svergognati, che bastava fare la mossa di allungare il piedino verso la zona riservata all’attraversamento che i vecchietti inglesi sui loro trabiccoli a tre ruote inchiodavano, imprecavano, dannavano gli italiani, ma si fermavano.
Sono passati molti anni ormai: i vecchietti inglesi che avevano fatto la guerra sono morti, gli obbrobriosi tricicli caracollanti a motore sono spariti, le strisce pedonali di Abbey Road sono diventate monumento nazionale, gli italiani che andavano a studiare inglese a Hastings sono cresciuti, diventati adulti, genitori, forse nonni a loro volta, ma non hanno ancora imparato a rispettare i pedoni.
Nel nostro Paese muoiono ogni giorno due pedoni investiti da automobilisti troppo veloci, distratti e poco rispettosi della vita altrui.
Nel 2009 l’Istat ha registrato 667 pedoni morti a seguito di incidenti stradali e una relazione dell’ACI del 2010 mette in luce che sebbene il numero degli incidenti stradali sia in costante sensibile diminuzione, le occasioni in cui a rimetterci la pelle è chi va a piedi sono in aumento di quasi il tre per cento. I peggiori in Europa.
Le ragioni? Scarsa educazione da parte di chi guida, automobili sempre più alte, massicce ed imponenti per proteggere chi le guida, ma devastanti per chi è fuori dall’abitacolo, strisce poco segnalate e rarefatta presenza di dispositivi che rendano sicuro l’attraversamento. Aggiungiamo anche che una volta risarciti i familiari della vittima, grazie per fortuna all’assicurazione obbligatoria, è possibile ottenere il patteggiamento e le pene sono veramente irrisorie. La ventilata proposta di legge per iniziativa popolare, sostenuta anche dal sindaco di Firenze Renzi, finalizzata a far recepire al codice penale l’invocata fattispecie di reato di “omicidio stradale”, renderà meno percorribili le scappatoie civilistiche e addosserà al responsabile tutto il peso di un omicidio intenzionale, aggravato, come spesso accade, da una percezione della realtà stordita da alcool e droghe.
Ma se ne parla da anni e, curiosamente, nonostante la pletora di leggi e decreti varati per regolamentare le minuzie, non si è mai riusciti a configurare fattispecie di reati specifici che fungano da efficace deterrente alle bravate di scervellati e fornisca, d’altro canto, un elemento almeno parzialmente risarcitorio per il dolore rancoroso dei parenti delle vittime.
I dispositivi più efficaci per tutelare l’incolumità dei pedoni sono quelli che avvertono l’automobilista che sta avvicinandosi ad un attraversamento e che deve mettere in atto tutte le precauzioni per evitare incidenti. Per esempio, sarebbe opportuno disporre bande rumorose almeno 100 metri prima del passaggio zebrato per invitare le automobili a rallentare, creando una zona a velocità controllata con telelaser dove non si possano superare i 30 km all’ora. Il passaggio andrebbe inoltre reso visibile con led intermittenti visibili in lontananza e l’intera zona del transito pedonale illuminato dall’alto con faretti. Si tratta di forti investimenti, ma del tutto giustificati se si intende porre un freno alla carneficina dei pedoni uccisi per strada ogni anno. Forti investimenti, non cifre folli che le amministrazioni comunali proprietarie delle strade e le concessionarie della rete viaria nazionale potrebbero sostenere se adeguatamente incentivate. E l’incentivo ci sarebbe stabilendo a livello legislativo che in caso di investimento di un pedone a causa della mancanza di dispositivi atti alla tutela di chi va a piedi, chi non ha provveduto risulti corresponsabile insieme al conducente dell’auto delle conseguenze penali e civili.

venerdì 11 febbraio 2011

Una coerenza ferrea, anzi lignea



A volte la scelta di andare a vivere in un’abitazione di legno può apparire un po’ eccentrica, anche se sembra che chi l’addotta abbia valide ragioni per farlo. Difficile però pensare che ci possa essere qualcuno che in un edificio di legno decida addirittura di trasferire la propria azienda. Non un ufficio, non un negozio, ma una vera e propria attività industriale con operai, macchinari, utensili, carri-ponte, materie prime e magazzini.
Questo è successo. In Italia, con numeri da record. In provincia di Varese è sorto il più grande stabilimento a shed realizzato in Europa, interamente costruito in legno: 17 mila metri quadri coperti tenuti insieme da una struttura di 5mila metri cubi di travi in legno lamellare e pannelli autoportanti realizzati usando ancora legno e 70 tonnellate di carta riciclata. Fanno impressione anche le cifre “in negativo”: 7mila tonnellate di Co2 risparmiate in sede di costruzione e un fabbisogno energetico ridotto all’essenziale grazie alle doti di maggiore efficacia termica del legno e la garanzia di energie rinnovabili per 1 mega watt di potenza prodotta da 10 chilometri quadrati di pannelli solari.
E che cosa si fa dentro a questo immobile? Si lavora il legno, ovviamente!
Artefice della costruzione di questa singolare opera è la Novello Srl, un’azienda famigliare di imprenditori che da anni operano nel settore. All’inizio una piccola falegnameria. Poi l’intuizione di nuovi settori, il balzo nella logistica e nei trasporti. In grande. Casse di legno per il trasporto di elicotteri smontati, parti di aerei, sezioni di grandi impianti, motociclette. Non importa quanto sofisticato sia il contenuto; il legno è sempre il materiale che da più garanzie di protezione. In molte lingue legno e bosco sono resi dallo stesso termine e forse non a caso perché il bosco ci nasconde, ma ci protegge nello stesso tempo e il bosco sono gli alberi che crescono sempre, garantendo la disponibilità di molta più legno di quanto l’uomo usi per le sue attività.
Ho conosciuto Moreno Novello l’amministratore della società che si è spinta a pensare un’impresa così visionaria. E conoscendolo ho apprezzato anche tutta la famiglia che ha fatto di una grande idea un progetto comune. Ho capito che non c’è decisione che non venga presa se non c’è l’accordo di tutti. Il progetto è di tutti e tutti devono condividerne il destino. Di loro mi sono piaciute due cose: il coraggio e la coerenza. Il coraggio di scelte imprenditoriali innovative in tempi difficili, merce rara ormai anche in queste zone, terra di pionieri dell’industria che hanno fatto la storia del Pease. Ma soprattutto la coerenza di scelte che non hanno mai tradito la passione per il legno, per la materia che ha accompagnato il successo della propria azienda che arriva diventare l’emblema stesso della propria notorietà. “Molte persone”, mi confida Moreno, “ci considera degli imprenditori che hanno seguito i dettami della sostenibilità ambientale. Io penso che per la nostra famiglia il rispetto per la natura e l’impegno nei suoi confronti sia quasi una dote innata, scaturita in anni di attenzione e amore per il legno” E aggiunge, sorridendo “per noi è stata una scelta logica e coerente con il nostro modo di pensare”. Quello che ci si può augurare è che presto la famiglia Novello trovi altri seguaci che raccolgano il loro esempio. Anche perché un esempio del genere se proprio non si può seguire nei fatti, lo si può almeno seguire percorrendo l’autostrada Varese-Milano. Infatti la dislocazione dell’immobile longitudinale rispetto allo scorrimento della strada permette di apprezzarne la valenza architettonica.Ho chiesto anche perché all’immobile fosse stato affibbiato il nome dal vago sentore di fantascienza anni ’70 di “P87” e mi è stato spiegato che ottantasette sono i pilastri di legno che sorreggono l’immobile ancorati al terreno tramite un sistema il cui valore tecnologico è apprezzato e replicato anche in Germania, nazione leader nelle costruzioni in legno. Un altro richiamo alla coerenza, degli alberi, che ritrovano gli elementi essenziali della loro esistenza arborea ribaditi artificiosamente nell’essere radicati alla terra e, ancora una volta, slanciati verso l’alto.
“Abbiamo lanciato” una nuova divisione, mi informa il signor Moreno “che si occupa di edilizia eco-sostenibile. Vogliamo proporre il nostro know-how e i materiali che abbiamo sviluppato per il nostro immobile a chi si occupa di progettazione e costruzione di immobili” E aggiunge “abbiamo intenzione di portare i professionisti delle costruzioni qui da noi, ospitandoli per un giorno nella nostra struttura e raccontandogli la nostra esperienza” Una buona idea, penso. D’altra parte chi più di loro può risultare credibile su quello che dicono, visto che, come si dice ai bambini, il buon esempio lo hanno già dato?

Vedi anche (da questo blog): Casa è per sempre. Costruire con il legno e le buone idee

martedì 8 febbraio 2011

Senatores boni viri


Una mia recensione di un film che mi ha molto colpito. Si tratta di un film che Frank Capra girò nel 1939 interpretato da un grande "Jimmy" Stewart. Una lezione di democrazia e di amore per il proprio Paese (d'adozione) più per quello che rappresenta che per quello che effettivamente è. Con tutti i rischi che derivano quando si tocca la suscettibilità dei politici.

Ci sono tanti modi per dimostrare amore verso il proprio Paese. Anche girando un film di denuncia come fece Frank Capra nel 1939 quando propose al pubblico Mr. Smith va a Washington uno dei primi film a mettere in luce lo sporco gioco della politica asservita agli interessi particolari e alla speculazione. Tuttavia il regista italo-americano commise una grossa ingenuità decidendo di gratificare il pubblico della capitale americana con la prima del film. La preferenza si rivelò funesta: la platea iniziò a mormorare e gridare allo scandalo. Quelli che non si erano allontanati dalla sala prima del termine della proiezione iniziarono ad insultare attori e registi. Si era attentato al cuore dell’America mettendo in una situazione di forte imbarazzo l'immagine di chi rappresentava il Senato Americano. Fu anche una grande delusione per Frank Capra, siciliano d’origine, innamorato del sogno americano: l’Establishment politico della più grande democrazia del mondo non aveva compreso che la bellezza, la grandezza della nazione che rappresentava non risiedeva negli spiriti malanimi dei senatori corrotti e mendaci, ma nella possenza delle istituzioni, nelle leggi che le regolano e nella solidità morale degli uomini superpartes che le amministrano.
La trama: il senatore di un indefinito Stato del Nord degli Stati (potrebbe essere il Montana o il Wyoming) muore improvvisamente. La cricca di affaristi interessati ad operazioni speculative attraverso la costruzione di una grande diga in una zona di bellezza incontaminata, decide di rimpiazzare lo scomparso con un tal Signor Jefferson Smith, all’apparenza un sempliciotto tutto pervaso dai precetti di Baden Powell e campeggi formativi con la gioventù del luogo. L’ambiente tentacolare e perverso della Capitale avrebbe, nel giro di poco, fatto capire al frescone degli Altopiani a quale più mondane attività si sarebbe potuto intrattenere lasciando campo libero alle manovre clandestine degli affaristi. Il disegno disgraziatamente incontra un ostacolo imprevisto allorché il giovane senatore, in occasione della presentazione del suo progetto di legge mirante ad istituire campi estivi per temprare gli spiriti dei giovani americani, scopre che l’area da lui prescelta per la costruzione del campo è la stessa individuata dalla banda di affaristi senza scrupoli per la costruzione della diga. A quel punto la vita diventa dura per il povero Jefferson Smith: gli stessi compagni di partito sferreranno micidiali attacchi alla sua integrità accusandolo di manovre subdole ed interessate con prove false e artefatte. Egli non è più il simpatico campagnolo venuto in gita nella Capitale, ma viene dipinto all’opinione pubblica come abile uomo di potere capace di sfruttare la delega popolare per perseguire fini personali. Il Senatore Smith è alle strette; ormai deciso a lasciare viene consigliato dall’abile assistente che ha abbandonato il cinismo di donna avvezza a ogni nefandezza e, ravveduta dall'onesta di Smith, lo consiglia ad usare l’unica arma che fino a quando non verrà formalmente destituito sarà suo diritto usare: la parola. E il senatore Jefferson Smith manterrà la parola per ventiquattrore di seguito sostenuto dal Regolamento del Senato, dal Presidente che fino in fondo eserciterà le sue funzioni di superpartes e dal pubblico che inizia a capire. Alla fine i malvagi di fronte a tanta onestà e zelante amore per il proprio Paese e per l’espressione di democrazia che rappresenta, capitoleranno ammettendo le proprie colpe e scagionando il giovane senatore da ogni accusa.
Il film ebbe un grave strascico sulla vita politica del Paese. Il senatore Kennedy da Londra ammonì la casa di produzione di Capra, la Columbia, dal proporre la distribuzione in sale d’oltreoceano e così fecero anche molti altri rappresentanti degli Stati Uniti all’estero. La pellicola sarebbe stata una minaccia per la credibilità delle istituzioni politiche americane, una minaccia che avrebbe potuto avere serie ripercussioni per l’equilibrio mondiale a due passi da una nuova guerra mondiale.
Nessuno però, se non dopo diversi anni (il film è stato inserito dall'American Film Institute al ventiseiesimo posto tra i migliori film americani di tutti i tempi) ravvide la grande dimostrazione di libertà che il film di Capra voleva rappresentare: la vita di un Paese non sono le persone, ma la solidità e la garanzia di funzionamento delle sue istituzioni. Senatores boni viri, Senatus autem mala bestia

Mr Smith va a Washington (Mr Smith goes to Washington) di Frank Capra, 1939, con James Stewart e Jean Arthur

martedì 25 gennaio 2011

L'americano che voleva battere l'Everest


Riprendiamo le nostre avventure letterarie puntando nella direzione opposta alla nostra abituale. Questa volta si va ad Est, nel cuore dell’altopiano del Tibet, e la macchina del tempo ci porta al 1948, gli anni dell’irresistibile avanzata delle truppe della Cina comunista e della disperata resistenza dell’esercito nazionalista che ebbe tra gli scenari imponenti e sconvolgenti dell’Asia Centrale, una delle fasi più epiche, ma poco conosciute di quei fatti. Un intraprendente esploratore americano, Leonard Clark, sfruttando la sua influenza di agente governativo riesce a mettersi al seguito di una spedizione voluta dal potente Ma Pu Fang, comandante delle armate anticomuniste dislocate nell’Asia Centrale e intenzionato a sconfiggere le truppe del Generale Lin Piao creando un inedito asse tra i feroci guerrieri tibetani e i fanatici combattenti islamici padroni dei territori che dall’est della Turchia si estendono fino alle propaggini dell’estremo Oriente. Un’alleanza foriera di nefasti risvolti alla luce dei fatti odierni nei medesimi teatri di guerra che tengono oggi impegnati gli stessi attori alle prese con copioni assai diversi. Ma la politica e le strategie sembrano interessare poco all’impudente americano; il suo vero obiettivo è l’esplorazione della mitica catena dell’Amne Machin, allora quasi sconosciuta e portata alla ribalta dell’interesse scientifico e geografico solo per la sventurata, ma fortuita, perdita di rotta di alcuni aviatori americani che durante la Seconda Guerra Mondiale avvistarono la catena riportandone la favolosa altitudine da fare impallidire l’Everest: più di 9.000 metri! La possibilità di essere il primo occidentale a potere rilevare l’effettiva altezza della fantomatica montagna inducono Clark a seguire la carovana militare condotta dall’astuto Colonnello Ma e diretta verso i territori settentrionali del Tibet, quasi alle porte della Mongolia. I diari di Clark sono essenziali, scritti con enorme sforzo di volontà alla luce di fioche lampade alimentate a burro di yak in fredde notti con temperature mediamente molto al di sotto dei 15 gradi. Raccontano di territori sterminati, della vita delle tribù nomadi e della perenne caccia al più debole per la sopravvivenza che allora era rappresentata dalle incursioni delle feroci bande di predoni ‘ngolok, popolazioni originarie del Tibet, la cui ferocia e efferatezza poco si concilia con l’immagine agiografica tutta santità e meditazione consumisticamente costruita oggigiorno intorno agli abitanti di quei luoghi. Ma grazie a Clark conosciamo anche i momenti più toccanti e umanamente significativi degli incontri in mezzo al deserto tra gruppi di uomini che si ritrovano per festeggiare un’amicizia, un incontro o un addio. O rimanere incantati di fronte allo spettacolo unico, potente e inquietante di una sterminata carovana di bestie, genti, merci ed armi che da un confine estremo dell’Asia all’altra attraversano le piste carovaniere per viaggi che potevano durare mesi o anni. L’Amne Machin alla fine è individuata, e sfidando le ire dei ‘ngolok locali che la considerano sacra e inaccessibile, misurata in lunga e in largo per confermare (sbagliando e di molto) l’altezza riportata dai piloti americani. Clark è oggi una figura ingiustamente dimenticata, ma le ragioni possono essere facilmente immaginate. Non è un vincitore e tantomeno l’uomo dei primati (la vera altezza della principale vetta dell’Amne Machin è intorno ai 6.600 metri). Dopo che i comunisti di Mao conquisteranno i territori dell’est, si vede costretto a scappare al seguito di Ma Pu Fang forse più attratto dal carico d’oro che questi si portava nella carlinga dell’aereo con il quale si rifugiava al Cairo che per reale solidarietà. Rimane tuttavia una figura eccezionale: un occidentale che sapeva trovarsi a proprio agio nelle scomode tende di feltro o nei goffi abiti di pelle di pecora, che sapeva dialogare e trattare diplomaticamente con le tribù più selvagge dell’altopiano del Tibet e che sapeva riconoscere nella saggezza dei compagni di viaggio, tra i quali il fedele interprete Dorje colto e raffinato diplomatico Mongolo, i veri numeri (102 per la religione buddista) insiti nella vita, nell’amicizia, nel destino e nella morte. Om mane padme hum.

Leonard CLARK (1975),Alle Porte della Mongolia, Garzanti

lunedì 24 gennaio 2011

Una guida responsabile

Vi segnalo una delle poche (a mio avviso) guide redatte con l’intento di fornire ai lettori indicazioni semplici e chiare per potere acquisire e mantenere atteggiamenti virtuosi e consapevoli nei confronti dei consumi e delle scelte di acquisto. Questo opuscolo, redatto a cura del Movimento di Consumatori con il contributo della Regione Piemonte antepone le informazioni utili alle ragioni ideologiche di avversione al consumismo, fornisce consigli pratici rispetto all'elenco delle scuole di pensiero sui cambiamenti climatici e incentiva a comportamenti veramente equi e solidali piuttosto che indugiare in scontri dialettici sulla globalizzazione.
Gli argomenti, scusate, i consigli sono classificati secondo i contesti di vita pratica più comune come in casa, in movimento, in viaggio o secondo le voci di spesa più cospicue dei budget familiari: la casa, l’energia e l’automobile.
E' di facile lettura grazie a numerosi box tematici, tabelle e specchietti. Molto nutrita la schiera di link verso siti e pagine di approfondimento. Ve ne propongo alcuni:

Energia
www.autorita.energia.it : elenco dei distributori di energia autorizzati dall’Authority per l’Energia Elettrica e il gas
www.myenergy.it per una valutazione della convenienza ad installare un impianto fotovoltaico a casa propria o su modalità collettive www.solarecollettivo.it
www.enea.it per un utilizzo efficiente degli elettrodomestici.
Cibo e alimentazione
www.albanesi.it/Alimentazione/cibi/margarina.htm per informarsi sulle proprietà dei famigerati e onnipresenti grassi idrogenati.
http://educazione.slowfood.it : il sito di Slow food contiene anche alcune casistiche di orti didattici
Acqua, pulizia e igiene
www.coop.it per seguire il processo di potabilizzazione dell’acqua che ci arriva in casa attraverso il rubinetto.
www.beverfood.com contiene dati ed informazioni sul consumo di bevande imbottigliare in Italia e la produzione di contenitori di palstica.
www.infolav.org : Il sito della Lega Antivivisezione che propone una pagina che contiene informazioni sui controlli relativi alle sostanze tossiche presenti sul mercato
www.dalsassosrl.it un’azienda italiana che opera nel settore della distribuzione di detersivi alla spina attraverso la distribuzione tradizionale
Acquisti:
www.carcityclub.it un sito che contiene informazioni sul car sharing
www.ata.ch www.topten.ch per avere risposte ai quesiti sull’acquisto della propria autovettura.
www.greenpeace.org - www.lifegate.it contengono guide per l’acquisto di computer e altri componenti informatici di aziende che aderiscono a circuiti di produzione e recupero a basso impatto ambientale.
www.retegas.org informazione sui GAS (Gruppo di Acquisto Solidali) e come fare per costituirne uno nuovo
www.cnms.it: guida al consumo critico
www.ilconsapevole.it : testata on line con ampio spazio sul consumo critico e responsabile.

(a cura del)MOVIMENTO CONSUMATORI (2009) Con Poco - Conosco e poi consumo

sabato 4 dicembre 2010

Il risparmio ecologico

Acquistare prodotti ecologici non è solo un modo per rispettare l’ambiente , ma anche una forma di sostegno verso la distribuzione tradizionale anche detta “di prossimità”, sempre più costretta a ricorrere ad espedienti per sopravvivere alla prepotenza della grande distribuzione.
Ne è un esempio una recente iniziativa intrapresa da alcune rappresentanze provinciali di un’importante Associaz
ione di categoria che hanno proposto a piccoli negozi di vicinato di specializzarsi nella vendita di prodotti a basso impatto ambientale caratterizzati, soprattutto, dall’assenza di imballi destinati allo smaltimento.
Si è partiti con i detersivi alla spina, ma l’obiettivo è quello di arrivare ad ampliare l’assortimento con una vasta scelta di prodotti compresi i generi alimentari. Le intenzioni dell’associazione sono molto chiare e il ragionamento non fa una grinza. II funzionario di una rappresentanza provinciale piemontese mi spiega che il piccolo esercente ha bisogno di trovare nuove opportunità per riqualificarsi e sopravvivere alla concorrenza dei centri commerciali; purtroppo il vincolo è che non ci sono molti soldi da investire, anche se spesso è l’entusiasmo e la capacità di reagire che manca. Vendere prodotti sfusi non implica grandi investimenti, gli approvvigionamenti non dipendono dalle condizioni capestro dei grandi produttori, ma da piccole realtà produttive italiane che sono rimaste fuori, per scelta o per sfortuna, dal circuito dei buyer della grande distribuzione.
“La grande distribuzione ha lasciato uno spazio scoperto che potrebbe essere colmato dalla distribuzione tradizionale”, mi assicura il mio interlocutore riferendosi al target di quei consumatori che volenti o nolenti non fanno la spesa nei supermercati, ma nel negozio sottocasa. Un esempio sono le persone anziane, autosufficienti, ma che preferiscono evitare di prendere la macchina per andare a fare compere optando per il carrellino trainato lungo i marciapiedi del quartiere. Il fatto di potere comprare solo una piccola quantità di detersivo piuttosto che un fustino da cinque chili da trasportare a casa, è sicuramente molto vantaggioso perché permette di non essere dipendenti da figli, nipoti e vicini. Ci sono poi coloro che non vogliono usare l’auto per principio e poi sono idealmente contrari alla grande distribuzione. In questo caso il negozio sottocasa che ha abbracciato una causa in cui il suo cliente crede può diventare elemento di fidelizzazione.
Il sistema di distribuzione dei detersivi che ha iniziato a diffondersi in numerosi punti vendita diffusi su quasi tutto il Nord e Centro Italia, ha trovato in Giovanni De Angelis un convinto sostenitore nonché un illuminato imprenditore che ha saputo cogliere gli aspetti vincenti di questo settore con evidenti connotati di forte crescita e elevate potenzialità. “L’elemento commerciale vincente”, mi spiega De Angelis “consiste nell’andare dal titolare di un piccolo esercizio e proporgli di impiegare pochi metri quadri dello spazio destinato alla vendita posizionando una semplice macchina che distribuisce prodotti per la pulizia. Il costo è minimo, ma è necessario che l’esercente presidii il sistema di distribuzione per spiegarlo e illustrare i vantaggi al cliente”. A riprova delle sue convinzioni De Angelis mi spiega il fallimento di alcune catene di negozi specializzate nella sola vendita di prodotti per la pulizia causato dal fatto che non rientra nelle nostre abitudini di acquisto andare in un negozio solo per acquistare una specifica tipologia di prodotti, mentre siamo più propensi a farlo se la proposta ci viene fatta all’interno di un negozio di alimentari, dal panettiere, in una ferramenta o presso un piccolo riparatore di elettrodomestici. Anche la grande distribuzione sembra avere fallito l’obiettivo di consolidarsi nella vendita di prodotti a basso impatto ambientale. La regione Piemonte ha investito cifre considerevoli per posizionare presso grandi superfici di vendita complessi macchinari per la distribuzione di detersivi alla spina, ma l’esperimento non ha dato i risultati sperati nonostante i paralleli sforzi promozione e comunicazione. Sembra essere la semplicità la chiave di volta di tutto. L’acquirente deve andare al negozio con il suo contenitore, anche la bottiglia vuota dell’acqua minerale, e non deve essere obbligato a comprarne uno specifico; deve potere decidere quanto prodotto prelevare e non quantità definite. Ovviamente il processo di determinazione del prezzo è più complesso in quanto il prodotto deve essere pesato e bisogna detrarre il peso del contenitore, una prassi che presso la cassa di un supermercato non sarebbe fattibile, ma sicuramente praticabile in un piccolo negozio.
Ma le leve del successo non si limitano alla semplicità e all’abilità del commerciante di convincere il suo cliente a compiere un gesto responsabile: sta anche nella qualità e nella convenienza. Il famoso binomio di tanti caroselli e pubblicità di ieri e oggi. In questo caso però la convenienza è giustificata dai minori costi che gravano sul prodotto perché si risparmiano risorse che altrimenti andrebbe disperse in imballi, involucri, idee grafiche, inchiostri, e maggiori oneri di trasporto. Senza ripercussioni sulla qualità perché le caratteristiche dei detersivi ne contraddistinguano le prerogative per essere definito un prodotto di assoluta qualità: tensioattivi di origine vegetale e non di sintesi come nella stragrande maggioranza dei detersivi., assenza di coloranti (quelli che fanno il bianco più bianco, per intenderci), produzione italiana e bassissimo impatto ambientale (in teoria nell’acqua che esce dallo scarico della lavatrice ci potrebbe sguazzare un pesce rosso).
“I fattori per essere un prodotto di successo ci sono tutti” mi spiega il responsabile dell’agenzia che sta curando la promozione e lo sviluppo della rete dei negozi che condividono l’impegno a favore dell’ambiente, “ma in questo caso, sopra ogni cosa, esiste la possibilità di convincere i consumatori che stanno acquistando un ottimo prodotto ad un costo più che ragionevole; una volta che si è appurato questo, è facile convincersi della bontà delle conseguenze delle proprie scelte”.
Una lezione che forse converrebbe imparare: il rispetto per l’ambiente passa prima dal rispetto delle nostre tasche.

L' Antiscenza al Parlamemto