Matteo Salvini, neoministro dell'interno, ha detto che alzando la
voce si ottiene quello che si vuole. Il popolo plaude alle maniere decise del
leader e si compiace di sapere che c'è qualcuno che dà fiato al grido di
rabbia lungamente represso. Ma altre voci si alzeranno oltre a quelle di
Salvini, altre persone alzeranno le loro urla al mondo e non saranno proseliti
elettorali, ma grida di dolore e di speranze disilluse. Quanti Primo Levi,
quante Anna Frank che oggi macerano in un tormento ingiusto e incomprensibile
sono pronti oggi a scrivere il loro diario domani. Quanti Steinbeck, cantore
della sofferenza altrui stanno preparando a costo della propria vita le parole
che ascolteranno i ragazzi, le ragazze, gli uomini e le donne dei prossimi
decenni. E' sicuro: costoro ci sono già e sono nascosti in quei mille e mille
volti stralunati che aspettano uno sbarco e nessuno potrà mai impedire loro di
essere le testimonianze di domani del male di ieri. Perché è sempre stato così:
andremo alle presentazioni dei libri, leggeremo le loro storie, ci commuoveremo
ad ascoltare le testimonianze. Perché siamo fatti così: il dolore di molti ci
lascia indifferenti, ma quando dietro al dolore c'è un viso, una cicatrice, un
numero tatuato sul braccio ci lasciamo andare, battiamo le mani e ci alziamo in
piedi in segno di rispetto. Ma soprattutto, indignati, dopo avere letto l’ultima
pagina ci chiederemo: ma il Mondo, non sapeva o faceva finta di niente?
Attraverso le nostre scelte consapevoli è possibile diminuire i consumi per l'affermazione di un'economia sostenibile ed equa. Dai modelli di comportamento, ai trasporti e alle letture tutto è materia per un approfondimento che porti a discriminare tra l'utile e il vacuo, tra la sostanza e l'effimero, tra il modello virtuoso e il pedissequo seguito a richiami di inconsistente benessere.
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giovedì 14 giugno 2018
giovedì 16 luglio 2015
I politici e i sogni
Alcuni politici sono diventati grandi con i sogni. Il sogno del popolo di una nazione che voleva restare unita, degli abitanti di una città che non voleva dividersi, il sogno di tutti coloro che non riescono a vedere un confine o un muro davanti al colore della propria pelle o di quella altrui.
Un bambino che sogna è un libro aperto per chi si propone di guidare una nazione. E se quel bambino i suoi sogni ce li racconta allora non bisogna fare altro che chiudere gli occhi e immaginare come dovrebbe essere il mondo che si aspettano. Quella è la meta alla quale mirare. Realizzarla, anche in piccola parte, vuol dire farsi benvolere e ricordare da generazioni di uomini e donne.
La signora Merkel non è stata in grado di vedere un mondo migliore dietro il sorriso e gli occhi intelligenti di una bambina palestinese che aspirava ad una vita migliore per sé e per la sua famiglia di profughi. La signora Merkel, diligente amministratrice dei diritti patrimoniali della sua nazione, dura e abile negoziatrice, ha commesso il più grave degli errori per un politico e il più grave peccato per un essere umano: scandalizzare un bambino. La sua rigida illustrazione di quelli che sono i doveri e le preclusioni per un profugo che sogna una vita migliore si è interrotta solo quando la piccola è scoppiata a piangere per la delusione. Goffamente le si è avvicinata, ma la ragazzina era inconsolabile. Coraggio piccola, i tuoi occhi meritano di vedere cose più belle della Merkel e la tua intelligenza sarà meglio spenderla per capire cose più importanti delle politiche di accoglienza della Germania.
E una cosa l'hai già capita: chi non legge nei tuoi sogni oggi non merita la tua fiducia domani.
martedì 19 aprile 2011
La ricchezza che viene dal mare

Beate quelle nazioni e quelle genti il giorno che vedranno la ricchezza arrivare dal mare.
Fortunati quegli Stati e quei popoli che scorgeranno la promessa di un futuro di pace e prosperità dalla moltitudine che appare all’orizzonte.
Questa è la profezia inascoltata di oggi; questa è la miopia di chi non sa preoccuparsi del bene del proprio Paese. Le migliaia di profughi che arrivano sulle nostre coste sono il nostro patrimonio di ricchezza per il domani, ma è difficile vederne la ricchezza se chi governa fa già fatica a capire l’oggi.
Pre-occuparsi e pre-vedere: sono semplici e categorici gli imperativi di chi deve traghettare un Paese alla deriva come il nostro se si riesce a dare alle parole il loro immediato significato: impegnarsi in anticipo per occuparsi di ciò che si vede in anticipo.
L’economia della generazione di ricchezza da ridistribuire lungo le direttrici del capitalismo è ormai sommersa dalle macerie delle fabbriche in disuso e le trappole che tende ai pochi malcapitati che ancora ci credono sono molto ben nascoste dai rovi che cominciano a prendere piede un po’ ovunque. Solo gli appassionati di rovine possono guardare a questi modelli con interesse. O gli stolti.
L’universo produttivo di tutto quel mondo “grande” – grande industria, grande finanza, grande distribuzione - si arena nel piccolo e, una volta trovato che quelle sabbie non sono poi così malsane, vi si sofferma e prospera senza traumi, anzi con sorprendente vigore spandendo un’inaspettata aurea di soddisfatto benessere.
Proprio perché il mondo si è moltiplicato a dismisura e le immaginarie reti della globalizzazione, dopo avere sorvolato lungo molteplici rotte i continenti poveri e ricchi, ha acquisito consapevolezza del delirio di un’economia che non è più in grado di fare cadere un centesimo dalle proprie tasche per sfamare almeno quei pochi che si trovano nei paraggi. Ovunque oggi si creano le isole e si spezzano i fili con il mondo circostante come i fondali rinsecchiti del laghi disseccati con le zolle di fango che non vedranno più l’acqua girargli attorno come un tempo. E quelle isole sono vicino a noi, in Italia, con le centinaia se non migliaia di antiche comunità agricole, montane abbandonate in tempi in cui il capitale non aveva ancora braccia e dita così rattrappite ed era ancora in grado di sparpagliare benessere e crescita.
L’America ha accolto milioni di persone in un periodo di pochi decenni. Non poteva esimersi, non ha chiesto l’aiuto di nessuno; si è semplicemente organizzata con centri di raccolta come Ellis Island dove chiunque passava lasciava un pezzo della sua storia che sarebbe diventata poi la grande storia di un grande Paese. E quei chiunque sono andati per il grande Paese a fondare piccole città e minuscole comunità con i nomi delle loro città e dei loro Paesi di origine, a fare mestieri simili a quelli che facevano a casa loro.
In Italia esistono quelle piccole città e quei minuscoli Paesi; sono i loro abitanti che non esistono più. Proprio perché sono andati via a fondarne altre e, se sciagurati sono tornati perché la vita al di la’ del mare era più dura di quella che avevano lasciato, erano troppo soli per farle tornare a vivere. Sono i piccoli borghi della Liguria di Ponente, dell’Appennino emiliano, delle Marche. Sono le masserie abbandonate della Sicilia, i villaggi di pastori della Sardegna. Sono scenografie, molte volte di bellezza inaudita, che aspettano attori e comprimari per riprendere a celebrare i riti di un tempo fatti di fatica per produrre il sostentamento della propria famiglia, di solidarietà e di parsimonia. Questi piccoli paesi aspettano solo chi sappia vivere in piccolo, non per rinuncia al grande, ma in virtù dell’intelligenza e della saggezza della propria storia che, almeno per sofferenze e traversie, vale più della nostra e per questo dobbiamo rispettare.
(Vedi l’articolo di Alessandra Pieracci apparso sulla Stampa il 27 Marzo 2011 “Il paese fantasma salvato dagli immigrati. A Mezzanego sei chiese e una moschea: un abitante su tre è straniero”)
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