domenica 16 ottobre 2011

Mobilità e progetto comune. Si cercano adepti.

Arrivare in una città per lavoro, per turismo, da soli o con la famiglia e potere disporre sempre di un mezzo di trasporto che ci permetta di muoverci liberamente senza il bisogno di mezzi pubblici, taxi o altro. Senza spendere una lira.
Possibile? Adesso no, ma potrebbe diventarlo in futuro e se si concretizzasse  veramente sarebbe un successo della Rete, intesa nella duplice accezione della catena volontaristica che attua progetti di interesse comune e, ovviamente, di Internet.
L’idea è semplice: mettere a disposizione di chi viaggia in treno (ma anche in macchina se almeno rinuncerà ad utilizzarla in città) le vecchie biciclette che stazionano nei garage, nelle cantine e nelle soffitte degli italiani. Una volta rimesse in efficienza, renderle disponibili presso locali in prossimità della stazione (per esempio gli scali merci, ormai quasi tutti in disarmo) dei parcheggi di prossimità delle grandi città e offrirle a chi le userà per le proprie necessità.
A titolo gratuito. Rigorosamente gratuito. Non ci saranno tariffe a ora, abbonamenti, cauzioni, contributi, omaggi, mance. Niente. Perché solo se non circolerà una lira un’iniziativa di interesse comune avrà successo.
Cosa serve? Innanzitutto un promotore locale . Uno per ogni città o distretto che si attivi per mettere in piedi il sistema e che lo sorvegli affinché non vadano perse le finalità originarie.
Declinato in azioni, sarà necessario che ci si attivi per trovare le vecchie biciclette (ogni cantina ne dispone di almeno una o due di tutte le fogge e misure), rimetterle a posto e renderle disponibili alle necessità di chi predilige il mezzo a due ruote sempre e in ogni circostanza
Chi sosterrà i costi sono solo coloro che aderiranno all’iniziativa su base volontaristica. Questi oneri consisteranno innanzitutto nel tempo impiegato per cercare coloro che metteranno a disposizione le biciclette dismesse, il ripristino di queste, la ricerca dei locali in prossimità della stazione e il tam-tam per diffondere sulla rete l’iniziativa, ricercare nuovi adepti e allettare potenziali utilizzatori. I quali, al loro volta saranno i più entusiasti ambasciatori in patria dell’iniziativa. E quale sarà il tornaconto a fronte di tutta questa profusione di impegno? La possibilità di beneficiare dell’utilizzo di una bicicletta messa a disposizione da qualcun altro da qualche altra parte. Per chi ci crede può essere vantaggioso.
Per coloro che sono larvatamente portati a pensare che il mio progetto pecchi di eccessivo e distaccato disinteresse, posso affermare che agli inizi degli anni ’80 ho girato tutti gli Stati Uniti (due mesi in lungo e in largo) usufruendo dell’ospitalità gratuita di persone che aderivano idealmente alle finalità di Amnesty International. Non mi è stato chiesto un contributo, una tessera, un’ affiliazione o un atto di abiura. Solo un sincero scambio di idee e una reciproca disponibilità a ricambiare l’ospitalità un domani prossimo o remoto. Un assegno in bianco che ancora adesso, dopo molti anni, è pronto all’incasso. Servas, questo è il nome dell’associazione, esiste ancora oggi e sebbene non circoli denaro continua a corrisponde ospitalità a chi è disposto ad aprirsi agli altri, sia che si tratti dei viaggiatori o di chi offre disponibilità.
Il sistema a cui sto pensando è impostato sui medesimi principi: un’idea comune, la volontà di condividerla e lo sforzo per renderla pratica. Oggi tocca a me, ma domani potresti essere chiamato anche tu a fare lo stesso.
Questa è l'idea. Se ci sono adepti. si può entrare nei dettagli.

martedì 11 ottobre 2011

Com'e giovin la bicicletta!

"Com'è giovin la terra" disse l'ottimo abate Zanella contemplando il fossile. E sulla falsariga dello studioso vicentino ci va di commentare il beffardo il destino della bicicletta. Se si pensa che tra la scoperta della ruota e l’invenzione della bicicletta, quella nella sua forma attuale con i pedali che trasmettono il moto al pignone della ruota posteriore, sono passate molte migliaia di anni sorge spontaneo chiedersi come mai si sia fatto trascorrere così tanto tempo senza che nessuno arrivasse al fatidico “eureka”. Leonardo invero aveva visto giusto, ma già allora qualcuno aveva convenuto che non valeva la pena investire più di tanto su quel veicolo a due ruote e il progetto tornò nel dimenticatoio. Per riapparire qualche secolo dopo, siamo alla fine del ‘700, ma l’assenza dei pedali che ne garantiva la semovenza faceva si che il cavallo risultasse comunque ancora più pratico. Per giungere a quel meraviglioso strumento che ancora oggi non ha rivali nell’ottimizzare le energie per profuse dall’uomo per spostarsi, bisognerà arrivare quasi alla fine del secolo XIX. Ma, destino bieco e sciagurato, chi si trova la bicicletta a contenderle il primato di mezzo di trasporto del domani? Lei, la famigerata automobile. Per ironia della sorte la bicicletta è nata assieme al mezzo di trasporto a motore termico, ma da allora, e sono passati più di cento anni, un vero rapporto di pacifica convivenza non si è ancora riuscito ad instaurare. Eppure sarebbe bastato un briciolo di immaginazione in più per arrivare a concepire la bicicletta, uno strumento geniale come la ruota, ma semplice e replicabile stesso tempo. Talmente semplice che se ne sarebbe sicuramente potuta costruire una già dai tempi della civiltà egizia: Iegno per il telaio, una cinghia di pelle per la trasmissione come anche una pelle cucita in modo da assomigliare ad un copertone come ruota. Volete proprio che quei diabolici ingegneri egizi che tiravano su le piramidi senza neppure chiedere aiuto agli extraterrestri non fossero in grado di inventarla. No, niente. Allora gli etruschi, geniacci italici bravi a lavorare il ferro e abili nel concepire macchine e congegni? Niente, neanche loro. E così i fenici, i Maya, neppure i cinesi, neppure loro. E i barbari? Suvvia! Sempre alla ricerca di modi per spostarsi più velocemente possibile, ma niente neanche loro, sempre in sella a quel cavallo. Pazzesco! Un’invenzione che stava dietro l’angolo della storia e che avrebbe potuto sicuramente cambiarla. E allora proviamo ad immaginarci questa ucronia basata sulla bicicletta. Partiamo dal mondo classico: la maratona non sarebbe diventata la gara podistica, ma sarebbe stata un percorso ciclistico neppure tra i più impegnativi, nel senso che Filippide per comunicare la vittoria agli ateniesi avrebbe preso sicuramente la bicicletta piuttosto che farsi tutti quei chilometri a piedi. E sarebbe sopravvissuto. Passando poi all’epoca romana è fuori di dubbio che Annibale sarebbe stato l’inventore della mountain bike e Giulio Cesare avrebbe raggiunto i territori della Gallia in ancor meno tempo di quanto normalmente impiegava. Ma forse già allora i francesi si sarebbero incazzati. Il rovescio della medaglia è che non ci sarebbero state le corse con le bighe con grande rammarico dei produttori dei kolossal hollywoodiani. Non parliamo di Gesù che avrebbe aumentato la sua zona di influenza superando quelli che sono gli attuali confini della Terra Santa e risparmiandosi anche molte paia di sandali. E San Francesco quanta gente in più avrebbe potuto convertire alla sua regola se si fosse spostato in bicicletta? Che destino avrebbero avuto i grandi esploratori se avessero potuto spostarsi con la bicicletta? Marco Polo se non fosse andato in Cina in bicicletta, sicuramente da colà ci sarebbe tornato perché i cinesi avrebbero potuto già potuto inventarla. Sarebbe andata male invece con la scoperta dell’America perché Colombo avrebbe provato a “buscar el ponente por el levante”, ma si sarebbe fermato davanti allo stretto di Bering, rinunciando a scoprire il nuovo continente. Bicicletta o no, i conquistatori spagnoli non avrebbero, per fortuna, fatto più danni di quanto in realtà fecero perché sarebbe stato poco agevole pedalare nella foresta pluviale, soprattutto tenendo conto dell’indolenza dei notabili spagnoli dell’epoca. Anche l’iconografia classica ne avrebbe portato le conseguenze: un San Giorgio in bicicletta che inforca il dragone non sarebbe stato così metafisico come quello che poi in definitiva è, ma sicuramente più pratico. E che impressione farebbe ai romani(d’oggi) un Marco Aurelio in bicicletta? Il Giro d’Italia sarebbe oggi una rievocazione storica,i corridori figuranti come in un’edizione del palio di Siena o di Asti; i ciclisti avrebbero opportunità di specializzazione alla pari dei liutai che riscoprono e costruiscono strumenti ormai perduti. Ma tutto questo è irreale; la realtà ci dimostra che la bicicletta non è così vecchia, anzi è ancora giovane e con un grande futuro davanti a se. Sono convinto che sopravvivrà alla sua storica antagonista.

giovedì 6 ottobre 2011

A scuola a piedi, in ufficio in bicicletta

Che le Amministrazioni si dimostrino preoccupate per i danni creati dal traffico è abbastanza evidente. Che si adoperino veramente per arrivare ad una soluzione efficace è altrettanto chiaro e, in molti casi, prevedibile: con scarso entusiasmo e poco costanza. Pisapia, neo eletto sindaco di Milano ha cavalcato in modo convinto la battaglia di pedoni e ciclisti, ma assunta la carica, i proclami sono caduti nel vuoto. La Giunta avrebbe dovuto approfittare della pausa estiva per varare proposte più o meno sgradite ai milanesi, notoriamente poco avvezzi a lasciare l’auto a casa. Avrebbe potuto, per esempio, obbligare le aziende e gli enti pubblici con più di 800 dipendenti ad approntare i piani di trasferimento quotidiani dei propri impiegati coinvolgendo la figura del mobility manager, obbligatoria per aziende con tali dimensioni, ma mai entrato nel cuore delle amministrazioni aziendali. Ma così, prevedibilmente non è stato e, con la ripresa delle scuole, il traffico è tornato alle stelle. Un altro anno di immancabili sforamenti dei livelli di PM10 è alle porte come lo saranno le polemiche, le diatribe le denuncie che si quieteranno con lo scemare del traffico in attesa delle vacanze. Rimandare il problema è un comodo artificio per esimersi dal dovere emanare provvedimenti che immancabilmente troveranno più scontenti che entusiasti. Senza considerare che sono sempre oggetto di revisioni, manipolazioni e compromessi che ne snaturano l’intento principale contribuendo solo ad ammassare nuove leggi e disposizioni poco convinte e disattese dai più. Le politiche attendiste dello Stato italiano in materia di trasporti pubblici contribuiscono, in modo molto più deleterio, a spostare sempre più in là nel tempo lo scavalcamento di quella ideale linea che separa la mentalità del trasporto energivoro da una nuova visione del trasporto pulito, sostenibile e prevalentemente collettivo. Le nuove generazioni, e sono queste le leve che permetteranno una risolutiva riduzione del trasporto privato ed inquinante, faticano oggi a vedere i segnali di una svolta. Non notano nulla che possa suggerire che il modello al quale loro presto dovranno conformarsi è sbagliato e non coerente con la contemporaneità di città sempre più inquinate e congestionate. Faticano a trovare i germogli di una mentalità diversa, come faticano a trovare qualcuno che si prenda cura di questi germogli affinché crescano e si irrobustiscano. Proviamo a identificare i momenti topici durante i quali sarebbe opportuno lanciare gli opportuni inviti a non replicare comportamenti scorretti e adottarne di più virtuosi. Dall’età di tre anni i bambini iniziano ad andare all’asilo più o meno regolarmente e da questo momento fino alle medie i genitori suppliscono con il mezzo privato a quello che era un volta il bus, la bicicletta o il leggiadro scarpinare a piedi per andare e tornare dalla scuola. Fino a 13, 14 anni l’abitudine a spostarsi a piedi è tarpata da un eccessivo interventismo dei genitori che si offrono (a buon mercato) di fare gli autisti. Le amministrazioni cosa fanno per contrastare il dilagare di questo eccesso di motorizzazione (o per contro rarefazione dell’uso delle attività motorie proprie dell’essere umano)? Ben poco. Alcuni comuni hanno istituito, più per celia che per effettiva convinzione, percorsi protetti, comitive organizzate e sorvegliate di bambini che vengono accompagnati a piedi (i cosiddetti “Pedibus”), ma l’assenza di piste ciclabili e nessuna inibizione per prevenire gli ingorghi davanti alle scuole hanno quasi sempre decretato l’abbandono di queste semplici, ma educative iniziative. A 14 anni i ragazzini hanno la possibilità di guidare uno scooter sostenendo un corso di educazione stradale, impartito dalla stessa scuola. Il bello è che questi corsi sono stati istituiti con la scusa di insegnare ai ragazzi l’educazione stradale, trascurando che la vera educazione passa soprattutto nella responsabilizzaziione dell'uso del mezzo privato. Insegnare l’educazione stradale senza un invito a riflettere sull’uso che i futuri motociclisti ed automobilisti faranno del mezzo proprio contribuisce solo a fare crescere successive generazioni di persone che non valuteranno molte altre alternative al mezzo di trasporto individuale. L’apprendimento delle tecniche di guida deve andare di pari passo con l’acquisizione di maggiore sensibilità al ricorso all’auto o alla moto suffragato anche del dato statistico che la stragrande maggioranza degli spostamenti che si fanno in auto (più dell’ottanta per cento) potrebbe essere fatto a piedi o con mezzi pubblici. Arrivando anche prima! Senza la comprensione che il miglioramento delle condizioni dell’ambiente dove andranno a vivere i neo-automobilisti da adulti e da anziani e che accoglierà i loro figli e nipoti dipende dalle conseguenze delle loro azioni di oggi è difficile arrivare a fare maturare nelle nuove generazioni la percezione che esistono valide alternative allo spostamento motorizzato. Iniziare ad usare senza limitazioni un mezzo che inquina a 14 anni è il modo migliore per iniziare la carriera di inquinatore di domani. Basterebbe solo una più frequente sollecitazione ad usare il miglior mezzo di locomozione di cui disponiamo, le nostre gambe, per iniziare l’avventura del piccolo uomo che contribuirà al migliorare il mondo di domani. Come le goffe creature primordiali che per prime uscirono dall’acqua oggi i ragazzi potrebbero iniziare ad assaporare il tragitto casa scuola e ritorno senza dipendere dagli altri e assaggiare la sensazione di indipendenza a basso costo che se ne trae. E’ curioso constatare che le nuove generazioni sono le meglio calzate di tutti i tempi e che, per ironia della sorte, sono anche quelle meno propense a camminare. Vogliamo parlare dei motorini? La scuola dovrebbe essere in prima fila nel fornire agli studenti validi stimoli a rinunciare al mezzo proprio (fra l’altro oltremodo pericoloso e dispendioso) evitando di interrompere la loro incipiente carriera di ciclista o camminatore, qualora l’abbiano mai iniziata. Se si istituissero dei crediti scolastici per quei ragazzi che rinunceranno a patentarsi e di conseguenza a condurre un mezzo motorizzato, l’incentivo sarebbe sicuramente in grado di trasformare una condizione di perdente (senza il motorino) ad esempio di virtù oltre che di vantaggio personale. Inutile dire che il plauso delle autorità scolastiche dovrebbe proseguire con l’avanzare degli studi prevedendo anche l’elargizione di sostegni allo studio a coloro che rinunceranno a conseguire la patente durante il periodo degli studi. Anche per i patentati adulti le aziende e le autorità possono fare molto. Le prime, con l’ausilio della già citata figura del mobility manager, se presente, concordare con le aziende di mobilità urbana e interurbana condizioni di abbonamento già inserite nel pacchetto retributivo, ovviamente decorrenti dall’esplicita rinuncia a raggiungere, salvo casi di forza maggiore, la postazione di lavoro con un mezzo proprio. Inoltre passando attraverso gli opportuni strumenti di relazioni industriali anche il trattamento dei ritardi in entrata potrebbero essere “discriminati positivamente” alleggerendo le conseguenze disciplinari qualora il ritardo dipenda da oggettivi disservizi del mezzo pubblico. Le amministrazioni comunali, oltre a seguire l’esempio proposto per le aziende private, dovrebbero inibire l’incresciosa abitudine di trasformare i cortili interni di comuni, uffici, enti e ministeri in parcheggi a disposizione dei propri dipendenti, oggi ormai un vero status symbol. Se proposti con saggezza possono esserci ben altri moti di gratificazione. E poi i cortili senza auto sono anche più belli. Un fatto è certo: essere artefice dei propri spostamenti è molto allettante e una volta acquisita l’indipendenza nella mobilità diventa difficile abbandonare abitudini consolidate. Non è una questione di ritardi, di perdite di tempo di costi sproporzionati: è un’insana abitudine dura a morire. L’assunzione di scelte virtuose in tema di mobilità non origina mai “motu proprio”, ma deve essere stimolata: la remunerazione l’emulazione sono leve fondamentali. Provate a chiedere a qualche amico che ha visitato l’Olanda se non si è fatto tentare dal fare un giro in bicicletta solo per confondersi con il paesaggio. Nel novanta per cento dei casi vi risponderà di si, ma provate anche a chiedergli quante altre volte ha rimesso il sedere su una sella.

mercoledì 28 settembre 2011

La Luna? Dobbiamo ancora guadagnarcela.


Mi è capitato per le mani un libretto scritto da Oriana Fallaci e pubblicato da Rizzoli nel 1972 nell’ambito di una collana per la scuola. La giornalista fiorentina racconta ai ragazzi dell’epoca la sua esperienza di giornalista inserita (embedded si direbbe oggi) nella vita degli astronauti, nei preparativi per la partenza e durante le emozionanti fasi del lancio, dell’allunaggio e del ritorno. Ne viene fuori una lettura gradevole ed interessante con molti aspetti che sono sempre rimasti tagliati fuori dai resoconti ufficiali e dall’agiografia che ormai circonda l’impresa e gli uomini che contribuirono a compierla.
Mi ha colpito molto un’osservazione della Fallaci a proposito della decisione presa dalla Nasa, già nel 1965, quattro anni prima della missione, avente come obiettivo quello di assegnare a 150 gruppi di scienziati non americani campioni di rocce lunari per attività di ricerca su progetti di approvati dalla stessa Nasa. Il gruppo di scienziati chiamato “Principal Investigators”, comprendeva studiosi di varie discipline provenienti da Gran Bretagna, Svizzera, Giappone, Australia, Canada e Francia, ovvero quei Paesi che fossero stati nella condizione di dimostrare di avere scienziati di grande merito e attrezzatura di ricerca adeguata.
E l’Italia? Sentite che cosa scriveva agli studenti italiani dei primi anni ’70 la Fallaci: L’Italia, la cui attrezzatura scientifica è vergognosamente inadeguata, è stata esclusa dal gruppo dei Principal Investigators, e pertanto non potrà mai studiare un campione di roccia lunare”.
Cosa è stato fatto nel frattempo per meritarci la luna?

Oriana FALLACI (1972), Quel Giorno Sulla Luna, Rizzoli

martedì 20 settembre 2011

Ma tu, Zampanò, non pensi mai?


Presidente Berlusconi,
ma se è vero che siamo stati declassati grazie all’azione dei mezzi di comunicazione, non trova che sia un po’ offensivo nei suoi confronti sapere che c’è chi manovra l’informazione meglio di lei che in questo campo non ha rivali? Non pensa che sia umiliante sapere che mentre lei pitturava scenari idilliaci per farci credere che tutto andava per il meglio, qualcuno nell’ombra è stato più bravo di lei a dire il contrario?
Quali potenti mezzi avranno mai usato costoro per arrivare a simili mendaci e pregiudizievoli opinioni? Non pensa che sia giunto il momento di rivedere le sue strategie di comunicazione e cambiare tattica per evitare di offrire al nemico le stesse armi con le quali intende sconfiggerlo? Non crede opportuno stare in silenzio, una volta tanto?
Presidente Berlusconi, anche se lei parla a braccio ed è avvezzo a rompere gli schemi e dire sempre quello che le passa per la testa, non ritiene che per potere arrivare a esprimere un giudizio che può influire sull’andamento di titoli di stato per miliardi di euro di controvalore sia necessario assoggettare il proprio giudizio a parametri, regole e metri di giudizio obiettivi, comprovati e condivisi e non dettati dall’umore del momento o da acrimonia partigiana?
Signor Berlusconi, pardon Presidente, (anche se prima di presidenti si è signori e lei signore non lo è poi tanto) sebbene lei sostenga che studiare serva a ben poco quando si è svegli e determinati a raggiungere i propri interessi, non pensa che magari chi lavora in un ente, un organismo, una società che detiene compiti importanti e delicati necessiti di un adeguato curriculum di studio e di esperienze professionali? Non ha mai pensato che sia possibile entrare a fare parte di queste per meriti diversi da raccomandazioni o amicizie di qualche festino? Non pensa che chi arriva a qualificare i destini di una nazione abbia passato anni a studiare, documentarsi prima di assumere responsabilità così gravose? E che possa anche essere consapevole delle proprie affermazioni. O pensa che si sempre lecito zittire chi non la pensa come lei con una telefonata a senso unico durante un talk show televisivo?
Signor Berlusconi, non pensa di avere offeso la nostra dignità, la nostra reputazione e la nostra intelligenza oltremodo che, anche se fosse un suo proposito deliberato, a questo punto dovrebbe essere soddisfatto di avere raggiunto tutti i suoi obiettivi?
Ma lei presidente, pardon Zampanò, non pensa mai?

martedì 13 settembre 2011

Appello. Siamo indignati, costruiamo l'alternativa

Dal "Manifesto" del 6 settembre 2011
Appello. Siamo indignati, costruiamo l'alternativa

Noi siamo indignati. Siamo indignati contro i governi europei, che stretti tra la crisi e le politiche liberiste e monetariste imposte dalla Bce e dall'Fmi, accettano di essere esautorati delle funzioni democratiche per diventare semplici amministratori dei tagli della spesa sociale, delle pri
vatizzazioni, della precarizzazione del mondo del lavoro e della costruzione di opere faraoniche, incuranti dell'ambiente e delle popolazioni. Siamo indignati perché le classi dirigenti continuano a proporci l'austerity per le popolazioni, mentre le rendite e i privilegi della finanza, dei grandi possidenti e della politica rimangono intonse, quando non crescono. Siamo indignati in particolare contro il governo italiano, che ha deciso di rispondere alla crisi con una manovra i cui contenuti cambiano di ora in ora ma i cui pilastri restano sempre gli stessi: taglio ai servizi, privatizzazioni, attacco ai diritti dei lavoratori.

Siamo indignati perché il governo ha deciso di abolire per decreto il diritto del lavoro, permettendo alle aziende di derogare ed eludere contratti e leggi, compreso l'art.18 dello Statuto dei lavoratrici e dei lavoratori, proseguendo sulla strada della cancellazione della libertà e della democrazia nei luoghi di lavoro.

Siamo indignati perché in questo modo si elimina la democrazia nei luoghi del lavoro e si estende a tutti i lavoratori il ricatto della precarietà, e della clandestinità per i migranti, con cui negli ultimi due decenni si sono livellate verso il basso i diritti e le condizioni di vita di migliaia di giovani, esclusi dal sistema di welfare e da ogni orizzonte di emancipazione.

Siamo indignati perché poco più di 2 mesi fa abbiamo votato, insieme alla maggioranza assoluta del popolo italiano, per la ripubblicizzazione dell'acqua e per le energie rinnovabili, e ora vediamo il nostro governo riproporre esattamente le vecchie ricette basate sulla svendita dei beni e su un modello di sviluppo energivoro.

Siamo indignati perché si potrebbe fare altro; perché vorremmo uscire dalla crisi attraverso un grande processo di innovazione, attraverso al costruzione di un nuovo modello di sviluppo che colga la sfida della riconversione ecologica dell'economia e di uno sviluppo sociale partecipato, basato sulla centralità dei saperi e dell'innovazione. Invece il nostro governo continua a impoverire la scuola pubblica, l'università e la ricerca, ignorando i milioni di studenti, dottorandi, precari, ricercatori che si sono mobilitati negli scorsi mesi e preferendo ascoltare la voce delle rendite baronali e dei profitti aziendali.

Siamo indignati perché i governi europei inseguono il dogma del pareggio di bilancio, cercando di far quadrare i conti della finanza, appesi come sono ai giudizi delle agenzie di rating o dei mercati di borsa, invece di fare i conti con le esigenze e i bisogni dei loro cittadini.

Siamo indignati perché in questo modo non abbiamo più una reale sovranità democratica, che è affidata alle stesse élite finanziarie transnazionali che prima hanno generato la crisi, poi hanno chiesto di essere salvate dagli stati e ora vorrebbero far pagare il conto a noi, giustificando con lo stato di necessità dichiarato della crisi la privatizzazione della vita delle persone e della natura.

Siamo indignati perché vediamo il serio rischio che a una vera alternativa al governo di Berlusconi e della Lega, si tenti di sostituire un'alternanza, fatta delle stesse politiche con maggioranze diverse, perché tutto cambi senza che in realtà nulla cambi.

E allora sappiamo che siamo indignati, ma indignarsi non basta.
Il cambiamento non arriverà da sé. Ce l'hanno insegnato le vicende degli scorsi mesi: le grande battaglie per i saperi, le lotte dei lavoratori in difesa del contratto nazionale, i diritti e i beni comuni in Italia, le rivolte del Mediterraneo, ora la crescita di un sentimento di ribellione contro le manovre finanziarie insostenibili e tutto ciò che ci viene propinato in nome della crisi.

Noi non ci limitiamo a indignarci, ma intendiamo darci da fare. Abbiamo in mente un mondo migliore del loro, e siamo pronti a mobilitarci per realizzarlo. Per il 15 ottobre in tanti stanno promuovendo appelli, discussioni pubbliche, verso la giornata internazionale United for global change.

Noi crediamo sia necessario aprire una discussione pubblica nel paese, tra tutti coloro che si stanno prodigando sulla mobilitazione internazionale del 15, ma anche e soprattutto con tutti coloro che pagano sulla loro pelle quanto sta accadendo. Vorremmo, iniziando dalla giornata di sciopero generale del 6 settembre, cominciare una consultazione ampia e trasversale, che raggiunga realtà sociali e di lotta, forze politiche e sindacali, movimenti e singole persone, per far sì che quella giornata sia una grande mobilitazione di tutti per l'alternativa, condivisa e partecipata. Consultazione che vorremmo far proseguire con un'assemblea pubblica a Roma, sabato 24 settembre alle ore 10. Un'occasione importante per qualificare il profilo politico della manifestazione del 15 ottobre, ma anche per far incontrare le tante questioni sociali che nella crisi vivono la loro drammatizzazione. Connettere i fili della resistenza alla crisi, per immaginare e costruire un'alternativa politica e di sistema nell'assemblea del 24, con la manifestazione del 15 ottobre, pensando a queste scadenze come a un passaggio e non a un punto d'arrivo, con passione e spirito d'innovazione.

Costruire tutti insieme una grande mobilitazione a Roma contro le politiche di austerity, significa immaginare e proporre per il nostro paese e per l'Europa un nuovo modello di sviluppo basato sulla democrazia reale, la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale.

Ugo Mattei, Guido Viale, Giulio Marcon, Luciano Gallino, Alessandro Ferretti, Gianni Ferrara, Francesco Garibaldo, Tiziano Rinaldini, Bruno Papignani, Andrea Amendola, Giorgio Molin, Michele De Palma, Laura Spezia, Loris Campetti, Angelo Mastrandrea, don Andrea Gallo, Nicola Mancini, Francesco Raparelli, Luca Cafagna, Mario Pianta, Isabella Pinto, Augusto Illuminati, Gianni Rinaldini, Luca Casarini, Stefano Bleggi, Monica Tiengo, Sergio Zulian, Alessandro Metz, Luca Tornatore, Giuseppe Caccia, Tommaso Cacciari, Michele Valentini, Marco Baravalle, Vilma Mazza, Nicola Grigion, Luca Bertolino, Gianni Boetto, Enrico Zulian, Sebastian Kohlsheen, Olol Jackson, Francesco Pavin, Marco Palma, Cinzia Bottene, Antonio Musella, Pietro Rinaldi, Andrea Morniroli, Egidio Giordano, Eleonora de Majo, Francesco Caruso, Gianmarco de Pieri, Manila Ricci, Daniele Codeluppi, Roberto Musacchio, Patrizia Sentinelli, Roberto Cipriano, Andrea Alzetta, Giovanna Cavallo, Ada Talarico, Massimo Torelli, Claudio Riccio, Luca Spadon, Mariano Di Palma, Francesco Sinopoli, Giuseppe De Marzo, Emiliano Viccaro, Daniele De Meo, Matteo Iade.

Per aderire a questo appello scrivere a: 15ott2011@gmail.com.

giovedì 25 agosto 2011

Acqua: la liberalizzazione corre sui binari


A dispetto del risultato dei referendum che ha sancito che agli italiani l'acqua piace pubblica e a prezzo politico, nelle stazioni italiane l'acqua è asservita agli interessi del capitale già da parecchio tempo. Attraverso l'opera costante ed inesorabile di eliminazione sistematica delle fontanelle dalle stazioni e il posizionamento degli ingombranti distributori di bottigliette di plastica vendute ad un euro per mezzo litro, la società Grandi Stazioni ha intrapreso una proficua operazione di speculazione a spese dei propri clienti.
La medesima società ha inoltre innestato un insieme di azioni di marketing per sfruttare il potenziale commerciale dei luoghi di passaggio dei viaggiatori e sempre alla faccia delle reali esigenze della clientela. Avete notato, per esempio, l'invasione di schermi televisivi che trasmettono a rotazione infinita fastidiosi comunicati pubblicitari? E avete notato che è sempre più difficile trovare un monitor o un cartellone che informi sugli orari, sugli arrivi e sulle partenze? Tutto lo spazio disponibile è stato immolato agli interessi degli investitori e, di conseguenza, ai profitti dell'azienda.
Perchè nei parchi pubblici le fontanelle ci sono e nelle stazioni non ci sono più? Provate a pensare quanta gente sosta nei parchi rispetto alle stazioni e troverete che è sicuramente un bel business approfittare della sete di chi viaggia facendogli spendere un euro per mezzo litro d'acqua eliminando ogni possibile alternativa.
Le fontanelle nelle stazioni ci sono sempre state. Piccole o grandi che fossero. Il getto all'insù delle fontanelle di marmo bianco permettava a tutti di dissetarsi in modo igienico o di riempire una bottglietta da portarsi in viaggio. Oggi non si può più perchè qualcuno ha deciso di speculare.
Rivogliamo le fontanelle nella stazioni o almeno un valido motivo che spieghi perchè non ci sono più.

L' Antiscenza al Parlamemto