mercoledì 12 marzo 2014

Budapest 2014

Il senso della storia può essere compreso in vari modi. Uno è sicuramente quello di leggere un libro che
racconta fatti di ieri e alzare gli occhi per accorgersi che gli stessi fatti stanno accadendo nello stesso momento da un’altra parte. Leggere per puro caso un accuratissimo resoconto dei fatti di Budapest nell'autunno del 1956 mentre televisioni e giornali propongono in diretta le immagini in diretta delle recenti sommosse di Kiev è sicuramente una di quelle coincidenze che aiutano a capire molte cose. Una su tutte che la Storia bisogna studiarla e non farsela cadere addosso. Eppure sembra che a molti gli insegnamenti di quello che è successo nel passato prossimo non siano serviti a evitare epiloghi drammatici. L’Ungheria del 1956 è un Paese dove l’oppressione sovietica era particolarmente crudele e malvagia. In quanto alleata della Germania nazista aveva dichiarato guerra all'Unione Sovietica insieme alle altre forze dell’Asse, inclusa l’Italia. Ovviamente alla resa dei conti questo fatto avrebbe pesato in modo considerevole e le purghe di stampo staliniano non sarebbero mancate. Il gruppo dirigente del Paese, cresciuto e alimentato nel tetro Hotel Lux di Mosca, adottava in modo pedissequo gli strumenti di programmazione economica sovietici con risultati ancora peggiori della stessa nazione guida. In ultimo il saccheggio sistematico delle miniere di uranio ungheresi a condizioni capestro che non garantivano il minimo beneficio economico per le casse del Paese. Odio, inefficienza della classe politica, sistemi di giustizia sommari, povertà e mancanza di prospettive portarono la popolazione a ribellarsi, contribuendo, a prezzi altissimi, a scrivere le pagine di quella eroica sconfitta che pesò per molti anni sulle coscienze dei Paesi occidentali. L’Ucraina di oggi, è per molti versi simile: le nuove prospettive che un’apertura verso l’Europa avrebbe dato ai cittadini vengono tarpate da un’azione di repressione violenta, senza mediazioni e senza vie di scampo. La rivolta di Budapest costò la vita a quasi tremilacinquecento persone tra soldati sovietici male armati, affamati e demotivati, partigiani e membri dell’esercito regolare passati dalla parte dei rivoltosi e civili tra i quali tantissimi ragazzi in età giovanissima. Come in tutte le rivoluzioni anche Budapest ebbe i suoi eroi tra i quali la leggendaria figura di Imre Nagy capo del Governo di transizione che sconfessò il patto di Varsavia e Pal Maleter, il generale che per primo vide nei germogli della ribellione del suo popolo le speranze di un mondo nuovo. Entrambi pagarono con la vita la loro scelta di fondo: il primo impiccato un anno dopo a seguito di un processo farsa, il secondo attirato in una roccaforte sovietica e lì trattenuto e poi giustiziato. I giorni di Budapest pesarono come macigni nelle coscienze dell’occidente; in Europa la fede di comunisti intelligenti e sensibili cominciarono a disallinearsi con casi clamorosi di fuoriuscita di intellettuali famosi ed influenti. Sugli Stati Uniti pesò per lungo tempo l’imbarazzo di avere voluto mettere mano alle polveri – anche grazie ai focosi messaggi trasmessi da Radio Free Europe – ma di non avere altrettanto voluto mettere a disposizione il braccio nel momento in cui questo era l’ultimo appiglio prima del massacro. Oggi la storia si ripete. Anche se non ci saranno tante coscienze da scuotere e governanti  con il senso di colpa.

Victor SEBESTYEN (2006), Budapest 1956 - La prima volta contro l'impero Sovietico, Rizzoli - ISBN 88-1704042-1

domenica 9 febbraio 2014

Foto, passato e futuro

E' sicuramente una bella iniziativa quella della Stampa di Torino. Sul proprio sito ha reso visibili le foto scattate dai suoi reporter ai tempi degli sbarchi delle ondate migratorie del sud, piene di baffi, fazzoletti in testa, coppole e valigie di cartone. Oggi queste foto sono la storia del nostro Paese come le saranno tra trent'anni quelle degli sbarchi in Sicilia. Ma sono soprattutto le biografie di quei visi di ragazzi e bambini che di lì a poco sapranno dare un corso nuovo alla propria vita e alla storia del Paese. L'iniziativa del giornale di Torino cercava una sponda che ha trovato nelle decine persone che si sono riconosciute e hanno deciso di raccontare il film della loro vita partendo da quel primo fotogramma. Sono storie dal sapore deamiciano: la paura, la voglia di tornare, la fabbrica, lo stipendio, la sicurezza che comincia a consolidarsi, i benefici della vita di città, i ritorni al Sud per le vacanze. Le raccontano pensionati con la faccia rotonda, i capelli bianchi e un sorriso tranquillo sulla faccia. Sono pochi, certamente, rispetto alle centinaia di visi ritratti nelle foto, ma le loro storie riscattano una città, un'industria, una classe dirigente che non ha mai goduto di molte simpatie in giro per il Paese. La Stampa ha voluto raccogliere questa sfida e, tenuto conto degli anni che sono passati, sembrerebbe che la città, la sua industria e la sua gente, ne venga fuori abbastanza bene. Una testimonianza in particolare mi ha colpito: un “ragazzo” di allora ha ritenuto doveroso tributare a uno dei suoi insegnanti il discreto livello di benessere raggiunto. Il pungolo intelligente e appassionato di quella sconosciuta professoressa che ha saputo convincerlo che lo studio sarebbe stata la leva del suo riscatto, la capacità e la costanza che ha profuso disinteressatamente per distoglierlo da ben altre strade non sono rimaste lettera morta. Questo riconoscimento è un simbolo forte di un’Italia che non si è diradata nelle nebbie di quella Torino, ma continua in tutte le scuole del nostro Paese dove maestre, maestri e insegnanti volenterosi lavorano con forza e idee per aprire le porte a chi arriva oggi su ben altri treni della speranza. E creare ancora una volta i presupposti di un nuovo volto del nostro Paese. 

martedì 21 gennaio 2014

Boccaccio 2014

La vicenda della suora madre che sta tenendo banco sulla stampa in questi giorni alimenta gli inevitabili sprazzi di ilarità dall’antico sapore boccaccesco sia da parte dei più beceri commentatori di fatti di vita quotidiana da parte di quotati comici televisivi (vedi la Littizzetto durante la trasmissione di domenica scorsa). In fondo nulla è successo se non quello che capita da secoli a questa parte: le suore che figliano, i frati che copulano, i preti che si spretano e si sposano o, peggio ancora che non si privano della tonaca e abusano del proprio status e soddisfare illecite voglie. Quanta letteratura  ad alto peso specifico ha ricamato sulle tentazioni secolari di uomini e donne di fede. La forza comica della situazione sta proprio nella banalità di un fatto che non dovrebbe succedere.  Il tabù che si infrange ha sempre suscitato le risa tanto più grasse e fragorose quanto più alta è la voglia di infrangere le regole  e di deridere l’autorità costituita che le impone.
Eppure oggi le cose sono diverse. Sebbene si voglia continuare a dare al fatto la solita gravità morbosa, ci sono molti aspetti che, al contrario, contornano la vicenda di un luce nuova ed inedita, almeno mass-mediaticamente parlando. Innanzitutto la libera scelta della madre che ha scelto di tenersi il figlio, di onorarlo con il nome del Papa abbandonando la vita monastica per la più prosaica carriera di madre e compagna. Tutto questo con il pieno appoggio delle istituzioni ecclesiastiche che stanno proteggendo la ragazza difendendola dagli assalti della curiosità becera di chi riduce tutto all’icona grossolana e volgare della suora incinta. Infine l'assenza di qualunque atto di accusa: nessuno, superiora, consorella, monsignore et similia, ha giudicato la condotta della ragazza. Certamente ha infranto una regola che le comporterà l’esclusione da una vita che sicuramente non le si addiceva, ma non c'è stato accanimento sulle sue doti morali. L'atteggiamento della Chiesa è cambiato. E di molto: ha decisamente preso la strada difficile che porta a privilegiare la libera scelta piuttosto che alimentare lo scandalo, che ridimensiona la vergogna per fare prevalere la bellezza di una vita da vivere, che toglie un'infelice da una vita disgraziata nel buio di una sagrestia per restituirla alla luce e alla libertà e che, soprattutto, al silenzio renitente preferisce la presa di coscienza della realtà.  La Chiesa sta cambiamo. Molto velocemente. Più in fretta di quanto si pensasse, ma soprattutto più in fretta di quanto siamo disposti a credere.
E’ sorprendente scoprire che per quanto invocato, reclamato, pubblicizzato in tutte le salse, il cambiamento quando arriva veramente, ci metta a disagio. Non siamo pronti. Non siamo attrezzati a misurarci con lui. Preferiamo, piuttosto che una riflessione aperta e sincera le armi spuntate della derisione e del pettegolezzo.  

giovedì 9 gennaio 2014

Le vite meravigliose che non vogliamo


Il nostro Paese deve ripartire da una rinnovata fede verso i valori della Costituzione. L’Italia ha bisogno di bruciare nuove energie per potere ripartire. La nostra pulsione verso i principi fondanti della Democrazia e delle sue istituzioni si stanno affievolendo a causa di un naturale processo di assuefazione e di un, meno naturale, senso di scoramento scaturito dalle penose condizioni della nostra politica. Ma la forza della Carta della nostra Repubblica è ancora in grado di trascinare chi la abita verso azioni di valore finalizzate al bene comune? La domanda non dobbiamo farla a noi stessi, ma a chi tra i precetti della nostra Costituzione riesce ancora a ravvisare la possibilità di una nuova vita e di una nuova speranza. Chi viene da zone di povertà, di guerra e di prevaricazione non può non trovare conforto nelle parole scritte dai costituenti che, allora, coltivavano la stessa utopia per se stessi e per le generazioni a venire. Quello slancio e quel fervore hanno prodotto, nel corso di molti decenni, grandi risultati a beneficio di tutti. Oggi la spinta si sta esaurendo. E' necessaria ricaricarla. Noi non possiamo farlo, ma chi arriva disperato si. E' necessario che l'Italia sappia gestire in modo più propizio a se stessa, l'accoglienza verso chi sbarca come profugo, rifugiato e reietto. Il nostro non è solo un Paese con tanta costa per permettere sbarchi clandestini, ma è soprattutto una Costituzione ad elevatissimo senso civico, calibrata sulle pari opportunità, livellata sull’uguaglianza, sull’equità e sulla visione sociale dell’azione collettiva; un insieme che se ben recepito può garantire ottime opportunità di giustizia, senso civico e uguaglianza. Basta solo saperlo. E crederci. Noi lo sappiamo, ma ormai, ci crediamo poco. Chi arriva disperato non lo sa, ma è pronto a scommetterci.
Frank Capra, nella sua autobiografia “Il nome sopra il titolo” ha saputo raccontare bene il senso di forza e coraggio generato dalla comprensione dei chiari, potenti e riconosciuti precetti fondanti degli Stati Uniti. Lui, arrivato bambino dalla Sicilia, senza un soldo, senza istruzione, senza nulla, figlio di braccianti agricoli sbarcati in California per raccogliere le arance, diventerà il regista per eccellenza del sogno americano. Nessuno più di lui, né prima né tanto meno dopo, è riuscito a trasmettere i valori dell'America vera: libertà, solidarietà, forza della legge e rispetto delle Istituzioni. Nei suoi innumerevoli film Capra ha rappresentato i drammi personali di chi pensa di essere arrivato alla fine e decide di buttarsi nel fiume proprio la notte di Natale; ha celebrato il senso dell’onestà dell’uomo che crede nelle parole di uno dei Padri della Patria scritte nel marmo e a queste darà seguito per fare trionfare verità e giustizia. Lui, con quella faccia da uomo del Sud ha fatto tornare a credere nei valori fondamentali gli americani con gli occhi azzurri e le bocche sottili, riuscendo anche a diventare il più fidato cineasta di guerra durante il conflitto per convincere,  con i cortometraggi commissionati dal Governo, il suo popolo che stavano preparandosi per  una guerra giusta. Frank Capra ricorda spesso nel suo libro che è stato grazie al fatto che ha potuto studiare, frequentare persone al di fuori dalla cerchia della dannata povertà dentro la quale la sua estrazione lo avrebbe costretto, che ha potuto prendere coscienza delle opportunità che gli avrebbe potuto offrire il grande Paese dove era venuto a vivere. E il commosso ringraziamento che traspira da ogni pagina del racconto della sua vita è quello di gratitudine nei confronti di un Paese che lo ha accolto senza emarginarlo perché la sua legge avrebbe punito la discriminazione, la disonestà e le diseguaglianze.
Nel nostro Paese i governi che si sono succeduti negli ultimi due decenni non hanno saputo cogliere, al pari di persone come Frank Capra, questa grande opportunità di cambiamento. Un vero cambiamento che avrebbe portato dei risvolti epocali di cui però continuiamo ad avere paura. Non ci fidiamo di chi viene da fuori per un atavico senso di possesso e di difesa, scordandoci che i capitoli della nostra costituzione sono stati concepiti per permettere l’esercizio delle nostre libertà anche in presenza di elementi esterni, estranei e differenti. Eppure nessun Governo, nessuna legge ha affrontato il problema dell’immigrazione con la mente aperta di chi vede solo il bene, con la sicurezza e la serenità di potere contare su un ordinamento che tutela e che protegge, ma allo stesso tempo incoraggia e rincuora chi di diritti ne ha sempre avuti pochi. Questo slancio vitale, questa sete di rivalsa, questa energia nuova per il nostro Paese spesso si spegne sui fondali del Canale di Sicilia, si smorza dentro i centri di accoglienza e lo si umilia per le strade delle nostre città. Eppure la speranza e la volontà di emergere dalla dramma può portare tutti a immaginare una vita meravigliosa.
Un invito e un augurio per il nuovo anno a politici impauriti, cittadini disillusi, studenti demotivati, imprenditori rassegnati: apriamo le porte ai nuovi italiani. La loro felicità di oggi sarà la nostra serenità domani.


Frank Capra (1989) - Il nome sopra il titolo. Autobiografia - Ed. Lucarini - 88-7033-368-X

mercoledì 27 novembre 2013

La repubblica da ri-fondare sul telelavoro

Impiegare un’ora e mezza per fare poco più di trenta chilometri imbottigliato in un flusso di automobili che si muovono a passo d’uomo tutte nella stessa direzione. Un’occasione unica per fare un po’ di sociologia spicciola e tirare qualche considerazione su che tipo di soluzione si potrebbe escogitare per rendere la vita migliore. Guardandosi intorno è facile arguire che si  tratta di persone che si stanno spostando per andare a lavorare in un grande centro urbano,  probabilmente legate ad un orario di inizio che potrebbe essere flessibilmente impostato per le 9 di mattina. Da come sono vestite di direbbe che sono tutte persone che svolgono lavori di una certa levatura. Di certo non sono legati ad una pressa o ad un tornio. Ma neppure ad una scopa o una chiave inglese. Dispongono di una buona conoscenza di strumenti informativi a vedere con quale frenesia utilizzino dispositivi wireless come tablet e smartphone.  Dal tono animato delle conversazioni telefoniche che intrattengono si può arguire che siano già attivi, “sul pezzo”, a discutere con i colleghi, trattare con clienti o a spettegolare su qualcuno, dato che anche questa pratica costituisce quel valore fondante che è la socialità del lavoro. E sebbene interconnesse con l’ufficio, la famiglia e il resto del mondo, sono sole, nel senso di assenza di altri passeggeri che condividano i tre o quattro comodi sedili che lo circondano. Migliaia di auto incolonnate che procedono a passo di lumaca che trasportano una sola persona che per altre 10 ore si siederà su una sedia o poltrona che si voglia, che abbonderà per una mezz'oretta per andare a mangiare un boccone, se ci va. E tornare a casa, facendo la strada inversa, sempre alla stessa ora.   
Dopo avere assistito alla morte per consunzione della figura del mobility manager, quel ruolo volutamente inconsistente che avrebbe dovuto apportare qualche elemento di razionalità negli spostamenti  casa ufficio dei dipendenti di medie e grandi aziende, dopo avere verificato che i timidi tentativi di incentivare un uso meno individualista dello spostamento privato proponendo corsie preferenziali al cosiddetto autopooling non hanno sortito nessun tipo di entusiasmo, dopo la constatazione che il treno pendolare metropolitano è un’esperienza che tende a disinnamorare anche il più convinto de sostenitori dei mezzi pubblici e avere, infine, decretato che nonostante i costi, la crisi e i rischi gli italiani non rinunceranno mai a privilegiare lo spostamento con il mezzo proprio, sarebbe opportuno pensare  a delle soluzioni in grado di attuare un deciso cambiamento di rotta.
Il telelavoro sembrava una parola ormai destinata a finire nello sgabuzzino delle profezie del futuro prossimo venturo, un po’ come i panorami dell’anno 2000 pieno di macchine volanti e gente in tuta da astronauta che va a lavorare con la valigetta 24 ore. Qui da noi è così, forse. Ma non in altri Paesi che hanno capito da un bel pezzo che una buona fetta di migliore qualità di vita passa proprio dalla possibilità di gestire in modo autonomo il proprio lavoro decidendo quali sono le occasioni in cui è necessario interagire fisicamente (sempre meno funzionalmente necessarie) e quelle in cui la tecnologia digitale può sopperire alla condivisione dello spazio fisico (sempre più caro). Negli Stati Uniti sono stati fatti pesanti investimenti per rendere possibile una maggiore disarticolazione dei processi lavorativi e produttivi al fine di creare una maggiore autonomia gestionale del proprio contributo agli obiettivi aziendali. L’investimento in tecnologia dell’America di Steve Jobs mostra il suo lato migliore. Il miglioramento del benessere passa anche da qui: una società maggiormente evoluta da un punto di vista informatico può gettare le fondamenta per un’organizzazione del lavoro migliore. Bisogna saperla cavalcare come stanno facendo le principali aziende del settore informatico con l’aiuto di alcuni Stati, in primis la California. Sapere usare un tablet oggi non è solo una moda, ma potrebbe essere un passo concreto verso un mondo diverso.
E’ un aspetto importante, ma in Italia non siamo preparati. Per una serie di ragioni, alcune banali come la mancanza di programmazione e di riferimenti normativi certi, resistenze a vari livelli, ma anche per l’assenza di una “Ragioneria” in grado di soppesare il dare e l’avere di valori intangibili come la serenità, la  maggiore efficienza lavorativa, il benessere familiare, la tranquillità dei figli. Purtroppo tutto questo non esiste perché non se ne avverte neppure il bisogno. Si sa per esempio che l’inquinamento di una grande città come Milano dipende in larghissima misura dal numero spropositato di auto che ogni giorno si riversa da una periferia sconfinata. Eppure non si sono imposti effettivi limiti all'afflusso di mezzi privati approntando mezzi di trasporto efficienti in grado escludere la necessità del ricorso all'auto. Da una città che stenta a riconoscere l’utilità delle piste ciclabili è arduo pensare che possa arrivare a programmare un sistema più razionale di spostamenti verso il proprio centro. Ma il gravame dell’aria inquinata e i danni per la salute non rientrano tra i conti della Ragioneria del Benessere che ogni Stato oggi dovrebbe avere.
Riformulare un sistema di organizzazione del lavoro dovrebbe rientrare nei compiti principali di un Governo di un Paese avanzato. Almeno tanto quanto trovare per tutti un’opportunità di impiego dignitoso e in grado renderci adeguate soddisfazioni. E anche su questo sappiamo che l'Italia non è che faccia molto bene. Eppure una migliore suddivisione degli impegni legati al lavoro potrebbe favorire la crescita di partite contabili in grado di alleggerire il costo del lavoro stesso aumentando allo stesso tempo la propensione all'offerta di impiego da parte delle parti datoriali. Il beneficio di un lavoro fatto da casa potrebbe inoltre, rendere maggiormente predisposte le frange deboli dei lavoratori ad accettare impieghi poco allettanti soprattutto nel settore dei servizi come addetti alle attività di call centre, personale di back office, amministrativo e contabile. Riformulare i modelli di occupazione privilegiando l'autonomia e il lavoro distanza è un processo complesso che deve passare attraverso lunghe stagioni di maturazione e gestazione che solo un’attenta regia può gestire. Alleggerendo le proprie strutture direzionali le aziende potrebbero vedere alleviati i propri costi fissi e una parte delle economie gestionali potrebbero andare a parziale contributo per la copertura delle spese per le spese della casa dei dipendenti come luce, gas e riscaldamento. Un gioco con che potrebbe trovare entrambe le parti vincenti in ragione del valore sempre positivo delle contropartite. Una sfida per i Governi dei prossimi anni. Un progetto programmatico ambizioso e prestigioso che potrebbe portare a ottimi risultati di lungo respiro a livello sociale ed economico. Ma anche di miglioramento dell'ambiente fisico in cui viviamo. Un progetto che dovrebbe già essere messo in pista a partire da oggi. Per esempio istituendo una scuola di specializzazione per giovani ingegneri gestionali laureati o laureandi dove possano acquisire i ferri del mestiere di una imponente task force che per conto del Governo verrà inviata presso le aziende per studiare e predisporre dei piani di delocalizzazione del lavoro basati sul telelavoro alle quali le stesse dovranno, obbligatoriamente a questo punto, assoggettarsi. Tempi di realizzazione? Meno di una inutile linea ferroviaria tra Italia e Francia. 

martedì 19 novembre 2013

Sfamiamo il Mondo. Cominciamo da Milano

La Milano da bere si appresta, con l'avvento dell'Expo 2015, a diventare la Milano da mangiare. Il tema selezionato per la grande manifestazione planetaria, che, a detta di molti, dovrebbe attirare milioni di visitatori, è il cibo. O meglio più che il cibo sono le risorse alimentari che scarseggiano in quantità, ma anche, e soprattutto, in qualità. E allora quale paese è più titolato del nostro a parlare di risorse alimentari, cibo e alimentazione? Un'occasione come questa non poteva sfuggirci. Vedremo come andrà a finire. Vedremo se sarà l'occasione imperdibile profetizzata dai fautori di questi mega eventi che hanno ormai esaurito la loro carica propulsiva per stagioni di rilancio dell'economia nazionale. Intanto i lavori fervono e i proclami degli amministratori si riempiano di enfasi e gaudio. Auspichiamo solo che il problema della fame non si risolva solo per i forti appetiti delle schiere di faccendieri che fisiologicamente popolano queste enormi feste di paese. Bene. Aspettiamo fiduciosi.
Se però andiamo a vedere come si sia stia preparando da un punto di vista ideologico al tema dell'Expo, non sembra che ci sia altrettanta attenzione e fervore. Forse a parole. Decantiamo le virtù della nostra cucina, degli alimenti genuini che ne fanno parte, le nostre tradizioni e condiamo tutto con la creatività dei nostri cuochi, imprenditori del gusto, ambasciatori del made in italy e orgogli nazionali vari, ma a fatti facciamo proprio poco. A Milano, per esempio, la città che per un semestre sarà, almeno ufficialmente la capitale mondiale dell'alimentazione, le cose non vanno molto bene. Nei bar del centro si assiste sempre al solito spettacolo della famiglia di stranieri intrappolata in un tavolino esposto al pubblico ludibrio alle prese con il solito raccapricciante spettacolo di spaghetti precotti scaldati nel microonde, pizze mezze crude, panini gommosi, gelati industriali e vino estratto dal brik. Il tutto per cifre da capogiro. Parliamo di Milano, ma nel resto del Paese non è meglio: a Roma, Firenze e Venezia chi si occupa di ristorazione più che alla qualità di quello che serve pensa a buggerare turisti ignari con menu improbabili e molto lontani dall'idea di alimentazione sana, corretta e rispettosa delle tradizioni locali che l'Expo vuole dare. Nel "cerimoniale" della manifestazione non è previsto che, almeno a ridosso dell'evento, chi lo sta preparando dimostri almeno un minimo di sensibilità verso il tema che farà da sottofondo? Che cosa deve pensare della cucina italiana il turista incappato nel bar in Galleria a Milano, nella pizzeria di Roma dove servono pizza imbustate e nella gelateria di Venezia che propone gusti dai colori improbabili? Probabilmente poco, visto che quello che mangia in Italia è sicuramente più allettante di quello che mangia a casa sua, ma almeno diciamoglielo che la cucina italiana non è solo quella. 

venerdì 8 novembre 2013

Quel buco venuto così bene

I buchi nell'acqua ogni tanto possono venire bene, e per rimanere in tema di metafora, ogni tanto serve che si scavino dei buchi perché qualcuno possa riempirli. Un'esempio di questa, apparentemente insana contraddizione, è la "bula" un'area protetta gestita dal WWF in prossimità della città di Asti, in Piemonte. Un'oasi tutelata in riva al Tanaro dove svernano numerosi specie di uccelli, i migratori si riposano durante la trasvolata e chi è appassionato di natura può farsi una bella gita le rare volte che le guide del WWF accompagnano i visitatori a conoscere questo particolare ambiente. Una macchia di natura rimasta miracolosamente fuori dagli scempi di cui sono normalmente oggetto le aree fluviali? Tutt'altro. La "bula" origina dal profitto di chi campa estraendo ghiaia dagli alvei dei fiumi e dalle concessioni troppo spesso elargite da chi dovrebbe amministrare il territorio con una visione un po' più oculata rispetto a come si è fatto finora. L'invaso, che oggi colpisce per la vegetazione rigogliosa e le numerose specie di uccelli che è possibile osservare, non  è altro che una cava di ghiaia in disuso che,  in virtù di accordi fatti tra la regione Piemonte e alcune associazioni di difesa della natura, è stata scavata e conformata in modo da simulare il più fedelmente possibile l'habitat naturale di molte specie di uccelli. I titolari delle cave, in cambio, hanno potuto estrarre oltre il limite di falda, di solito vietato, traendo maggior profitto dalla licenza, a patto che si attenessero alle specifiche degli esperti del WWF. Un esempio? Le anatre non amano essere viste quando nidificano. Vanno a cercarsi gli anfratti più nascosti vicino agli specchi d'acqua in cui vivono e che non trovano negli invasi delle cave "normali" che notoriamente hanno un andamento lineare. Ecco allora che agli addetti della cava di Asti è stato richiesto di scavare in modo irregolare affinché al termine del lavoro il profilo dell'invaso risultasse più vicino possibile ad un ambiente naturale. Con somma gioia della future mamme anatra! Ma non è tutto rosa è fiori. La "bula" è una vera e propria oasi in un mare di degrado indicibile che la assedia da tutte le parti: discariche abusive, incursioni di pescatori di frodo, pascolo abusivo di pecore e capre. Con pochi mezzi e risorse per contrastarli. L'unico modo in cui il WWF può impedire l'invasione dei rifiuti è in occasione delle giornate dedicate alla pulizia dei boschi, alvei e argini di fiume che vengono periodicamente organizzate dalle associazioni ambientaliste locali, WWF in testa. "E pensare", mi confida un entusiasta (e preparatissimo) attivista del WWF "che basterebbe piazzare delle telecamere per controllare gli accessi di chi scarica abusivamente eternit, plastica, copertoni e latte di prodotti chimici pericolosi", ma a quanto pare a pochi interessa preservare l'ambiente di uno dei fiumi più belli del nord Italia. E intanto raccatta sconsolato l'ennesima lattina di birra buttata per terra durante l'ultima incursione dei pescatori abusivi.  

L' Antiscenza al Parlamemto