Visualizzazione post con etichetta decrescita. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta decrescita. Mostra tutti i post

mercoledì 30 gennaio 2013

Cosa ci manca per essere felici?

La decrescita c'è. E' già qui. Che cosa aspettiamo ad essere felici?
Forse perché chi parla di crisi continua a crearci illusioni che dopo che sarà finita tutto tornerà come prima. No, dimenticatelo! E' una scusa. E' solo un pretesto per rabbonirci.. Se lo si vuole, la crisi è superabile anche adesso; è solo uno stato mentale. 
E' vero che abbiamo imparato a rinunciare al superfluo, a diminuire i ritmi di consumo, di spesa? Si, ce lo continuano a ribadire le statistiche. Non abbiamo acquisito maggiore consapevolezza di quello che ci serve veramente per vivere? Si; ce lo raccontano sociologi. economisti, vip e meno vip convertiti dell'ultima ora. Allora cosa aspettiamo ad essere felici? Certo c'è chi ha dovuto, suo malgrado, rinunciare a tutto e non solo al superfluo; senza casa, senza lavoro, senza un futuro è sciocco pensare di consolarsi con la decrescita. Ma poniamoci un'altra domanda: non è forse vero che troppa ricchezza crea troppi squilibri che poi portano alla grave situazione che stiamo vivendo? Alla luce dell'ennesimo scandalo finanziario che ha messo nuovamente a nudo il sistema malsano che governa l'economia italiana, nessuno dei candidati in lizza ha svelato il velo sulla vera matrice del nostro malessere: il sistema di produzione e consumo che si vuole con ottusa ostinazione rimodellare secondo criteri che non sono in nessun caso più sostenibili. Il modello di produzione interna  di beni destinati al mercato nazionale, non ha più ragione di essere. Con buona pace dei sindacati che non si sono accorti che la folla che li accompagnava nelle loro rimostranze è ormai sparita. Alle loro spalle solo vie e piazze deserte. Ma anche per colpa dello Stato, che non vanta una fedina penale immacolata per quanto riguarda la dolosa accettazione di situazioni di degrado industriale mai sanate. La vicenda Ilva insegna molto a questo proposito. L'inoperosa sorveglianza delle istituzioni che non hanno tutelato sulla salute e sulla sicurezza di lavoratori e cittadinanza ha contribuito a rimpinguare le tasche di un certo tipo di imprenditori del tutto irresponsabili e facili alla veloce via di fuga di fronte alla responsabilità. E' inutile parlare di omicidio della siderurgia italiana: la Ilva operava sul mercato internazionale beneficiando della tacita approvazione dello Stato. Se si  fosse intervenuti prima con i provvedimenti volti a sanare i rischi per i lavoratori e la cittadinanza oggi la stessa azienda avrebbe avuto un destino diverso. Ma la storia non è diversa per la Eternit, per  la Thyssen, per l'inquinamento delle città e per la dissennata gestione dei rifiuti tossici che viene fatta in Italia. Complice la criminalità organizzata anch'essa libera di prosperare sulle smagliature e sulle inefficienza dello Stato. 
Il nostro disagio di oggi sarà il bene del Paese domani. Consumiamo di meno e produrremo meno scarti inutili da smaltire togliendo fette di business maleodorante alle cosche campane. Usiamo meno l'automobile per tagliere i lucrosi profitti delle compagnie petrolifere e ridurre il traffico di petroliere negli oceani e forse anche il numero di guerre. Ma pretendiamo anche di più sferzando chi governa a volgere la testa verso le risposte che il paese invoca: per il lavoro, per l'integrazione, per l'ambiente e per la serenità degli anni che verranno. La campagna elettorale in corso sta nuovamente sprecando l'occasione per cavalcare lo stato di disagio sociale nel modo corretto. Non c'è stato un candidato che abbia guardato al di là del problema immediato o dell'ennesimo scandalo. Nessuno sa sognare, tutti sanno solo incupirci con i nostri peggiori incubi.  

sabato 2 ottobre 2010

Benessere e “ben avere”. Il nodo del calcolo della ricchezza


Da alcuni anni seguo il dibattito sull’attualità dei sistemi di computo della ricchezza pro capite e del PIL e la supposta necessità di addivenire a modelli di rendicontazione che tengano conto anche dei valori intangibili quali la solidarietà, l’impegno dei volontari e l’assistenza in ambito familiare. Il dibattito è interessante anche se il punto cruciale della questione non è tanto conciliare le diverse opinioni per arrivare a perfezionare il metodo, ma piuttosto ritenere possibile l’avvento di un nuovo sistema di produzione e distribuzione delle risorse. Consumare risorse in eterno non è possibile, ma il calcolo del PIL per misurare l’indice di prosperità di un Paese, prende in considerazione solo quante risorse vengono trasformate e consumate e quanta ricchezza ne deriva. E fino a che gli Stati non si adegueranno a diversi modelli macroeconomici, la rincorsa non si esaurirà. Non è possibile consumare risorse in eterno per il semplice motivo che prima o poi queste finiscono e l’aggravio sul conto finale, non è solo che rimarremo a secco, ma che avremo nel frattempo arrecato danni irreversibili al nostro eco-sistema. E a quel punto non sarà tanto importante sapere che avremo messo a punto modelli di misurazione della ricchezza diversi. Non ci sarà più ricchezza, ma solo desolazione.
Uno dei più strenui e accesi fomentatori di critiche al modello del PIL è il filosofo francese Serge Latouche che ha recentemente scritto un articolo apparso in Italia sul Manifesto dello scorso 17 settembre e riportato integralmente su Eddyburg.it intitolato Abbondanza Frugale. Nella sua interessante dissertazione, Latouche va a ricercare il momento in cui il concetto di benessere si sovrappone a quel filone di pensiero economico datato metà ‘700 fortemente connotato da un orientamento portato a trovare un fondamento “statistico” del bene comune. La ricerca curata da Latouche e esposta nel suo articolo, e che costituisce anche l’ossatura di un intervento a Pordenonelegge, si snoda attraverso i capisaldi dell’economia classica con l’intento dichiarato di di “decolonizzare l’immaginario del PIL pro capite” capendo i motivi che hanno portato al suo consolidamento negli ultimi secoli.
E’ peraltro vero che la “de-materializzazione del benessere” ha cominciato ad essere oggetto di speculazioni di economisti più vicini alla sociologia come Max Weber e Karl Polany e, per arrivare in tempi più recenti, Jean Baudrillard. A questo proposito, vorrei rendere merito la lungimiranza del caro professore di sociologia economica, Alberto Martinelli, per avere, in anni di pieno fervore edonistico consumistico, saputo proporre nel giusto contesto questi autori.
Ripensare a come calcolare su basi diversi la ricchezza di uno Stato non è una nuova frontiera, o meglio non è un argomento inedito di propaganda politica se a fine anni ‘60 Robert Kennedy in uno dei suoi ultimi discorsi (se non l’ultimo) ammoniva che “il PIL include l’inquinamento dell’aria, la pubblicità delle sigarette e le corse delle ambulanze che raccolgono i feriti sulla strade…” Peralto, continuava il giovane Kennedy “il Pil non conteggia la salute dei bambini, la qualità della loro istruzione e la loro allegria. Non prende in considerazione il coraggio, l’integrità e l’intelligenza di ognuno di noi” E conclude: “il Pil misura qualsiasi cosa, ma non ciò per cui la vita vale la pena di essere vissuta”.

L' Antiscenza al Parlamemto