giovedì 23 novembre 2017

Ovunque proteggici

Se può avere senso augurarsi che il sottomarnio argentino San Juan sia esploso improvvisamente senza lasciare scampo al suo equipaggio e soprattutto di avvertirlo della fine imminente, allora auguriamocelo. Un lampo e la vita termina in un amen. Ma se così non fosse stato, se la fine fosse stata proceduta da una lenta agonia, allora all'amen bisogna sostituire l'Ave Maria recitata
in silenzio o in corale raccoglimento in fondo da qualche parte dell'irrequieto Atlantico Australe simultaneamente a quelle davanti alla recinzione della base navale di Mar del Plata. L'immagine della Madonna che soccorre chi è in difficoltà, l'estremo ausilio di fronte alla fine imminente, ovunque dove la terra si raccorda al mare, ha il volto di una donna. E' un'icona serena di madre dispensatrice di speranza e di misericordia anche quella ingenuamente dipinta sulle migliaia di tavolette di legno raccolte nei santuari della Liguria, della costiera Amalfitana, della Bretagna. Anche la Madonna Azzurra che pende su una donna distrutta dal dolore è una madre che dispensa speranza e sollievo. Anche a chi prega in una bara in fondo al mare. Ovunque, proteggici.

Terra, acqua, aria

Da ragazzino mi capitò di ascoltare i discorsi di tre superstiti di guerra: un alpino, un marinaio e un sommergibilista. L'alpino raccontava un episodio legato alla ritirata di Russia: il freddo e il terrore dell'imboscata gli si dipingevano ancora negli occhi. Il marinaio lo ascoltò e alla fine disse "ma almeno voi avevate la terra sotto i piedi e nonostante tutto quella era ancora un punto fermo. Lui era stato silurato nel mar Rosso e passò vari giorni e notti attaccato ad un salvagente aspettando i soccorsi. "Noi non avevamo nulla sotto i piedi e quando sentivamo qualchecosa che ci sfiorava erano squali che venivano ad attaccarci" Parlò infine il sommergibilista: "io non racconto di me ma di un mio amico disperso con il suo sommergibile da qualche parte in fondo all' oceano Indiano. Ogni giorno vivo per lui il dramma di chi non ha terra dove appoggiarsi, acqua dove nuotare e, ad un certo punto, neppure l'aria per respirare".


mercoledì 13 gennaio 2016

Corsi e ricorsi climatici

"Il clima di una regione, come quello di tutta la Terra, ha subito nei millenni continue fluttuazioni. La variazione climatica è generalmente lenta e difficilmente apprezzabile nel corso di una vita umana. Avviene però talvolta che il cambiamento assuma, per il verificarsi di particolari circostanze un andamento più rapido del normale. Ci si accorge allora, rievocando fatti e condizioni passate e confrontandole con quelle presenti, della diversità climatica, e si conclude dicendo che una volta gli inverni erano più rigidi e che si aveva più neve. Il montanaro e l'alpinista potranno dire che il limite delle nevi perenni è più alto di una volta e che fronte del ghiacciaio si è notevolmente ritirata. Potranno anche precisare la misura della variazione avvenuta. E guarderanno sgomenti le rocce rimaste nude, perché qualcosa della montagna se ne è andato. 
In questi ultimi decenni è stata effettivamente osservata una notevole variazione climatica, la quale ha subito recentemente caratteri particolarmente marcati. Essa corrisponderebbe sostanzialmente a un generale aumento della temperatura del complesso atmosferico-terraqueo"

Potrebbe sembrare una delle tante osservazioni empiricamente fatte da chi desidera rimarcare quanto viene oggi da più parti e a più riprese detto, ma sorprende che questo articolo sia stato scritto sul numero del luglio 1953 de "Le Vie d'Italia", la prestigiosa rivista del T.C.I. da Silvio Polli, ancora oggi ricordato come un meteorologo e studioso di chiara fama (fu un matematico che si dedicò agli studi di oceanografia, mareografia, fisica terrestre oltre ad essere un valente alpinista). L'articolo è imperniato principalmente sul ritiro dei ghiacciai documentato da numerose immagini fotografiche, scattate dallo stesso autore dell'articolo due anni prima alla stesura e molto eloquenti sullo stato di assottigliamento lamentato dall'autore.  

Continua a scrivere Silvio Polli: "Assieme al rapido arretramento delle fronti si ha pure un forte assottigliamento dei ghiacci, che può essere di qualche metro per anno. E' interessante notare che in corrispondenza a questa generale fusione dei ghiacciai, si osserva un graduale aumento del livello medio di tutti i mari nella misura di circa 1,5 cm per decennio. Sono i ghiacci delle zone circumpolari e quelli dell'Antartide che danno il maggior contributo all'innalzamento del livello medio marino. Quelli alpini vi concorrono in minima parte". Ovviamente questa considerazione è suffragata dalla constatazione che potrebbe fare chiunque abbia una minima conoscenza di geografia e cioè che la quantità di ghiaccio presente ai poli è ben superiore a quella trattenuta dalle montagne, ma il progressivo scioglimento dei poli era già paventata come minaccia quasi settant'anni fa e se l'innalzamento del livello del mare nella misura indicata dal professor Polli fosse corretta una crescita generalizzata degli oceani di 10 centimetri avrebbe già procurato notevoli danni e squilibri in diverse parti del nostro pianeta. 

"Le cause di questo aumento generale della temperatura non sono ben definite. Molto probabilmente sono da ricercarsi in un aumento della intensità della radiazione solare. Da misure eseguite da un ventennio presso l'Ossevatorio di Montezuma nel Cile, particolarmente attrezzato per queste ricerche, risulterebbe un aumento graduale del valore della costante solare, cioè dell'energia calorifica irradiata dal sole, del 0,001% circa per decennio".

Sul fatto che non i fosse concordanza sulle cause del fenomeno benché riconosciuto dalla comunità scientifica dell'epoca (la pubblicazione di un articolo di divulgazione scientifica su una rivista basata sull'attualità porta a pensare che il dibattito avesse anche allora, una eco molto ampia) non deve sorprendere in quanto la scienza non si nutre di certezze, ma certamente promuove nelle nostre coscienze un giustificabile dubbio sull'opportunità e la convenienza, anche politica, degli allarmismi degli scienziati. 

La chiosa all'articolo ci riporta però ad una verità sublime, innata se vogliamo nella natura dell'uomo sensibile, e cioè che il destino della Terra non è indipendente dal nostro operato: "accontentiamoci per ora ad assistete durante le nostre escursioni allo svolgimento del raro fenomeno, comprendendolo nella mirabile manifestazione di questa Terra di cui noi pure siamo elementi partecipi".

(Chi fosse interessato ad avere l'articolo completo può scrivermi).

lunedì 26 ottobre 2015

I vestiti nuovi dell'installatore


"Il re è nudo" è l'urlo rivelatore della realtà nascosta che solo l'occhio disincantato e scevro da pregiudizio può scorgere laddove perbenismo, sudditanza e conformismo non riescono ad arrivare. Il ragazzino che denuncia le vergogne esposte del sovrano dovrebbe assomigliarci perché è libero disincantato e temerario. Proprio come oggi siamo abituati a vederci, o meglio, come oggi ci dicono che dovremmo essere. Le addette della pulizia del museo di Bolzano che buttano le bottiglie vuote e l’altra immondizia di contorno di una installazione artistica sono semplicemente ignoranti o gridano consapevolmente che il re è nudo e dunque quella che vedono è solo spazzatura e come tale va gettata? Il re della favola viene salvato dalle vischiose lusinghe dei due truffatori proprio da un esponente del popolo, il ragazzino ignorante, ma pervaso da senso pratico, irriverenza e assenza di timore di fare vergognare il proprio sovrano. Le inservienti del museo dei giorni nostri, immagino esponenti del popolo pure esse, non sono più la garanzia di tutela nei confronti dell’irrazionale, il vero nemico per chi si deve confrontare quotidianamente con la bestia della fame, ma vittime consapevoli della propria ignoranza e insensibilità verso forme alternative di espressione artistica. E per il senso comune imperante questo non è tollerabile. L’episodio di Bolzano mette in luce, con un’evidenza narrativa esattamente contraria alla fiaba dei vestiti dell’imperatore che tutto è concesso, o per contro, censurato, nel nome di una supposta o invocata creatività a tutti i costi. Io sto con le inservienti. Vedo in loro lo stesso slancio di denuncia del ragazzetto della favola. E chi le taccia di ignoranza sono quelli che lusingavano il re per paura di perderne i favori. E le due artiste se proprio ci tenevano alla loro opera potevo scrivercelo sopra che quella era arte. In fondo Piero Manzoni ce lo scriveva sulle sue scatolette merda d’artista. 

giovedì 15 ottobre 2015

Fuori dal mondo

Può esistere un fondamento etico nella scelta di un uomo che ha deciso di scrollarsi di dosso gravose responsabilità e di vivere fuori dal mondo? Difficile rispondere, anzi sarebbe meglio dire, inutile. Dato che si tratta di una scelta compiuta da un uomo, deliberatamente nel pieno delle proprie facoltà a nessuno è dato giudicare l'operato altrui allorché non leda interessi di altri. Ma c'è una perfezione mistica nello stile di vita del papa rassegnato Benedetto XVI. Innanzitutto spirituale: egli è un prete per sempre votato a Dio nella sua interezza fisica mentale. Non deve confrontarsi con i peccati del mondo, con le paludi della fede che si scontra con la mondanità, ma solo con la costante intimità di un pensiero di fede e dolcezza verso l'essenza del Creatore al quale può solo tributare riconoscenza e ammirazione. Mai è stato così prima per lui e mai lo sarà per chi ha fatto la sua scelta, ma la croce la deve portare davvero attraverso un mondo meno agiato e più disperato E' anche una perfezione di vita che sublima le bruttezze che accadono nella sua immediata prossimità fisica: aldilà delle Mura Vaticane, al di fuori del giardino della passeggiata quotidiana e forse, anche nella camera di fianco alla sua, quella di colui che veglia sulle sue necessità, Niente può turbare la sua santa serenità. E' una perfezione di vita che consola chi non gode di questo status eccezionale, cioè noi tutti. Sapere che in un piccolo salotto modestamente arredato in un angolo nascosto di una una piccola residenza protetta dal verde un piccolo uomo vestito di bianco suona al piano l'amatissimo Bach mentre con gli occhi socchiusi si volta a guardare il mondo fuori dalla finestra intorno a lui, aiuta. Anche perché da quella finestra non entra nulla, ma ne esce solo la luce della perfezione.   

Expo fino in fondo

Cibo, cibo sano, alimentazione e diritto universale a mangiare in modo equilibrato. Dunque prevalenza delle biodiversità, diminuzione delle coltivazioni intensive a favore del frazionamento delle culture, accorciamento della filiera. Se ne è parlato all'Expo per settimane intere. Schiere di esperti si sono avvicendati nel corso di convegni, mostre, incontri, tavole rotonde per trovarsi, alla fine, concordi su un unico punto: le risorse per sfamare tutti ci sono, ma bisogna tenersele buone, facendo per prima cosa, un’efficace lotta allo spreco di cibo. Su questo filone si sono innescate molte campagne per sensibilizzare il pubblico su come limitare la quota di alimenti destinati ad essere dispersi: maggiore efficienza da parte delle grandi catene di distribuzione in fase di approvvigionamento, maggiore controllo sull'effettivo numero di pasti prodotti dai grandi operatori della ristorazione collettiva, prevenzione delle speculazioni da parte delle autorità. Anche la possibilità di portarsi a casa il cibo del ristorante, che prima veniva pudicamente spacciato come avanzo per il cane, è una forma diretta di contrasto allo spreco.
Expo avrebbe la possibilità di affermare con maggiore autorevolezza e coerenza quello che ha proposto come tema della rassegna proponendo una giornata in cui a tutti i visitatori viene offerto, per esempio, il cibo avanzato dal giorno prima, oppure attivare iniziative congiunte con supermercati che mettano a disposizione i propri scarti ancora commestibili, ma non adatti alla vendita sugli scaffali. Ancora:sfamare gratuitamente i visitatori con i surplus di produzioni agricole, risorse alimentari risultanti da processi industriali che, benché integri sotto il profilo della freschezza e della commestibilità, non possono essere confezionanti.
Sarebbe anche abbastanza facile farlo oggi, ma perché non è stata pensata un’iniziativa del genere?

Forse perché Expo non produce cibo in eccesso?. Oppure non vuole perdere introiti per decine di migliaia di euro attraverso le catene di società di ristorazione presenti alla manifestazione? O forse, più probabilmente Expo ha perso una buona occasione per essere fedele a se stesso? O a quello che vorrebbe essere. 

giovedì 17 settembre 2015

Le Vie d'Italia che non portano da nessuna parte

Le Vie d'Italia  è stata la prestigiosa rivista mensile edita dal Touring Club Italiano dal 1916 al 1968. Un appuntamento fisso per tutti gli appassionati di viaggi, escursioni, vacanze (un' élite sicuramente in quel periodo) e non solo: arte, storia, architettura, musica, cinema e tecnologia arricchivano le pagine della rivista con interventi autorevoli di qualificati uomini di arte, lettere, scienza e cultura. 
Emblematicamente, nel 1968, la pubblicazione del "Touring" cambiò nome trasformandosi in una pubblicazione più a passo con i tempi, più in sintonia con un pubblico di utenti accresciuto in numero e interessato alla dimensione ludico ricreativa della vacanza di massa che rimane, per molti versi, simile ad oggi. 
La lettura dei testi della rivista relativi agli anni più intensi del boom economico, grosso modo dal 1956 al 1963, è interessante, ma soprattutto sorprendente. Sorprende, per esempio, che uno dei movimenti d'opinione mosso dall' Associazione riguardasse l'eccessivo squilibrio di risorse destinate allo sviluppo del traffico automobilistico, soprattutto se confrontato con lo stato di agonia mortifera in cui erano sprofondate le ferrovie nazionali che, dal secondo dopo guerra in avanti, non avevano potuto attingere adeguate risorse per dare avvio ad un serio programma di ricostruzione e ammodernamento. Altri temi correlati fatti emergere e criticati con una certa asprezza: la falcidia delle ferrovie locali, che soccombevano di fronte ai numeri deficitari di gestioni svogliate e alla tracotanza dei nuovi autobus di linea, lo stato di carente manutenzione delle strade, la necessità di imporre limiti di velocità su strade e sulle nascenti autostrade (allora non c'era nessun limite alla che reprimesse l'astro nascente del benessere italiano), l'eccessivo, disordinato e scanzonato proliferare di pubblicità e cartellonistica stradale.
La mala bestia è da ricercare nel modernismo che sopraffà incontrastato tutto quello che è bello, artistico e naturale. Il nemico da combattere è il conformismo della nascente classe dirigente del Paese che di prostra davanti a cliché mal interpretati e frettolosamente importati da modelli di civiltà più emancipati. Un esempio su tutti: già nel 1956 venivano messi in luce i limiti strutturali delle città italiane a sostenere l'invasione del traffico a quattroruote ponendo come rimedio, guarda guarda, politiche di incentivazione della bicicletta. Ci sono molti servizi con gli inevitabili e sempre-verdi confronti di percorrenza nel traffico cittadino (del 1956, praticamente inesistente rispetto ad oggi) inesorabilmente vinti dal mezzo a pedali. 
A chi segua un minimo di dibattito sul rischio di collasso di città come Roma e Napoli non suonerebbero inediti i tamburi contro la devastazione paesaggistica e morale di piazze storiche congestionate da automobili parcheggiate selvaggiamente? E i richiami lanciati dalla rivista contro la barbarie della presenza dei simboli dello sviluppo come distributori di benzina, autorimesse, fabbriche e edifici anonimi impiantati senza nessun rispetto della storia, del paesaggio, dell'arte del buon gusto? Segnali di una coscienza civile e critica che rincuora sapere essere presenti già allora su una delle pubblicazioni più autorevoli, colte ed aggiornate dell'epoca. 
Tuttavia, come sempre destinate, oggi come allora, a non essere prese in considerazione. 

L' Antiscenza al Parlamemto