martedì 17 marzo 2015

Servitori dello Stato

Qual'è la spinta che porta un carabiniere in pensione a mettere in gioco la propria vita per fermare una rapina accaduta a danni di altri sotto i suoi occhi? L'istinto ad essere sempre dalla parte della legge, In altre parole, essere carabiniere sempre anche dopo che la divisa rimane solo una parte dei ricordi di una vita di lavoro (e di sacrifici). Come nel caso del carabiniere di Alessandria da poco ritiratosi, morto d'infarto mentre cercava di impedire con mezzi improvvisati la fuga di due balordi. Ma chi sa spiegare che cosa spinge un boiardo di Stato a occupare uno scranno di potere per coordinare appalti e affari fino alla veneranda età di settant'anni, insomma fino a quell'età dove i lavori pubblici dovrebbero essere perlopiù dei riempitivi per passare la giornata? Non ci sono molte spiegazioni se non le più ovvie e scontate: servire lo Stato per senso del dovere è una virtù e gli uomini virtuosi, si sa, sono pochi. Servirsi dello Stato per arricchirsi è una turpe pratica che accomuna persone con molti vizi. Tutte permangono salde nelle proprie posizioni per amor proprio e del proprio benessere,sacrificando riposo, nipoti e passeggiare ai giardinetti. E poi: perché il fedele servitore dello Stato non indugia a mettersi in gioco mentre un ministro compromesso non si decide a lasciare? Chi è il più coraggioso e il più attaccato al dovere? E per finire: che tipo di persone ha bisogno l'Italia per essere un Paese migliore: quelli come il carabiniere di Alessandria o quelli come il ministro Lupi? In verità nessuno dei due dato che presto entrambi saranno dimenticati. 

venerdì 27 febbraio 2015

Olangans

Se si volesse a tutti i costi tirare una conclusione a corollario dei fatti di Roma, gli hooligans olandesi che hanno vandalizzato la città, quella che meglio calza è che nessuno paese e abbastanza civile ed evoluto da stroncare le intemperanze di un gruppuscolo di imbecilli, invasati ed irresponsabili. L’altra conclusione, meno scontata, è che il calcio ha una sua retorica che è uguale ovunque: violenza, dissennatezza, oltranzismo e odio. E così è in tutte quelle manifestazioni dove ci sia una bandiera intorno alla quale raccogliersi per sentirsi più forti, per nascondere le insicurezze e la propria vigliaccheria.  

sabato 21 febbraio 2015

Chi divide e chi unisce

Il mondo contemporaneo è orfano di figure che sanno unire. Lincoln, Gandhi, Martin Luther King, Nelson Mandela hanno vissuto affinché il mondo fosse più unito, più uguale. Non ci sono pienamente riusciti, ma hanno pensato in questi termini. E il loro pensiero è quanto oggi li fa ricordare e rimpiangere. Molti di costoro non disponevano neppure di potere. Solo con il carisma e la perseveranza hanno riunito milioni di persone in un ideale di lotta che ha portato la parola uguaglianza e libertà su un gradino un po’ più alto che in precedenza.
 Il nostro tempo è il tempo delle persone che agiscono per dividere. Creano fratture e divisioni e dove non ci sono tensioni scavano una piccola buca che qualcuno poi riempirà di esplosivo per aprire il divario.
Queste persone molto spesso agiscono in ragione di un mandato, ovvero hanno il potere, ma la loro forza e la loro autorità viene spesa per creare odio, frustrazione, rabbia e paura. Poi queste persone condannano il terrorismo e chi ammazza in nome di una religione o, peggio ancora, di un Dio. Ma non sono sincere perché le condizioni affinché l’odio esplodesse sono state create anche da loro.
Nessuno può dire con sicurezza che sia più conveniente avere persone che usano la propria forza e la propria intelligenza per unire o per dividere. Sognatori, idealisti, eroi e grandi uomini di stato si trovano da entrambe le parti. Ognuno con un inevitabile fardello di meriti e colpe. E quasi tutti con una fine tragica. Ma un mondo che segue una persona con una grande idea di giustizia e di democrazia è senza dubbio un mondo che in cui vale la pena vivere.
Nessuna figura che sappia unire perché non c’è più niente da unire, potrebbe obiettare qualcuno. E qui sta il punto: un ideale non si inventa dal mattino alla sera. L’ideale universale di non violenza, di uguaglianza di pari dignità e di pari diritti erano solo un sogno, ma qualcuno ha saputo tramutarli in un movimento fatto da milioni di persone che correvano da una parte all'altra di Paesi sconfinati.

Quello che manca oggi non sono le persone che sappiano unire, ma le idee per le quali grandi figure di uomini decidano di muoversi e sacrificarsi.

lunedì 9 febbraio 2015

Perdono tardivo

Salvini chiede perdono al Sud. Fa ammenda dei suoi strali contro la razza meridionale parassita, lassista e incapace. Riconosce che troppe parole (parolacce) in libertà possono aver causato qualche problema di popolarità presso le latitudini più estreme della Penisola. Peccato che il suo senso di colpa sia esploso proprio in Sicilia dove la parole valgono molto e se vengono dette, quando vengono dette, hanno un'efficacia micidiale. I siciliani le parole le sanno usare molto bene non tanto perché abbiamo maggiori capacità di comprenderne il significato, ma perché ne soppesano saggiamente il valore. Come i soldi: una volta spesi non tornano più. Per questo, spesso le parole sono superflue. Basta un'occhiata per intendersi. Salvini ha già parlato troppo. 

Da che parte sta Dio?

Se la religione è vita, dio sempre più vuol dire morte.
Sia che si tratti di riti sacrificali, sante crociate, eccidi di piazza in nome della Reazione, conflitti nel nome di Dio, Patria e Famiglia, tiranni sterminatori idolatrati o guerre jihadiste nessuno di questi orrori è stato orfano del proprio dio. Dio che non ha mai trovato un fiero nemico. Il dio che uccide sta sempre da una parte. Non ha importanza se giusta o sbagliata; nessun fiero antagonista si mette contro di lui. Perché o si è con lui o si è traditori. Il risultato sono i milioni di morti la cui conta non è ancora finita.
E' facile trovare nel proprio dio la ragione per andare ad uccidere, farsi uccidere o morire insieme agli infedeli. La monoliticità del proprio credo è la certezza che può dare la forza per compiere gesti scellerati dal farsi saltare con una cintura di tritolo a minacciare lo sterminio di un popolo.
Dio è certezza, un valore assoluto, non come la religione che e cosa di uomini e come tale può cambiare come è giusto che cambi il mondo. Ben vengano allora lo studio delle religioni, l'ecumenismo, il favorire la nascita di luoghi di culto in altri Paesi per uno scambio di saluti e di benedizioni in tutte le lingue del mondo. Perché dio è uno solo e non può fare la guerra contro se stesso.  


lunedì 29 dicembre 2014

I miei evidenziatori sono di tutti i colori

Il blu che dipinge l'acqua e gli oceani e che con se ha del mare tutti i sapori
Il verde che dipinge i campi e i prati come cieli colorati
L'arancione che colora l'arancia, la pesca e il melone
Il giallo che colora il sole e riscalda il nostro cuore
e per ultimo il rosa, ma non per importanza
che con grazia adorna la stanza di ogni ragazza

giovedì 25 dicembre 2014

Il Natale di Francesco

Francesco entrò nella casa del padre. La madre lo guardò con severità e apprensione. Era vestito con abiti eleganti e puliti. I piedi erano calzati da sandali di cuoio coperti da lana grezza. Questo apparire aumentò lo stupore e la speranza di sua madre. Suo padre gli venne incontro guardandolo con affetto senza soffermarsi sul suo aspetto. Lo abbracciò e il figlio ricambiò il gesto. Si sedettero al tavolo e i genitori lo guardarono facendogli intendere che spettava a lui l'onore della preghiera di ringraziamento. Francesco prese un grosso pezzo di pane e ci appoggiò sopra le mani, accarezzandolo lungamente. Sua madre e suo padre lo guardavano commossi. Discoste, ai lati della stanza, le due serve si inginocchiarono e si segnarono. Subito dopo iniziarono ad arrivare i piatti, semplici pietanze ordinate appositamente dal padre di Francesco. Mangiarono in silenzio. Verso la fine del pasto il padre iniziò a parlare dei suoi affari, dei nuovi mercati che aveva aperto e dei viaggi che non avrebbe più potuto affrontare. Infine parlò dei suoi averi e di che cosa aveva disposto. Francesco si alzò e lo abbracciò. Il padre, seduto, rimase immobile tenendo strette sul petto le mani del figlio. Due grosse lacrime gli rigavano il viso poi lo guardò e disse "Ti ringrazio per avere accettato il nostro invito e per avere onorato la tua famiglia e la tua casa. Comprendo che le stoffe dell'abito che indossi sono per te un tormento, ma ti ringrazio per avere rispettato il decoro di questa casa. Tua madre nutre sempre la speranza che tu possa tornare da noi, ma non pensare che non rispetti le tue scelte. E' tua madre e tu sei l'unico suo figlio." Francesco ascoltava con la testa china. Suo padre non parlava con rancore, non teneva più la parte di chi ha subito un torto. Gli parlava con dolcezza, con complicità. Ormai l'aveva capito in tutto. Anche la ragione di quegli abiti indossati appositamente per il giorno di Natale. Francesco temeva che si illudesse che si fosse ravveduto che fosse tornato alla casa per chiedere perdono. Quel giorno capì che suo padre non si sarebbe mai più illuso. Baciò sua madre e l'abbracciò. La sentì irrigidirsi e poi scostarsi leggermente. Uscì. L'aria era fredda e il suo corpo, dopo il tepore della casa paterna, stentò a riabituarsi a clima rigido di quell'inverno. Guardò in alto e dalla finestra: suo padre lo stava guardando. Lo fissò e alzò la mano. Francesco non lo lesse come un saluto, ma come un cenno di intesa. Non lo rivide mai più da vivo, ma quello sguardo di tacita approvazione se lo portò sempre dentro, anche nei momenti più duri della sua vita. 

L' Antiscenza al Parlamemto