giovedì 25 dicembre 2014

Il Natale di Francesco

Francesco entrò nella casa del padre. La madre lo guardò con severità e apprensione. Era vestito con abiti eleganti e puliti. I piedi erano calzati da sandali di cuoio coperti da lana grezza. Questo apparire aumentò lo stupore e la speranza di sua madre. Suo padre gli venne incontro guardandolo con affetto senza soffermarsi sul suo aspetto. Lo abbracciò e il figlio ricambiò il gesto. Si sedettero al tavolo e i genitori lo guardarono facendogli intendere che spettava a lui l'onore della preghiera di ringraziamento. Francesco prese un grosso pezzo di pane e ci appoggiò sopra le mani, accarezzandolo lungamente. Sua madre e suo padre lo guardavano commossi. Discoste, ai lati della stanza, le due serve si inginocchiarono e si segnarono. Subito dopo iniziarono ad arrivare i piatti, semplici pietanze ordinate appositamente dal padre di Francesco. Mangiarono in silenzio. Verso la fine del pasto il padre iniziò a parlare dei suoi affari, dei nuovi mercati che aveva aperto e dei viaggi che non avrebbe più potuto affrontare. Infine parlò dei suoi averi e di che cosa aveva disposto. Francesco si alzò e lo abbracciò. Il padre, seduto, rimase immobile tenendo strette sul petto le mani del figlio. Due grosse lacrime gli rigavano il viso poi lo guardò e disse "Ti ringrazio per avere accettato il nostro invito e per avere onorato la tua famiglia e la tua casa. Comprendo che le stoffe dell'abito che indossi sono per te un tormento, ma ti ringrazio per avere rispettato il decoro di questa casa. Tua madre nutre sempre la speranza che tu possa tornare da noi, ma non pensare che non rispetti le tue scelte. E' tua madre e tu sei l'unico suo figlio." Francesco ascoltava con la testa china. Suo padre non parlava con rancore, non teneva più la parte di chi ha subito un torto. Gli parlava con dolcezza, con complicità. Ormai l'aveva capito in tutto. Anche la ragione di quegli abiti indossati appositamente per il giorno di Natale. Francesco temeva che si illudesse che si fosse ravveduto che fosse tornato alla casa per chiedere perdono. Quel giorno capì che suo padre non si sarebbe mai più illuso. Baciò sua madre e l'abbracciò. La sentì irrigidirsi e poi scostarsi leggermente. Uscì. L'aria era fredda e il suo corpo, dopo il tepore della casa paterna, stentò a riabituarsi a clima rigido di quell'inverno. Guardò in alto e dalla finestra: suo padre lo stava guardando. Lo fissò e alzò la mano. Francesco non lo lesse come un saluto, ma come un cenno di intesa. Non lo rivide mai più da vivo, ma quello sguardo di tacita approvazione se lo portò sempre dentro, anche nei momenti più duri della sua vita. 

martedì 14 ottobre 2014

La barca sull'autostrada

Era una bella barca. Progetto originale inglese, scafo e ponte in teak, armata yawl come imponeva la moda in voga all'epoca. Certo che chi l'avesse vista con quello squarcio a dritta e quel poco di bianco rimasto sull'opera morta, i listelli di teak quasi del tutto sollevati... Eppure qualcuno aveva saputo che nella rada di La Spezia era stata affondata dai tedeschi una delle più belle barche a vela di quegli anni. Affondata per ripicca, dicevano.  Si voleva impedire l'ingresso dei siluranti inglesi, ma uno scafo così sottile, esile e affusolato, quasi una matita appuntita dal temperino di resistenza ne avrebbe offerta ben poco. Chi si voleva affondare era l'ostinata resistenza del suo primo armatore, nonché esperto committente del progetto, il capitano Raineri della Regia Marina, passato sotto le file degli Alleati con compiti di intelligenza sulle azioni offensive del nemico. Il capitano era un ottimo elemento. Inglese fluido, atletico, bella presenza e modi impeccabili. Ormai però la sua Orsa era un relitto in fondo al mare e le puntate sul Tino con il maestrale della tarda primavera erano solo un ricordo di un passato che non tornerà. Dopo la guerra i suoi nuovi incarichi a Washington non lo porteranno più a La Spezia se non per brevi puntate occasionali all'Arsenale della Marina. E lì, da qualche punto dove è possibile dominare il golfo proverà a cercare le crocette della sua barca sperando ingenuamente di vederle spuntare da qualche parte. Ma la sua Orsa, come la ricordava lui, non esisteva più.
Il palombaro aveva faticato non poco a portare a galla la barca. Ancorare tutti quei palloni per portare su un relitto che non andava neppure bene per il falò di primavera. Ci voleva proprio quell'industriale che dice di essere ligure, ma che in verità è della peggiore razza di lombardo a tirare in ballo la storia dell'Orsa. Tanti soldi a che cosa servono se alla fine ti vai ad incapricciare per una barca in fondo al mare che non serve neppure per coltivare i muscoli? Dicono che voglia portarla in un cantiere di Chiavari e farla armare da un suo amico che si intende di barche. Pare addirittura che voglia armarla Marconi, come si dice adesso, un albero solo, ma alto molto alto, troppo alto per una barca così sottile. Ma quando il palombaro, invitato al varo, l'ha vista ha avuto una scossa di orgoglio per il suo lavoro e di gratitudine per chi glielo aveva commissionato. La Kea era la barca più bella del mondo. L'opera morta era blu adesso che la rendeva ancora più snella e filante, i candelieri e tutte le manovre mobili erano in ottone lucidissimo, la barra del timone saltava fuori dal pozzetto come un delfino in amore e quell'albero altissimo con tre crocette. Come farà quando sarà sotto vento con tutta quella vela? Ma hai visto l'armatore? con quei figli viziati e la moglie che non ha la minima idea di cosa voglia dire muoversi su una barca. E infatti per l'armatore il problema di come fare non esisteva più. Aveva recuperato un relitto in fondo al mare, forse più che altro per esorcizzare una guerra che non voleva, l'aveva plasmata a suo piacimento, l'aveva sfoggiata ormeggiandola nel punto più in vista del porto di Santa Margherita. Non c'era il diletto della navigazione, il gusto della scoperta, il piacere della crociera. Questo sarebbe toccato ai figli, ai due maschi maggiori con tanti amici e amiche anche quelle milanesi che si mettevano in fila per un'uscita in barca. I più fortunati potevano sperare anche in una crociera: la costa Azzurra rampante ed esclusiva riviera di Hollywood, la Corsica, ancora aspra e selvaggia, le isole dell'arcipelago Toscano che scoprivano il turismo e la navigazione da diporto. E la Kea la si notava sempre. Per quella linea sottile che sembrava sfidare le leggi della fisica, per il suo albero altissimo, per l'aria di girovaga che trasmetteva a chi la guardava
. Tanti ammiratori e tanti estimatori. Anche qualcuno che avrebbe voluto averla. Tutta per lui. E alla fine fu così. Un vero industrialotto brianzolo, la vede, la cura e se ne innamora. La vuole redimere dallo stato di semi abbandono al quale l'avevano relegata i suoi proprietari. La compra e la fa armare a suo gusto: abbassa l'albero che non sarà più di legno, ma di metallo, rialza la tuga e potenzia il motore sostituendo il vecchio Fiat che era servito più che altro per le manovre in porto. La terrà per tantissimi anni, amandola più di ogni altra cosa al mondo. Anche se non era più la più bella barca del mondo per lui era un rifugio, un modo di vivere e di pensare: era il suo Samadhi. Quando ormai vecchio e con la mente completamente annebbiata dalle brume della demenza, quando ormai la sua azienda, la sua famiglia e i suoi soldi non avevano più alcun valore per lui, costretto a finire i suoi giorni in una stanza di una clinica della periferia di Monza, in un rarissimo momento di lucidità ordina: "portatemi qui la mia Samadhi". E qui voleva dire nel cortile della sua azienda, lungo l'autostrada a disposizione del suo fedele amante. 
E questa e la storia della barca che tutti i giorni noterete passando sull'autostrada all'interno del cortile di quei capannoni. Non è li perché lì le costruiscono e non è neppure lì per essere demolita. E' solo ormeggiata ad uno dei fantastici moli sul fantastico mare che solo il suo armatore riesce a vedere. 

martedì 24 giugno 2014

Il male che viene da dentro

Imbarazza l'ostinato silenzio del signor Matteo Salvini di fronte ai brutti fatti di violenza e crudeltà della scorsa settimana. Un tranquillo padre di famiglia che stermina la famiglia per una crisi sentimentale di stampo pre-adolescenziale, un altro padre di famiglia che, sebbene presunto assassino, dovrà per lo meno giustificare il fatto di avere lasciato traccie biologiche sugli indumenti intimi di una minorenne. In ultimo uno scalmanato che, nudo come un verme, accoltella passanti urlando frasi sconclusionate. I motivi dell'imbarazzo li possiamo comprendere: nessun extracomunitario da accusare, solo italiani, neppure meridionali: lombardi doc!
Una nemesi etnica che ha colpito lo sventurato segretario della Lega dopo le speranze della rinascita elettorale. Bei tempi in cui tutto il male veniva da fuori e si faceva credere alla gente che la malvagità si poteva debellare chiudendo le frontiere e imponendo dazi doganali commisurati allo scuro della pelle. 
Il male, caro Salvini, è dentro di noi. Non c'è modo di tenerlo a bada. Non alberga nel negro, nello straniero, ma è spesso volte quello straniero che è dentro di noi e che salta fuori dalla normalità di una famiglia, dalla tranquillità di un lavoro regolare e ben remunerato, da dietro i vasi di gerani di una villetta bifamiliare; insomma anche in quella Svizzera promessa che, a quanto lei dice, hanno contribuito a demolire le ondate di emigranti arrivate in Italia senza controllo. Avrà capito che il male, certe volte, non deve fare molta strada per giungere da noi. Nei fattacci di cronaca nera a cui si fa riferimento, i protagonisti sono tutti "lumbard", senza contaminazioni. Neppure una goccia di sangue meridionale, neppure quello. Tempi duri, caro Salvini per le sue ferree convinzioni. Neppure più Kabobo potrà attaccare. Almeno lui un po' di dignità l'ha avuta astenendosi dal girare nudo dopo la mattanza. 
Un ultima domanda, signor Salvini, ma lei i film di fantascienza degli anni '50 non li ha mai visti? Male, male (è il caso di dirlo). Se ne faccia una bella scorpacciata: vedrà che il male quando vuole fare male veramente usa la tattica più efficace per vincere: nascondersi lì dove nessuno si aspetta che sia.

lunedì 23 giugno 2014

Corporativismo di Stato

I tassisti sbraitano e invocano il rispetto delle leggi tirando per la giacchetta quel governo di cui si fanno spesso beffe nel corso delle chiacchierate con gli occasionali clienti. Il governo gli dà ragione, ma li invita anche a darsi da fare per rendersi un po' più reperibili visto che la loro "app" più aggiornata si ferma al telefono nero di bachelite vicino al parcheggio. Loro ci provano, ma i risultati non sono incoraggianti. Dovranno minacciare ancora scioperi e agitazioni per farsi ascoltare e, probabilmente, farsi foraggiare lautamente invocando uno stato di crisi. 
Paradossale che una categoria professionale di fronte alle minacce di estinzione debba appellarsi al diritto costituito. Ovvio se pensiamo che cosa significa per un'economia moderna essere assoggettata al cappio delle corporazioni: incapacità di rinnovamento, logiche ricattatorie, investimenti ridotti al minimo e spesse volte a carico della collettività. 
Uber è nato negli Stati Uniti dove leggi e norme regolano in modo quasi asfissiante i settori di interesse pubblico. Ma non offrono tutele di fronte all'inerzia e all'incapacità di reagire alla sfide del mercato. In Italia e in buona parte dell'Europa sono i Governi che non sanno raccogliere le sfide, preferendo assoggettarsi a logiche di interesse spicciolo e orizzonti imprenditoriali di piccolissimo cabotaggio.  

mercoledì 18 giugno 2014

La voce buona della politica

La politica si può esprimere in tanti modi. Quando impartisce saggi sulla moralità fa ridere, quando minaccia pene e restrizioni preoccupa, quando promette contribuisce a generare un nuovo partito che smaschererà il reprobo. Ogni tanto, raramente, usa parole buone. Ma quando lo fa, tocca il cuore. Oggi il Presidente della Camera lo ha fatto. Laura Boldrini ha esortato i disperati dei barconi a pensare all'Italia come ad un Paese che li considererà sempre e comunque benvenuti. Belle, come sono le parole della speranza, come una mano tesa che si allunga a chi sta affogando, come un sorriso ad un condannato a morte scortato verso il patibolo. Non si scandalizzino i gendarmi della difesa dei confini della Patria. Non sono le parole che legalizzano i clandestini, nessuno sdoganamento di politiche di immigrazione incontrollata. Sono le parole buone di una politica buona che sa vedere lontano e che, più di altro aiutano un disperato a vedere lontano: un ricongiungimento con la propria famiglia, una vita di opportunità che si profila davanti a chi rischiava solo fame e morte, o solo molti chilometri tra la propria incolumità fisica e gli aguzzini. 
Un augurio di benvenuto: perché è buona la tua venuta se hai scelto la mia terra per scappare dalla tua e buona deve essere la volontà di chi ti accoglie.
Il Presidente della Camera ha usato le parole che dovrebbe usare il marinaio che soccorre il barcone semi affondato, l'operatore umanitario che rifocilla dopo giorni di sole, mare e paura, il poliziotto e il carabiniere che scortano al centro di prima accoglienza. Ma che spesso non usa il politico che agita la catastrofe, paventa la rovina e minaccia le cannonate. Parole che non vanno oltre il traguardo del titolo in giornale del giorno dopo. Le parole della speranza, come tutto ciò che è buono, restano.  

venerdì 23 maggio 2014

Le notizie che passano in fretta

Il bambino down portato in braccio dal suo campione del cuore mentre festeggia la vittoria del campionato di calcio scozzese non è una notizia che viene da un altro mondo, siamo in Scozia appunto, ma è una dimostrazione che la folla può anche trasmettere sentimenti buoni e edificanti. L'assembramento di tifosi assiepato fa paura, questo è vero, ma il loro unico elemento di sostentamento è quanto gli viene trasmesso dall'oggetto del loro fanatismo. E molto spesso questo è un sentimento negativo di rabbia, aggressività e di sopraffazione dell'avversario. Nelle arene insanguinate della Roma imperiale si forgiavano gli spiriti e la tempra di chi avrebbe avuto il compito di fare diventare sempre più grande e potente l'Impero. Armi, combattimenti, violenza, sangue e morte erano un companatico adeguato. Oggi che i confini dell'impero non sono più così propensi ad allargarsi e che il nemico è vinto, scacciato, battuto, le espressioni di violenza finiscono sulle pagine di cronaca giudiziaria e non più sui libri di storia. Il calcio di oggi, soprattutto in Italia dove la sportività è un fatto quasi sempre di partigianeria e mai di rispetto verso chi ha colori diversi, è impregnato di violenza, razzismo, ignoranza e impunità. Tutti colpevoli: giornalisti, allenatori, dirigenti, presidenti e nel piccolo, genitori di piccoli calciatori, allenatori di piccoli calciatori, presidenti di piccole società. E ovviamente anche i tifosi che sono tutti quelli menzionati prima messi assieme. Solo loro si salvano, i calciatori. Anche quelli italiani. Potenzialmente capaci di gesti grandi, generosi, munifici, ma spesso prigionieri timorosi di convenzioni sbagliate, obblighi contrattuali, atteggiamenti imposti che mal si confanno alla loro magnanimità.   
Il giocatore del Celtic, Samaras, che si è reso protagonista di un gesto spontaneo si è rivolto alla folla non per chiedere sangue e violenza, ma uno dei suoi figli più deboli e lo ha reso grande per un giorno. Lui lo sarà solo per qualche giorno di più perché nessuno ne parla più. Nel frattempo, Genny a' carogna che si è esibito sui cancelli dello stadio negli stessi giorni in cui il Celtic vinceva il campionato, ha, a pieno titolo, conquistato l'attenzione di tutti. Paese che vai...

mercoledì 14 maggio 2014

Le notizie già scritte...

Ci sono notizie che tanto vale scriverle sui giornali perché gli antefatti dalle quali derivano generano accadimenti ben prevedibili da chiunque abbia un minimo di buon senso. Un pedofilo impenitente che viene messo a fare il bidello in una scuola elementare originerà sicuramente qualche stralcio di sordida cronaca a sfondo sessuale depravato; un ex marito respinto e rancoroso con pistola d'ordinanza dopo l'ennesima denuncia a piede libero, esploderà in furia omicida, e cosi via, fino ad arrivare all'ovvio di un "grande evento" della dimensione di due miliardi di euro da tenersi in Italia e affidato a faccendieri e impresari italiani. Finisce sempre nel modo più scontato e prevedibile. Tanto vale leggere i giornali. La lezione che dovremmo imparare, dovrebbe essere quella di tenere alla larga i brutti ceffi dal bottino, ma questo non è possibile perché i brutti ceffi lavorano proprio per le facce rispettabili che hanno le chiavi della cassaforte, ma che fanno finta di perdere. Quello che dovremmo "apprendere" una volta per tutte è che queste cose non sono per noi. Lo sono state, forse, tempo fa (anche se non è possibile escludere le mangerie per le grandi manifestazioni del passato), ma adesso è roba che a noi fa male. Molto male. Lasciamole a chi è più bravo di noi a tenere sotto controllo gli appetiti dell'affarismo. Lasciamolo agli americani, se ne avranno ancora voglia, agli australiani che vogliono farsi conoscere al mondo, ai cinesi e agli indiani che devono dare dignità alla nuova dimensione della ricchezza planetaria. Oppure lasciamola ai turchi che tanto avrebbero fatto pur di fregiarsi del podio dell'Expo 2015. Proviamo a vedere se sono disposti a comprarci, a prezzo di svendita, l'Expo del 2015. Hanno tempo ancora un anno per fare tutto. Potrebbero farcela. E toglierci sinceramente dall'imbarazzo di un'altra vergognosa pagina della nostra storia. 

L' Antiscenza al Parlamemto